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Qui sème la misère, récolte colère.


Quando uno storico dovrà periodizzare l’evento con il quale Parigi e la Francia sono usciti simbolicamente dal terrore del 13 novembre e dalle leggi speciali che scadevano il 29 febbraio, avrà come data quella del 9 marzo, quando i lavoratori, il mondo del precariato e gli studenti sono scesi in piazza contro la riforma del lavoro del ministro Myriam El Khomri.

Una manifestazione fortemente partecipata, voluta dalla CGT e da Force Ouvrière per i settori pubblici e privati, e a cui si sono uniti gli scioperi del settore dei trasporti con i lavoratori SNCF, ferrovieri, e RATP, autoferrotranvieri delle metro e degli autobus.

In un clima di festa il mondo del lavoro ha cacciato le paure e si è ripreso uno spazio pubblico e politico che negli ultimi mesi girava tutto intorno alla guerra e all’avanzata nera del Front National.

I contenuti della protesta si articolano sui tre punti più controversi della riforma del mercato del lavoro: facilità di licenziamento per l’imprenditore, abolizione delle 35 ore (in Francia ogni ora superiore alle 35 ore è conteggiata come straordinario), lavoro notturno. La riforma ridisegna inoltre tutta l’organizzazione del lavoro in modo particolare sui riposi (tema caldissimo per il settore degli autoferrotranviari che infatti ha unito il suo sciopero a quello della manifestazione), i tempi di lavoro, le negoziazioni salariali, i congedi parentali, la medicina del lavoro.

Nel settore privato l’attuale codice del lavoro permette il passaggio a 60 ore settimanali massime legate a picchi particolari della produzione o a casi eccezionali, ma questa durata settimanale non può eccedere 44 ore su un periodo di 12 settimane. La nuova riforme propone di dimezzare questa finestra di 12 settimane portandola a soltanto 6, e delegando tutto il potere di decisione sulla definizione dei “casi straordinari” all’imprenditore.

Il lavoro notturno, che attualmente è considerato quello compreso dalle 21 alle 6 di mattina, sarebbe limitato a soltanto 6 ore, e il periodo di riferimento per calcolare sarebbe ridotto alla stessa maniera del tempo di lavoro settimanale da 12 settimane a 6.

In caso di licenziamento non giustificato, il nuovo codice sopprime il minimo di sei mesi di salario come indennità.

Contro questi provvedimento si stanno saldando varie componenti del mondo del lavoro.

Se la manifestazione di Parigi è stata quella più simbolicamente importante, ci sono state altre 150 manifestazioni nei centri minori della Francia. A Lione ci sono stati scontri tra dimostranti e polizia.

in ogni corteo gli studenti si sono uniti al corteo dei lavoratori. (Parigi 300 mila, Lione 7000 manifestanti, Lille 6000, Rennes, 8000, Bordeaux 10000, Toulouse 10000, Limoges 3000, Masiglia 5000, Havre 3000, Rouen 5000)

Una petizione nata in sordina e intitolata “Loi Travail: non merci!”, ha raggiunto 1 milione di sottoscrizioni in neanche un mese.

E c’è già il prossimo appuntamento per la manifestazione del 17 marzo, che promette di far vacillare il già fragile governo di Manuel Vals.

Parigi

Luca Papini

Direttivo esteri FLC CGIL

 


 

 

IL PUNTO

 

         

Bandiera

Teoria e prassi antiautoritaria n.6 novembre 2015 III° serie

La strada non percorribile del passato

di Carmine Valente

 

...Sarebbe del resto assai comodo fare la storia universale, se si accettasse battaglia soltanto alla condizione di un esito infallibilmente favorevole.

D'altra parte, questa storia sarebbe di natura assai mistica se le “casualità” non vi avessero nessuna parte.

Queste casualità rientrano naturalmente esse stesse nel corso generale della evoluzione e vengono a loro volta compensate da altre.

Ma l'accelerazione e il rallentamento dipendono molto da queste “casualità” tra cui figura anche il “caso” del carattere delle persone che si trovano da principio alla testa del movimento.

Marx. Lettera a Kugelmann del 17/aprile/1871

 

Quando ci interroghiamo sullo stato attuale del movimento operaio e più in generale sulla condizione della sinistra in questo scorcio del terzo millennio, le parole di Marx all'amico e membro dell'Internazionale Kugelmann, aiutano a non arenarci nell'amarcord dei bei tempi andati.

