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29 luglio 1900.

Giustizia è fatta.

Il gesto di Bresci, un monito per tutti i tiranni.

bresci
di Carmine Valente

Riproporre oggi la figura di Gaetano Bresci e l 'uccisione di Umberto I° può significare per qualcuno una malinconica e stanca esercitazione storiografica, una riproposizione di santi ed eroi inutili allo scontro politico odierno. Così non è. La storia, la sua ricostruzione e la sua interpretazione, è di per sé un' azione politica alla quale le classi subalterne e le organizzazioni che a queste si richiamano, non possono sottrarsi. Quanta verità sta in questa frase è proprio il caso Bresci a dimostrarlo. IL tempo tutt'altro che galantuomo, e sono passati novanta anni, non è riuscito ancora a stabilire la verità storica di questo gesto. Il re Umberto, per tanta storiografia e toponomastica è ancora il re ''buono" e il Bresci, un anarchico individualista venuto dall'America ad uccidere un re amato dalla popolazione. E, ancora oggi drammaticamente attuale è in questa Italia, da quarantacinque anni repubblicana , il problema del regicidio, tanto da negare a Carrara e al vecchio Mazzucchelli un monumento che fosse il simbolo non tanto del regicida Bresci, quanto il simbolo di una ripristinata verità storica. La realtà fu in fatti un 'altra: "Umberto I ° negli ultimi anni del suo regno, si era messo a fare il tiranno nel significato classico della parola, tenendo mano allo strangolamento delle libertà politiche: stati di assedio nel 1894, stati di assedio nel 1898, leggi eccezionali del generale Pelloux" 
(G. Salvemini: Terrorismo e attentati individuali). 
Bresci, fu si un anarchico individualista, ma non estraneo alla realtà sociale italiana. "Nella mano ferma e nell'occhio sicuro dell 'anarchico individualista quasi simbolicamente prendevano forma la volontà e la forza delle masse, irosamente levate a protestare contro il potere detto stato italiano oppressore , affamatore , fucilatore e sbirro" (P. Togliatti: Da "Il comunista" I o Agosto 1922). 
Per questo " l'opera di Bresci non sollevò indignazione che in zone assai circoscritte della popolazione italiana. La grande maggioranza del paese trovò che Umberto questa pallottola di revolver non l 'aveva rubata. E fu precisamente questo sentimento popolare favorevole a Bresci ed ostile a Umberto, che rese utile l 'attentato" (G. Salvemini citato).
Sullo scenario detta lotta di classe di fine secolo, due entità si ergevano contrapposte." Il re e la rivoluzione sociale, i due soli principi unitari affacciatisi nella storia italiana sul cadere del secolo XIX non potevano coesistere in pace. Uno doveva uccidere l 'altro. Mossa da una mano ferma se pure da una mente ingenua, La rivoltella del regicida aveva dunque colpito nel punto giusto. (Togliatti citato). 
In questa vicenda, non si può dimenticare che la morte di Gaetano Bresci, alla stregua di Pinelli, fu un "suicidio di stato" e il suo artefice, l 'ispettore Alessandro Doria, un mese dopo la morte di Bresci —22/5/1901— fu promosso alla Direzione generale delle carceri del Regno, e suo stipendio passò da 4500 lire a 9500 lire annue. 
Ma al di là della necessaria ricostruzione storica, questo episodio non appare remoto nel tempo. 
La sua attualità non è legata solo alla azione del compagno Mazzucchelli ,al quale va la nostra simpatia per aver sfidato una amministrazione incapace di rendere omaggio ad una verità storica, depositando senza alcun permesso un cippo marmoreo a ricordo di Bresci; ma a dargli una attualità sconcertante è la riproposizione, da parte della stampa e dei media televisivi, dei pretendenti al  trono in motti paesi dell'est, mostrati come solerti difensori delle libertà e dei valori patrii, da contraporre alle malefatte dei regimi autoritari, sottacendo, però, sulle miserie e sui privilegi dei regimi monarchici. Bresci per tutti costoro è un monito , perché come ricorda Malatesta "Ai re, agli oppressori, agli sfruttatori noi tenderemmo volentieri la mano, quando soltanto essi volessero tornare uomini fra gli uomini, uguali fra gli uguali. Ma intanto che essi si ostinano a godere dell'attuale ordine di cose ed a difenderlo colla forza, producendo così il martirio, l'abbrutimento e la morte per stenti a milioni di creature umane , noi siamo nella necessità, siamo nel dovere di opporre la forza alla forza."


tratto da " Comunismo Libertario Anno 4 n. 20 Luglio 1990"