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Alternativa Libertaria/FdCA e il dibattito sulla questione sindacale

Il carteggio che segue rimanda a un recente dibattito che si è svolto sulle colonne di “Umanità Nova” dopo gli scioperi generali del 21 ottobre e del 4 novembre 2016, ed è preceduto da una breve cronistoria della vicenda che documenta i contesti nei quali si è articolata la proposta di un confronto e di una riflessione sull’intervento sindacale tra le varie componenti dell’anarchismo di classe.

Alcuni degli interventi, “Un contributo al dibattito sull’intervento sindacale”; Una ineludibile questione di tattica”; “Intorno alla necessità di una prassi politica condivisa e coesa”, costituiscono il contributo individuale di due compagni attivi nella CGIL, ma rappresentano anche i contenuti del dibattito sindacale presente in “Alternativa Libertaria/FdCA che intende iniziare un percorso di coordinamento della presenza delle compagne e dei compagni anarchici e libertari in CGIL, nell’auspicio che questa indicazione sia seguita anche da quant* agiscono anche in altre sigle sindacali per la crescita e il radicamento dell’anarchismo di classe nella realtà sociale.

E’ in questa direzione unitaria che “Alternativa Libertaria/FdCA” intende realizzare, nel prossimo settembre, un’iniziativa di riflessione sull’intervento sindacale svolto all’interno della CGIL .

Un primo passo che rimanda alla necessità di un obiettivo bilancio del nostro ruolo nel maggiore sindacato riformista, nella cornice dell’attuale fase di sconfitta del lavoro che vede affermarsi la crisi generale del sindacalismo e del riformismo, anche in vista del prossimo congresso nazionale della CGIL che si concluderà presumibilmente entro il 2018.

Aprile 2017 ..................Alternativa Libertaria/FdCA......................

 

 

Cronistoria di una discussione su “Umanità Nova”

in materia di intervento sindacale

Gli articoli che seguono fanno parte di una serie di interventi che si sono susseguiti su “Umanità Nova” a partire dal n. 33 del 10 novembre 2016, laddove il compagno Cosimo Scarinzi pubblicava il suo “Uno sciopero che ci interroga e, successivamente, “Unità del sindacalismo di base – prospettiva o luogo comune?” pubblicato sul n. 34 del 19 novembre 2016. Lo stesso numero registrava un intervento del compagno Mauro De Agostini dal titolo “Sindacalismo di base, quale futuro?”.

Gli articoli in questione, scritti dopo gli scioperi generali del 21 ottobre e del 4 novembre 2016 e indetti da varie sigle del sindacalismo di base, costituivano un interessante scambio di vedute tra compagne e compagni in materia di intervento sindacale impegnati in sigle diverse, dibattito in cui ritenni opportuno inserirmi con un contributo critico.

Così fu che inviai alla Redazione di “Umanità Nova” uno scritto dal titolo “Un contributo al dibattito sull’intervento sindacale” pubblicato sul n. 36 del 3 dicembre 2016, al quale rispondeva il compagno Cosimo Scarinzi con un suo nuovo contributo “Sul senso dell’indipendenza sindacale” (UN n. 37 del 9 dicembre 2016). Sul medesimo numero di UN si affiancava poi un nuovo intervento del compagno Enrico Moroni dal “titolo Una possibile risposta” che interloquiva, appunto, con il compagno Scarinzi.

Dopo questo scambio di opinioni ritenni di non appesantire ulteriormente un dibattito del quale ero obiettivamente ospite: ma l’articolo del compagno Tiziano Antonelli “Per la libertà del sindacato o per la libertà dei lavoratori? (UN n. 3 del 26 gennaio 2017), mi indusse a un nuovo e circostanziato intervento che inviai alla redazione di UN.

Comprensibilmente, in linea con impegni e priorità, la Redazione di “Umanità Nova” pubblicava il mio contributo dopo 4 numeri.

L’articolo Una ineludibile questione di tattica fu infatti pubblicato su UN n. 7 del 26 febbraio del 2017, affiancato da una risposta del compagno Cosimo Scarinzi, formulata secondo la pratica della “replica simultanea” e dal titolo eloquentemente polemico: ”Questione sindacale, siamo tutti battilocchi?”, laddove si articolavano toni e argomenti a mio avviso fuori contesto rispetto alle questioni da me poste, che ruotavano attorno alla necessità e all’urgenza di definire una tattica sindacale opportuna da parte dell’anarchismo di classe, questione che veniva invece elusa, assieme alla necessaria autocritica sui limiti evidenti del proprio operare, che scoraggiava ogni ulteriore replica da parte mia.

Riteneva di rispondere, invece, il compagno Cristiano Valente: ma il suo contributo, “Intorno alla necessità di una prassi politica condivisa e coesa”, che segue alla fine del carteggio, sarebbe giunto alla Redazione di “Umanità Nova” in forte ritardo per un banale errore di trasmissione del compagno Valente medesimo, ritardo che non avrebbe consentito la pubblicazione in quanto ormai “fuori tempo”, così come concordato con la stessa Redazione di UN.

