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SINDACATO

Bradisismo pensionistico

Il dibattito che si è sviluppato negli ultimi 25 anni sui costi del sistema pensionistico italiano ha ruotato essenzialmente sulla registrazione dell'aumento del numero dei pensionati e del suo costo relativo. Si è discusso molto sulla tenuta finanziaria degli enti pensionistici, in particolare dell'Inps che oramai gestisce la quasi totalità dei beneficiari, e altrettanto si è discusso sull'aumento dell'età e dell'incidenza della fasce di anziani sul totale della popolazione. Molto meno ci si è soffermato sulla qualità della vita che le pensioni garantiscono a questi anziani, poco o nulla è stato raccontato sulla condizione di tanti, che proprio per l'innalzamento dell'età media, vivono condizioni di patologie croniche invalidanti con il solo aiuto della famiglia, quando si ha la fortuna di averne una che se ne fa carico, ma molto spesso nella solitudine di un welfare sempre più assente.

Un dato, quello dell'aumento dell'età media, di grande positività, che appare in realtà sempre più come una sciagura per la società.

Dalla soddisfazione dei bisogni alla quadratura dei bilanci

Le riforme che si sono succedute dal 1992 ad oggi non sono state ispirate dalla soddisfazione dei bisogni, ma hanno avuto come faro guida unicamente la quadratura finanziaria dell'ente pensionistico e del bilancio dello stato.

In sostanza si è fatto pensare alle time generazione che il bilancio dello stato si tiene se si tagliano in modo significativo le spese e tra queste in particolare quelle previdenziali, difatto si è cercato l' equilibrio del bilancio impoverendo i nostri anziani .

La situazione precedente al 1992 era quella che ci venne consegnata dal ciclo di lotte di fine anni '60 del secolo scorso, una riforma quella dell'aprile del 1969 voluta, sostenuta e concordata con le organizzazioni sindacali. «Il provvedimento è, d’altra parte, il frutto della più ampia e feconda collaborazione con le organizzazioni sindacali....” così si esprimeva il Ministro Brodolini nella relazione di presentazione alla camera. Una legge, come altre di quel periodo, che più di complesse ricostruzioni storiche ci fa capire quale era il clima generale di quegli anni in cui le condizioni dei lavoratori e delle fasce svantaggiate della società erano gli assi su cui ruotava il dibattito politico.

Riportiamo alcuni brevi stralci del dibattito parlamentare che ci aiutano meglio a comprendere il periodo.

L’onorevole Polotti, del gruppo socialista, partito che sosteneva il Governo, durante la discussione alla Camera, nel richiedere un emendamento che elevasse i livelli di contribuzione degli agrari dal 3 al 9 per cento, ebbe ad affermare che «il provvedimento che andiamo ad approvare non chiede niente ai padroni: niente, neanche una lira!» ed ancora «Si parla tanto della necessità di un allargamento del mercato interno: bene, quale occasione più favorevole per allargarlo al massimo attraverso una ripartizione del reddito nazionale che vada a beneficio delle classi più umili e più povere del nostro paese?»

Forse ancora più significative, per capire il peso delle lotte operaie sulla formazione di un sentire comune, le parole dell'onorevole liberale Pucci di Barsento, che intervenendo alla Camera durante la discussione parlamentare del 20 marzo 1969, ebbe a sostenere che una società industriale avanzata, per non compromettere irrimediabilmente il proprio futuro avrebbe dovuto necessariamente affrontare tre esigenze assolutamente prioritarie: 1) l’educazione civile, culturale e professionale delle nuove generazioni; 2) la garanzia di condizioni morali, spirituali e materiali di lavoro e di vita per i suoi cittadini; 3) un compiuto sistema di sicurezza sociale che, «come la famosa enunciazione del presidente Roosevelt, liberi definitivamente l’uomo dalla paura della fame e del bisogno, garantisca pertanto condizioni economiche adeguate a tutti coloro che si trovano in età avanzata e consenta a tutti coloro che lavorano di guardare con fiducia al loro avvenire anche e specialmente quando, al termine del lungo arco di vita dedicato alla loro attività, essi si dovranno ritirare dalla fase attiva per godersi un meritato riposo». E proseguendo nella analisi della proposta governativa ebbe modo di criticare l'esiguo importo che venne definito per la pensione sociale, proponendone un significativo incremento, sostenendolo con questa affermazione :«Una società moderna non può permettere o ammettere che si tolleri la indigenza mentre il paese è ormai avviato verso un avanzato assetto economico che si identifica con la società dei consumi. Pertanto, non si può tollerare che per legge si istituzionalizzi quasi una condizione di umana miseria che non ha riscontro se non in paesi sottovalutati». Da questa affermazioni ci separano solo 48 anni, ma se il confronto lo facciamo con la discussione politica odierna la distanza assume il contorno di anni luce.