Noi crediamo che la “memoria” sia un elemento importante per un movimento di sinistra, ma non può essere semplice e acritica riproposizione del passato. Oggi, invece, in questa situazione di decomposizione delle forze di sinistra e di inazione del movimento sindacale, molti compagni, ma anche molti militanti politici, non fanno esercizio di “memoria”, ma procedono con la fronte rivolta all'indietro. Il risultato è di andare a sbattere e aumentare la confusione e la disgregazione a sinistra.

Il ricordo nostalgico del passato è una caratteristica pressoché naturale nelle persone anziane che con tutta evidenza rimpiangono la gioventù andata, ma quando il sentimento nostalgico permea le nuove generazioni, le prospettive del movimento operaio e in generale della sinistra non possono che essere grige.

L'evoluzione o l'involuzione sociale, il rapporto di forza tra le classi, i sentimenti di solidarietà o di egoismo, la radicalità delle nuove generazioni, lo sciovinismo e il razzismo, la misoginia dilagante, in assenza di una lettura critica ed autocritica del passato, in assenza di una elaborazione della memoria che leghi in un tutt'uno il passato e il presente, ci appaiono come fenomeni inspiegabili, eventi che si auto generano e che pertanto ci sollevano da ogni responsabilità.

Il punto è proprio questo; e la domanda che oggi è necessario porsi, ancor prima del “che fare” è “come mai”.

Quante volte in questi anni abbiamo sentito i dirigenti sindacali a tutti i livelli rammaricarsi che i lavoratori non partecipano, non scioperano, non sono solidali, e queste considerazioni non venivano e non vengono poste per interrogarsi sul perché, sul “come mai”, ma suonano come stanco refrein assolutorio dell'inefficacia della propria azione.

Quante volte abbiamo sentito dire che i giovani non hanno ideali, che sono chiusi nel proprio edonismo quotidiano, che non hanno né passato, né futuro. E di volta in volta si individuano le colpe nell'assenza della famiglia, nella scuola lassista, nella mancanza di disciplina.

Eppure basterebbero i dati della disoccupazione giovanile, i dati sul lavoro precario, l'evidenza di un lavoro che scarnificato da ogni diritto assume sempre più la forma di una nuova schiavitù. Eppure basterebbe ricordare decenni e decenni di esaltazione di quello che negli anni '80 del secolo scorso veniva definito yuppismo, ovvero quella figura di giovane maschio rampante che aveva come unico scopo della vita il lavoro per fare soldi e lo scialacquarli per soddisfare il proprio sfrenato egocentrismo in acquisti di lusso e in frequentazioni di locali alla moda.

Ogni anelito di trasformazione radicale dell'esistente fu bollato di utopismo e di infantilismo politico. Al coraggio di un'azione che si ponesse l'obiettivo di una società di liberi ed uguali, l'unica scelta che poteva rompere il sistema di corruzione dilagante e disarticolare la commistione tra potere statale e potere mafioso, l'unica che poteva dare senso al lavoro come elemento costitutivo della dignità delle persone e non solo fatica e sottomissione, l'unica scelta che poteva aprire un processo in cui le differenze di genere, di inclinazioni sessuali potessero svilupparsi liberamente senza esclusioni, giudizi, pregiudizi e violenze, al coraggio, si preferì il compromesso. Alla tutela del salario, si oppose la necessità dei sacrifici e la subalternità all'impresa e al capitale. Ad un processo di espansione della democrazia, si contrappose il decisionismo. Al conflitto si antepose la concertazione, il consociativismo, il clientelismo, la raccomandazione.

Decenni che hanno inciso in profondità sulle convinzioni dei lavoratori e dei giovani, che hanno modificato la loro visione del mondo rendendoli utili e docili strumenti nelle mani di politici e imprenditori.

Da qui bisogna ripartire e non dal ricordo nostalgico che domina la rete fatta di citazioni e aforismi di uomini che hanno la responsabilità di questi decenni di disarmo ideologico della classe lavoratrice e di illusione nelle chimere della concertazione e della collaborazione di classe .

Sono questi “ capi “, che grazie alla loro influenza sul movimento operaio hanno “rallentato” e spento il conflitto sociale.

