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IL PUNTO

 

         

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Teoria e prassi antiautoritaria n.4 maggio 2015 III° serie

Contributi per un bilancio critico

Premessa

Crediamo nell’utilità dei bilanci i quali, per essere davvero utili, devono essere critici, specialmente nei confronti di chi li elabora.

D’altronde un bilancio non ha valore se rimane limitato ai soli ambiti interni proprio perché in essi si ritrovano, talvolta, i medesimi limiti che si intende evidenziare.

Infatti nemmeno noi ci sentiamo immuni dalle stesse critiche che formuliamo e che valgono anche in riferimento a errori che hanno caratterizzato il nostro percorso politico.

Il fatto è che questi errori - un certo settarismo di derivazione autoreferenziale e il cullarsi nel minoritarismo; la pretesa di avere comunque la verità in mano unitamente all'impiego di linguaggi e comportamenti spesso arroganti e non consoni a sviluppare interlocuzioni con chi non la pensa come noi; una certa presunzione intellettuale che determina l’arroccamento nel particolarismo e l'assenza di bilanci delle esperienze nostre – ci hanno spinto alla necessità di un’autocritica sul processo di costruzione dell’organizzazione politica comunista libertaria, che continuiamo a ritenere non solo necessaria ma urgente.

Ci siamo cioè resi conto che, alla fine, contano anche i numeri: o l’anarchismo riesce a catalizzare le proprie forze più consapevoli, riunendole in un programma di intervento politico concordato per avviare un reale processo di crescita, oppure sarà condannato all’irrilevanza.

Coloro i quali non conoscendo la storia del movimento anarchico italiano di questi ultimi decenni si troveranno a leggere le note che seguono, tengano presente che queste costituiscono un contributo per aprire un dibattito interno a questo movimento nel quale gli scriventi continuano a riconoscersi.

Nonostante una inevitabile specificità “per addetti”, crediamo che lo scritto possa comunque essere di stimolo a tutte quelle esperienze politiche individuali e collettive che, per quanto non necessariamente anarchiche, avvertono l'urgenza di una riflessione critica sulla crisi della sinistra di classe nel nostro paese.

Dentro e fuori al movimento anarchico

In Italia, sia pure in considerazione delle difficoltà del presente, l'anarchismo ostenta, un certo compiacimento più o meno diffuso tra tutte le sue componenti: ha i suoi giornali e siti innumerevoli quasi tutti ben fatti ed aggiornati; le sue case editrici editano testi di qualità; i suoi centri di documentazione e di iniziativa svolgono attività di riconosciuto interesse anche accademico e gli anarchici sono presenti nei movimenti sociali e nelle organizzazioni sindacali laddove, “gratta gratta”, l'anarchico lo trovi sempre: dalla CGIL all'USI.

Esistono inoltre aggregazioni variamente caratterizzate la cui storia rimanda ai diversi percorsi di costruzione dell'organizzazione politica, così come sono andati configurandosi dal secondo dopoguerra.

Se poi consideriamo che numerosi esponenti della cultura e della società civile hanno guardato e guardano all'anarchismo con rinnovato interesse, parrebbe proprio che le difficoltà della fase non costituiscano motivo di allarme per il movimento anarchico italiano: ma le sopra dette ottimistiche considerazioni risultano, in realtà, alquanto effimere proprio perché valgono solo all'interno di questo movimento e non nella realtà sociale che lo circonda, là dove risulta essere del tutto ininfluente. Vediamo allora di spiegare le ragioni di questa insufficienza.

Vero che la rivoluzione non si afferma con la sola volontà di farla ma la si costruisce, e che questa costruzione necessita del combinarsi delle opportune circostanze storiche “oggettive e soggettive”; ma è anche vero che se in questa transizione la classe, che non impropriamente definiamo la “nostra classe”, sconta una grave condizione di sconfitta, allora ciò vuol dire sopra tutto che:

- un motivo dovrà pur esserci

- qualche cosa, evidentemente, abbiamo sbagliato anche noi.

Risultante capitalista” e particolarismo.

Non è che il movimento anarchico italiano taccia o abbia taciuto rispetto alle sopra dette evidenze: è che i suoi contributi al riguardo, pronunciati sia da singoli commentatori che da fonti collettive, sono quasi tutti da annoverare tra gli enunciati di principio e scontano il limite del volontarismo proprio perché non si pongono il problema della verifica con le concrete dinamiche della lotta di classe. Per meglio essere compresi, dettagliamo questa nostra critica valutazione ricorrendo ad alcune esemplificazioni in schema, senza la presunzione di essere esaustivi al riguardo.