Cosa prevedeva quella riforma?

L'idea che sosteneva l'intervento legislativo del 1969 partiva dall'assunto che al lavoratore e alla lavoratrice dopo una vita di lavoro occorreva garantire un livello di reddito agganciato all'ultima retribuzione e che tale livello fosse garantito non solo contro l'inflazione ma anche legato alla dinamica dei salari.

Il lavoratore iscritto all’INPS riceveva una pensione il cui importo era collegato alla retribuzione percepita negli ultimi anni di lavoro. Con una rivalutazione media del 2 per cento per ogni anno di contribuzione, per 40 anni di versamenti, veniva erogata una pensione che corrispondeva a circa l’80 per cento della retribuzione percepita nell’ultimo periodo di attività lavorativa. Inoltre, la pensione in pagamento veniva rivalutata negli anni successivi tenendo conto di due elementi fondamentali: l’aumento dei prezzi e l’innalzamento dei salari reali. In questa fase esperienze di previdenza complementare sono presenti solo nelle banche e in alcune aziende con appositi fondi pensione creati per i soli dipendenti delle aziende stesse.

Questi criteri di giustizia sociale, trovarono da subito severi critici nella Confindustria e nel Ministro del Tesoro Colombo che, come sarà il motivo conduttore di tutta la discussione sulla previdenza, compresa quella che guida le manovre di questi giorni, puntarono ad evidenziare, piuttosto che gli elementi di equità sociale, i motivi di equilibrio e sostenibilità finanziaria.

In un recente documento di analisi dell'istituto di previdenza, INPS, si legge” La combinazione di tali elementi assicurava un livello generale delle prestazioni troppo elevato rispetto alle risorse finanziarie disponibili. Inoltre il progressivo invecchiamento della popolazione quale effetto combinato dei due fenomeni demografici - aumento della vita media e progressiva riduzione dei tassi di natalità - hanno determinato la crisi irreversibile del sistema. Pertanto i provvedimenti normativi di modifica dell’ordinamento, da un lato hanno avuto come obiettivo l’innalzamento dell’età pensionabile, dall’altro la diminuzione del livello delle prestazioni erogate.” Per contrastare questo abbassamento costante dei valori pensionistici, si è calcolato che chi andrà in pensione con il sistema contributivo avrà un assegno pensionistico pari a circa il 50% del proprio stipendio medio, nello stesso documento si afferma che “ Per compensare la riduzione dell’importo delle prestazioni garantite dall’assicurazione di base sono state introdotte nell’ordinamento forme di previdenza complementare.”

Ovvero per garantirsi una pensione minimamente dignitosa il lavoratore è invitato/costretto a tagliare una parte del già magro salario e/o a conferire il proprio TFR nei fondi pensioni, TFR che peraltro cambiando natura, non è più assicurato dal Fondo di garanzia dell’INPS, finanziando così capitale speculativo e confidando nelle rendite di borsa. Una ennesima operazione per legare indissolubilmente il lavoratore alle sorti del capitale.