Il compromesso storico, la salvezza nazionale, il patto tra produttori, rappresentano i prodromi della situazione attuale. La soluzione non sta nel passato. Non nei “capi” della sinistra italiana che da Nenni, Togliatti, Craxi a Berlinguer si sono adoperati per disperdere ogni traccia di approccio classista a favore di un'idea nazionale, non nei leader sindacali da Lama a Trentin che subirono l'onda egualitaria degli anni '60 e '70, ma lavoravano per spezzare la solidarietà di classe con lo svilimento delle richieste salariali e sponsorizzando il mito della professionalità.

Né pensiamo che la riproposizione di un “comunismo statalista” come si è realizzato nel corso del secolo scorso possa oggi rappresentare un utile punto di riferimento, così come le esperienze minoritarie, per quanto gloriose, come le comunità anarchiche spagnole del 1936 – 1939 o l'esperienza zapatista in Messico, possano essere assunte come modello per una rinascita di un'idea di una nuova società fondata sulla solidarietà e non sullo sfruttamento, sulla libertà e non nella sottomissione.

Il capitale e l'apparato statale che lo sostiene hanno dimostrato di essere più duttili e capace di adattarsi alle nuove condizioni produttive e sociali di quanto pensassero i vecchi teorici del movimento operaio, sia di estrazione marxista che anarchica, e sia di quanto noi stessi in anni giovanili pensavamo.

Il ruolo progressivo della borghesia che Marx, non senza ragione, individuava , è venuto meno e lo sviluppo tumultuoso del capitalismo convive sia nei regimi cosiddetti democratici, l'occidente capitalistico, ma anche con regime oscurantisti come i paesi arabi o in regimi dittatoriali come la Cina.

Da qui bisogna ripartire. La lezione del passato ci fornisce alcuni strumenti di analisi, ci consegna una strada lastricata di buone intenzioni, ma trasformata in altrettanti tragici errori, ci lascia in eredità momenti di esaltante costruzione di una possibile nuova società durati, però, troppo poco e circoscritti in ambiti territoriali ristretti, questo è il bagaglio con cui lavorare. Bagaglio che se diventa manicheismo e nostalgia si trasforma in zavorra che ci inchioda alla mera funzione di patetica testimonianza.

Cercando l'impossibile, l'uomo ha sempre realizzato e conosciuto il possibile, e coloro che si sono saggiamente limitati a ciò che sembrava possibile non sono mai avanzati di un sol passo. (da Considerazioni filosofiche sul fantasma divino, il mondo reale e l'uomo. M. Bakuni. Traduzione di Edy Zarro, La Baronata, Lugano 2000)

Questa frase di Bakunin, ripresa nel Maggio francese del 1968, nello slogan “Siamo realisti chiediamo l'impossibile” e attribuito di volta in volta a Guevara e a Camus, proprio perché sfugge ad una impostazione razionale meglio di tante analisi ci aiuta a comprendere quello che oggi è necessario per sviluppare un vero processo di trasformazione sociale. Oggi parlare del rovesciamento della realtà presente al fine di concretizzare una società in cui l'attività umana possa autodeterminarsi e in cui sia garantita l'uguaglianza e la libertà individuale e collettiva, è irrealistico, persino utopico. Ma un'analisi reale dell'esistente ci mostra che solo un radicale cambiamento dell'esistente può porre fine all'attuale miseria. Quello che appare impossibile è l'unica strada per il reale cambiamento.

Tutto è di tutti!

Tutto è di tutti! E purché l'uomo e la donna arrechino la loro quota di lavoro, hanno diritto alla loro quota di ciò che sarà prodotto da tutti. E questa quota loro concederà già l'agiatezza.

Finiamola con queste formule ambigue quali «il diritto al lavoro» o «a ciascuno il prodotto integrale del suo lavoro». Ciò che noi proclamiamo si è il diritto all'agiatezza – l'agiatezza per tutti.

Ma perché l'agiatezza diventi una realtà occorre che questo immenso capitale – città, case, campi coltivati, officine, mezzi di comunicazione, educazione – cessi di venir considerato come proprietà privata, il cui accaparratore può disporre a suo piacimento.

Occorre che questi ricchi strumenti di produzione, ottenuti, costruiti, formati e inventati faticosamente dai nostri padri, diventino proprietà comune, affinché lo spirito collettivo ne ritragga il massimo vantaggio per tutti.

Occorre l'«Espropriazione». L'agiatezza per tutti come fine, l'espropriazione come mezzo.

(La conquista del pane. Petr Alekseevic Kropotkin)