La lotta di classe è un fenomeno “risultante”; deriva cioè dalla composizione di forze di diversa intensità, direzione e verso che agiscono, sparse, sul piano dello scontro tra le classi. Tale risultante è data e, piaccia o meno, “tira” oggi unilateralmente a favore del capitale. Le caratteristiche di questa spinta risultante, che possiamo definire “capitalista”, non devono indurre a sottovalutare quelle forze che “tirano” nel senso delle classi subalterne: ma queste stesse forze non devono nemmeno essere sopravvalutate proprio perché, almeno nel nostro paese, esse sono complessivamente deboli e se appaiono forti ciò è dovuto a circostanze particolari, in quanto tali non generalizzabili a contesti più ampi.

La risultante dell'intero sistema è infatti “capitalista” e non “proletaria” in quanto riesce ad neutralizzare le forze che “tirano” in senso contrario e, alla fine, queste ultime non risultano determinanti, proprio perché non riescono a contrastare efficacemente il costituirsi della “risultante capitalista”.

Trascurare le mobilitazioni che esprimono livelli di autonomia, le pratiche di autogestione e di azione diretta solo perché non generalizzabili o semplicemente perché non definibili in senso rigidamente “classista” costituisce un grave errore che conduce alla sottovalutazione delle dinamiche sociali e di classe: ma sopravvalutare queste particolarità solo perché meglio corrispondono al nostro credo politico può dar luogo ad una vera e propria catastrofe che allontana dalla realtà e conduce all'isolamento, così come crediamo stia avvenendo all'interno del movimento anarchico contemporaneo e nell'anarchismo in generale il quale, sia pure in considerazione delle sue configurazioni e diversificazioni attuali, si dimostra comunque accomunato da una allarmante indisponibilità a ogni riflessione autocritica.

Deriva auto referenziale e settarismo

Anziché indagare nel profondo dei suoi limiti e ritardi per recuperare visibilità e ruolo politico nella realtà sociale, l'anarchismo contemporaneo preferisce l'auto celebrazione.

Vi è infatti nella pubblicistica, nei pronunciamenti più o meno argomentati dei compagni e dei gruppi, in quello delle federazioni e degli aggregati politici organizzati, sulla stampa e nella propaganda così come nell'azione politica pratica, un'evidente auto referenzialismo che accomuna nell'isolamento dai contesti sociali e di classe ogni concreta esperienza che dall'anarchismo consegue e all'anarchismo si richiama e che si risolve in una elaborazione teorica e strategica ripetitiva e nell'inconsistenza tattica che rendono settaria, inadeguata e incomprensibile l'azione politica, spingendo ai margini la presenza dell'anarchismo nella società.

Tutto si risolve in una sorta di “anarchismo tra anarchici” che difende gelosamente le rendite politiche particolari ormai generalmente modeste, sia pure acquisite con sacrifici indubbi che, per altro, ben conosciamo perché sono stati anche i nostri.

Un primo esempio per identificare questa dolorosa deriva è costituito dall'articolo “Unions - La scampagnata degli sconfitti” (“Umanità nova” del 29 marzo 2015), avente per oggetto la manifestazione della FIOM – CGIL a Roma del 28 marzo us, e la sua proposta di “coalizione sociale”.

Tralasciando la forma dell'articolo, ingiustificatamente aggressiva e inconcludentemente trionfalistica, la sostanza delle sue argomentazioni preclude ogni interlocuzione con tutti coloro che, donne e uomini, si riconoscono ai vari livelli nella sopra detta proposta: questa moltitudine, estesa e naturalmente contraddittoria anche in termini di classe, anziché ad argomentazioni capaci di stimolare una riflessione critica si trova di fronte all'indisponibilità propria di una dottrina imbalsamata che presuppone la realtà come problema e l'anarchismo come soluzione. Raramente l'anarchismo è stato così superficiale.

Un secondo esempio, sia pure più costruttivo del precedente, è fornito dall'esperienza dei compagni anarchici impegnati nelle organizzazioni sindacali non confederali.

Questi compagni si misurano con la drammaticità della fase con tutto l'impegno, le difficoltà e la generosità che ciò obiettivamente comporta: ma lo fanno dai cortili di casa propria, privilegiando la particolarità delle lotte e delle realtà territoriali e sottovalutando esperienze più generali il cui insieme costituisce la realtà dei fatti determinati: una realtà che volentieri omettono di considerare perché in netta contraddizione con le posizioni loro e che proprio per questo rifiutano, costruendosene un'altra a loro immagine e somiglianza.

Al riguardo torniamo a ripetere che il ruolo del riformismo nell'attuale fase imperialistica non si risolve aggirandolo con la scorciatoia volontarista che conduce a costruire, per forza, la mitica “organizzazione sindacale di classe”, quando la storia del movimento operaio tira da un'altra parte, la fase imperialistica attuale la esclude e ai lavoratori interessa poco o nulla come la generale tendenza in atto a livello nazionale e internazionale – e non la particolarità dei singoli casi isolati - dimostra con eloquenza.