Per l'equilibrio finanziario del sistema previdenziale, non solo i padroni non ci mettono nulla, come rivendicava l'onorevole socialista nel 1969, ma sono lucrosamente sostenuti dallo Stato attraverso la decontribuzione e la fiscalizzazione degli oneri sociali. Negli oltre 100 miliardi di euro di trasferimenti dallo stato alla previdenza su una spesa complessiva di circa 280 miliardi di euro pesano in maniera significativa sia oneri impropri, ovvero oneri di natura assistenziale sia gli oneri della fiscalizzazione e decontribuzione. La situazione che si determina è quella in cui una parte considerevole della previdenza va a gravare sulla fiscalità generale, ciò per noi non rappresenta alcuno scandalo, anzi in un sistema di giustizia fiscale dove venisse rispettato il dettato costituzionale della progressività per fasce di reddito della tassazione e in un sistema che garantisse il contributo di tutti, ciò rappresenterebbe soltanto una parziale redistribuzione della ricchezza prodotta. In realtà noi sappiamo che non è così perché l'ammontare dell'evasione fiscale che ogni hanno viene stimata ha la stessa grandezza dei trasferimenti dallo stato alla previdenza. Ancora una volta a pagare sono i lavoratori, i pensionati e le fasce più deboli della società.

Dal 1992 ad oggi venticinque anni di incursioni sulle pensioni

1992 con la riforma Amato si innalza l’età per la pensione di vecchiaia, il governo decide il graduale incremento dell'età pensionabile da 55 a 60 anni per le donne e da 60 a 65 per gli uomini portando la contribuzione minima da 15 a 20 anni e si estende gradualmente, fino all’intera vita lavorativa, il periodo di contribuzione valido per il calcolo della pensione; la rivalutazione automatica delle pensioni in pagamento viene limitata alla dinamica dei prezzi (e non anche a quella dei salari reali), ciò determina una riduzione del grado di copertura pensionistica rispetto all’ultimo stipendio percepito. E' da questo provvedimento che nasce la necessità di introdurre forme di previdenza complementare con l’istituzione dei fondi pensione ad adesione collettiva negoziali e aperti. Si avvia da qui quel processo di privatizzazione che oramai sembra inarrestabile.

1995 con la riforma Dini, seppure con una previsione di modifica graduale, il sistema pensionistico viene radicalmente modificato facendolo traghettare dal sistema retributivo, dove la pensione corrisponde a una percentuale dello stipendio del lavoratore, legando anzianità contributiva e retribuzioni, in particolare quelle percepite nell’ultimo periodo della vita lavorativa, che tendenzialmente sono le più favorevoli, a quello contributivo, dove l’importo della pensione dipende dall’ammontare dei contributi versati dal lavoratore nell’arco della vita lavorativa. Questo criterio di calcolo comporta una consistente diminuzione del rapporto tra la prima rata di pensione e l’ultimo stipendio percepito (cosiddetto tasso di sostituzione) che corrisponde a circa il 50-60 per cento dell’ultimo stipendio.

2000 attraverso la leva fiscale si spinge verso la privatizzazione infatti con il Decreto Legislativo 47 del 2000 viene migliorato il trattamento fiscale non solo per chi aderisce a un fondo pensione, ma si introducono agevolazioni per chi intende aderire in forma individuale alla previdenza complementare attraverso l’iscrizione a un fondo pensione aperto o a un Piano individuale pensionistico (cosiddetto PIP).

2004 Riforma Maroni - 2007 Riforma Damiano-Padoa Schioppa. Inizia l'opera di smantellamento della pensione di anzianità . Arriva lo "scalone" e gli “scalini” con l'inasprimento dei requisiti per la pensione di anzianità ed innalzamento dell'età anagrafica , le quote in progressione date dalla sommatoria dei contributi e dell'età anagrafica. Per le donne rimane la possibilità di andare in pensione di anzianità a 57 anni di età e 35 anni di contribuzione, a patto di accettare il calcolo integrale del sistema contributivo.( Meccanismo che determina una consistente diminuzione della pensione erogabile) L'età pensionabile per le donne del pubblico impiego sale, gradualmente, fino a 65 anni. L'aumento decorre dal 2012. Il Tfr, nella pubblica amministrazione viene rateizzato.