Un terzo esempio riguarda le realtà organizzate dell'anarchismo italiano, alcune delle quali non sotto valutabili per storia, esperienza e elaborazione politica, ma che procedono nel loro cammino senza porsi alcun concreto problema di crescita e di radicamento.

Una valutazione simile potrebbe anche apparire ingenerosa perché, in fondo, “sbaglia chi agisce” non fosse che queste non trascurabili realtà anziché procedere isolatamente, riducendosi alla sola propaganda di buona qualità nei casi migliori ma comunque insufficiente, unissero le loro risorse quantitative e qualitative iniziando a concepirsi quale “minoranza agente” nella definizione e nell'attuazione di un programma minimo di azione politica concordato, così come noi abbiamo concretamente proposto da tempo, la presenza politica diverrebbe più visibile, la crescita quantitativa meno casuale, l'interlocuzione con le realtà di classe non più episodica e potrebbero essere poste le basi per un rinnovato radicamento dell'anarchismo nella realtà sociale.

E' significativo che in tutti questi tre esempi l'interesse particolare, di gruppo o individuale, finisca per avere il sopravvento sulle effettive esigenze collettive di crescita. Anziché privilegiare gli aspetti unitari, generali e pratici, quelli che potrebbero unire, si preferisce il particolare che appaga ma che maggiormente divide non consentendo alcun progresso: così è che l'anarchismo contemporaneo, barricato nella sua eclettica dimensione “particolaristica”, settaria e auto referenziale, è ormai divenuto incomprensibile, suscitando disinteresse e addirittura ostilità da parte di coloro con i quali dovrebbe interloquire, riducendosi a un fenomeno politicamente irrilevante.

Un quarto esempio - “Il più è sparso” Così ebbero a dire i compagni francesi all'inizio degli anni '70 dello scorso secolo, quando l'anarchismo parve rinnovarsi ancora una volta: ma non saremmo obiettivi se rinunciassimo a riconoscere gli errori commessi da noi, dato che partecipammo a quella fondamentale esperienza.

All'epoca non riuscimmo a guardarci alle spalle con il dovuto rigore autocritico perché il più era sparso davvero, a partire dai principali riferimenti storici, di elaborazione e di prassi politica che non fummo in grado di recuperare, restaurare e riproporre e che inevitabilmente vennero meno, indebolendoci. Oggi, oltre l'entusiasmo di quei tempi, se ci caliamo nella profondità della fase storica che stiamo vivendo non pare proprio che lo stato dell'anarchismo contemporaneo possa sviluppare linee teoriche, strategiche, tattiche e organizzative all'altezza delle necessità dei tempi.

Il determinarsi di questa condizione di insufficienza è quindi da ricondurre anche ai limiti dell'esperienza nostra quando, negli anni '70 del secolo scorso, un nucleo comunista libertario di compagne e compagni fallì l'obiettivo di costruire l'organizzazione politica.

E così è stato che la considerazione delle troppe e indubbie circostanze avverse in cui maturò questa nostra sconfitta non ci avrebbe impedito di individuare, quale unico merito, gli errori di quei tempi che furono i medesimi che oggi si replicano all'interno del movimento anarchico contemporaneo e che abbiamo evidenziato nei primi tre esempi.

Infine un quinto esempio che, sia pure differenziandosi dai precedenti, merita di essere affrontato per l'eco che solleva, in quanto riguarda quei comportamenti occasionali aggressivi e violenti che vengono ricondotti all’anarchismo, unitamente a quelle tendenze insurrezionaliste che all’anarchismo si richiamano.

Tutti questi comportamenti si qualificano come avanguardisti nell'accezione più negativa del termine e costituiscono l'epilogo di un complessivo percorso di sconfitta, così come dimostrano le devastazioni consumate in occasione della manifestazione del primo maggio a Milano contro l’Expo, laddove una protesta di opposizione di massa è stata completamente oscurata e relegata a un fenomeno marginale rispetto all’operato gratuitamente e inconcludentemente violento di poche decine di individui balzati, per questo, agli onori della stampa borghese: la successiva “marcia dei milanesi” contro la violenza che ha significato un rinnovato sostegno di massa all'Expo ha chiuso il cerchio della sconfitta. Un bel risultato davvero.

Ma la natura del fenomeno avanguardista è comunque sociale e si configura come il prodotto esasperato della frantumazione di classe indotta dalla crisi, dalle sconfitte e dalle antiche ingiustizie quotidianamente subite e, soprattutto, dello stagnamento delle lotte, del fallimento del riformismo senza riforme che ha consentito l'affermarsi della ristrutturazione capitalistica, dell'assenza di significative vittorie capaci di migliorare la qualità della vita delle classi subalterne, della perdita di speranza in un futuro migliore da parte di una crescente moltitudine di soggetti marginalizzati che si rifugia in logiche di sconfitta che dimostrano la caduta verticale della consapevolezza di classe e, infine, dall''insipienza dei rivoluzionari.

Il velleitarismo e l'avventurismo, unitamente al culto della violenza sono sempre esistiti quali deviazioni interne ai movimenti politici e di massa, specialmente nelle fasi di crisi e di stagnazione.

Tali deviazioni furono individuate e combattute dal nostro compagno Luigi Fabbri fin dall’inizio del ‘900, che le qualificò quali “Influenze borghesi nell’anarchismo”, valutandole sul piano della teoria e della prassi rivoluzionaria oltre ogni impostazione scioccamente legalitaria.

Si tratta di procedere con il medesimo rigore nell’individuare e respingere i comportamenti che espongono l'azione politica e di massa alla mercé dell’avanguardismo e quindi, alla repressione e alla sconfitta.

Per l'organizzazione comunista libertaria

Nel movimento anarchico italiano primeggiano scelte che si esauriscono “nel metro quadrato sul quale si poggiano i piedi”, a discapito della definizione di una teoria e di una prassi rivoluzionaria capace di comprendere la realtà per costruire su questa consapevolezza, che vogliamo definire scientifica, una prospettiva comunista libertaria.

Abbiamo verificato, nella pratica, come questo nostro orientamento non si ponga in sintonia con le tendenze dell'anarchismo contemporaneo: rilanciamo comunque la centralità dell'azione di classe che sintetizziamo nelle seguenti indicazioni operative rivolte a tutte le compagne e i compagni che seguono il nostro percorso politico.

- Lo stato dei rapporti di forza tra capitale e lavoro individua una profonda sconfitta delle classi subalterne, nella quale diviene essenziale concepirsi e agire come “minoranza agente” in una fase dove Stato e mercato hanno consumato il loro storico fallimento e che offre per ciò inedite opportunità all'azione politica;

- tali opportunità potranno essere efficacemente colte solo se l'anarchismo saprà rivolgere sue energie più consapevoli verso un processo basantesi, inizialmente, sull'unità dell'intervento politico per una maggiore visibilità al fine di definire un concreto processo di crescita;

- ciò perché uno dei più gravi limiti dell'anarchismo consiste proprio nella sua ridotta capacità quantitativa, limite questo che non consente un equilibrato sviluppo qualitativo (poca gente, poche idee) delle risorse che si intende accumulare, altrimenti destinate alla dispersione;

- le esperienze organizzative che ancora oggi esistono all'interno del movimento anarchico contemporaneo non esauriscono il percorso per la costruzione dell'organizzazione politica ma indicano la necessità di socializzare il patrimonio politico, organizzativo e militante che queste esperienze esprimono;

- la competizione imperialistica mondiale impone ruoli definiti alle forze che in essa agiscono. Conseguentemente il riformismo sindacale deve essere considerato un prodotto storico di questa fase con tutte le sue caratteristiche oggettive e soggettive, che determinano ruoli molteplici e contraddittori che aprono spazi all'azione dell'anarchismo purché efficacemente coordinata;

- ne consegue la necessità di elaborare le tattiche opportune e di abbandonare le più suggestive scorciatoie ideologiche che inducono gli anarchici a errori antichi e mai obiettivamente valutati, e che consistono nel barricarsi nel particolare per replicare inefficaci alternative organizzate al riformismo sindacale confederale il quale continua comunque a esercitare il suo ruolo disgregante sull'intero movimento di classe;

- quanto di non anarchico avviene deve suscitare l'attenzione degli anarchici, se da queste dinamiche possono scaturire autentici spazi di intervento politico;

- ciò vale anche per i movimenti sociali parziali o generali, limitati a particolari situazioni o estesi a contesti più ampi poiché il solo movimento sindacale, per quanto fondamentale sia, non esaurisce l'intera dinamica rivoluzionaria e il ruolo degli anarchici in essa;

- si tratta di iniziare un processo di recupero, restauro e rinnovi l'anarchismo quale teoria e prassi dell'emancipazione sociale e che sappia coinvolgere forze nuove anche di provenienza non anarchica;

- In queste indicazioni non vi è una sottovalutazione dell'autonomia proletaria e della spontaneità ma una loro contestualizzazione rispetto alla fase in atto, tale da indurre gli anarchici a investire le loro migliori risorse in un processo organico di costruzione dell'organizzazione politica comunista libertaria, un progetto capace di confrontarsi con il presente e con gli errori del passato e che risulti, per tutte queste sue tensioni accumulate e accumulabili, accessibile alle nuove generazioni.


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