2011 Riforma Fornero dal 1 gennaio 2012 la clausola di salvaguardia prevista dalla Dini del 1995 per cui chi aveva maturato almeno 18 anni di contributi al 31/12/1995 rimaneva nel sistema retributivo viene modificata introducendo il sistema contributivo pro-rata per tutti dal 1 gennaio 2012; la pensione di vecchiaia si innalza progressivamente fino ad arrivare ai 67 anni il prossimo anno per l'applicazione del meccanismo di adeguamento dell'età pensionabile all'aumento dell'età media, la riduzione progressiva dei coefficienti di rendimento anche questi legati all'aumento dell'aspettativa di vita, e l'aumento dell'età per la pensione anticipata, pensione che ha sostituito la pensione di anzianità, a quasi 43 anni.

A ciò si è aggiunto il blocco della rivalutazione delle pensioni che benché sia stato dichiarato illegittimo dalla Corte Costituzionale ha visto dal governo Renzi misera parziale restituzione.

In questo progressivo smantellamento della copertura pensionistica si è inserito lo scontro sulle misure da adottare sui lavori usuranti prima e su quelli gravosi ora che è parte centrale del confronto in atto tra Governo e Sindacato.

La mobilitazione

Bene ha fatto la Cgil a non ritenere soddisfacente le briciole sulla parziale sospensione dell'adeguamento dell'età pensionabile per alcune categorie di lavoratori ed è bene che su questo si sia aperta una fase di mobilitazione, ma appare del tutto evidente che le richieste che vengono dal mondo del lavoro non si accontentano di fissare l'età pensionabile a 66 anni e 7 mesi. Sulla progressiva erosione delle pensioni culminata nella devastante riforma Fornero, si è consumata la più grave caduta di credibilità del sindacato confederale e della Cgil in particolare che non seppero e non vollero mettere in campo tutta la forza disponibile riducendo tutto il contrasto ad uno sciopero di facciata di solo tre ore. Una frattura che ancora oggi pesa come un macigno e che potrà essere ricomposta se la mobilitazione avviata il 2 dicembre ascolterà la voce delle lavoratrici, dei lavoratori, dei pensionati e dei giovani e se si libererà della zavorra del moderatismo filo governativo della Cisl e della Uil. Non solo vi è la necessità di riaffermare che dopo 40/41 anni di contributi è più che lecito accedere alla pensione e che la pensione di vecchiaia non dovrebbe andare al di là della fascia 60/65 a secondo del settore di lavoro e in considerazione delle differenze di genere.

Più in generale è forte la richiesta di cancellare la Riforma Fornero.

Lavoro e contributi per i giovani

Obiettivi questi che sono centrali per chi ha un percorso lavorativo già avviato e continuo, ma del tutto insufficiente per quelle generazioni che oramai da più di un decennio o sono fuori dal modo del lavoro e lo attraversano nella più assolta precarietà con periodi significativi di non lavoro o di lavoro gratuito.

Per questi giovani è necessario nell'immediato rivendicare la contribuzione previdenziale per qualsiasi forma di lavoro comunque camuffata, sia che si tratti di tirocini e stage formativi, o che si tratti di servizio civile o alternanza scuola lavoro. Così come forme di contribuzione dovranno essere previste per i periodi di non lavoro per tutti coloro che attraverso i centri dell'impiego daranno disponibilità a lavorare e per i periodi in cui saranno impegnati in corsi di formazione. Accanto a questi provvedimenti, per poter garantire un livello di pensione che sia dignitoso sarà utile definire un livello di pensione minima e di assegno sociale che sia agganciato alla soglia di povertà relativa definito annualmente dall'istituto di statistica.


SALARI, DIMINUZIONE DELL'ORARIO DI LAVORO, PENSIONI PUBBLICHE , POTENZIAMENTO DEL WELFARE SOCIALE , RINNOVO DEI CONTRATTI DI LAVORO.

CANCELLARE LA RIFORMA FORNERO

CONTINUARE LA MOBILITAZIONE VERSO LO SCIOPERO GENERALE

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