Nel ringraziare la Redazione di “Umanità Nova” e dei compagni intervenuti nella discussione, riteniamo comunque di pubblicare il contributo del compagno Cristiano Valente “Intorno alla necessità di una prassi politica condivisa e coesa”, perché crediamo che costituisca un importante contributo al dibattito sull’intervento sindacale, specialmente in relazione alla fase difensiva in atto e, in ultimo, anche alla necessaria riflessione sulla vicenda Alitalia.

Aprile 2017 Giulio Angeli

Contributi pubblicati su “Umanità Nova” dopo gli scioperi generali del 21 ottobre e del 4 novembre 2016.

 

Umanità Nova” n. 33 del 10 novembre 2016

Uno sciopero generale che ci interroga

Cosimo Scarinzi

Il corteo dei lavoratori e delle lavoratrici in sciopero che va da Piazza Cairoli a Piazza San Babila attraversa la città ripetendo una pratica ormai consolidata nel tempo. Gli spezzoni che lo costituiscono‭ – ‬CUB,‭ ‬SGB,‭ ‬USI‭ – ‬sono colorati,‭ ‬vivaci,‭ ‬combattivi,‭ ‬la piattaforma di sciopero contro la guerra esterna e contro la guerra interna che colpisce i lavoratori è pienamente condivisibile,‭ ‬le persone che partecipano sono,‭ ‬almeno a parere di chi scrive,‭ ‬espressione di un’opposizione sociale vera,‭ ‬seria,‭ ‬radicale nelle proposte e radicata nei posti di lavoro e nella società.‭ ‬Vi è una netta rottura con ogni pratica concertativa e con ogni subalternità al quadro istituzionale.
Tutto bene dunque‭? ‬Vale forse la pena di ragionare su alcune questioni irrisolte e su alcuni problemi che è bene affrontare con determinazione affinché non incancreniscano.
È opportuno fare un passo indietro partendo da una chiara visione dei fatti.‭ ‬Quello del‭ ‬4‭ ‬novembre non era una manifestazione o,‭ ‬quantomeno,‭ ‬non era principalmente una manifestazione,‭ ‬nel qual caso non vi sarebbe stato alcun problema,‭ ‬ma era,‭ ‬appunto una manifestazione in occasione di uno sciopero che come tale va valutato.‭
Il primo fatto che colpiva era un’assenza,‭ ‬un’assenza,‭ ‬sempre ad avviso di chi scrive,‭ ‬importante.‭ ‬Mancava il SI Cobas che pure era stato una presenza rilevante in occasione dello sciopero del‭ ‬18‭ ‬marzo di quest’anno e che ha scioperato assieme ad USB il‭ ‬21‭ ‬ottobre.
La cosa parrebbe,‭ ‬a prima vista,‭ ‬singolare.‭ ‬Se si è deciso di scioperare il‭ ‬4‭ ‬novembre e non il‭ ‬21‭ ‬ottobre,‭ ‬e‭ ‬cioè non nella stessa data dello sciopero indetto da USB e da alcuni sindacati che hanno scelto di stare con USB,‭ ‬è stato,‭ ‬almeno questa è la motivazione‭ “‬ufficiale‭”‬,‭ ‬perché USB,‭ ‬avendo firmato l’accordo sulla rappresentanza del‭ ‬10‭ ‬gennaio‭ ‬2014‭[‬1‭]‬ – un accordo infame‭ – ‬si è posta fuori dal campo del sindacalismo alternativo ed accucciata ai piedi del governo e di CGIL CISL UIL.‭ ‬Ora,‭ ‬il SI Cobas,‭ ‬che vanta una discreta presenza nell’importante settore della logistica,‭ ‬quell’accordo‭ ‬Non lo ha Firmato.‭
Con ogni evidenza quindi il cartello di soggetti sindacali che ha indetto lo sciopero del‭ ‬4‭ ‬novembre ha perso un pezzo ed un pezzo di non poco conto.‭ ‬Il come e il perché ciò sia avvenuto allo scrivente non risulta essere noto e gli è possibile solo fare delle ipotesi.‭ ‬Resta il fatto che indebolire la propria area di riferimento e di interlocuzione non è un gran risultato.
Un secondo assente,‭ ‬un assente ancora più importante,erano i Lavoratori del Trasporto.‭ ‬Come è noto infatti,‭ ‬e certo era ben noto ai fautori dello sciopero del‭ ‬4‭ ‬novembre che sono sindacalisti assai navigati,‭ ‬il‭ ‬4‭ ‬novembre è uno di quei giorni nei quali le ferrovie,‭ ‬il trasporto aereo,‭ ‬quello urbano ecc‭…‬ non possono scioperare.‭
Ora,‭ ‬uno sciopero generale che escluda programmaticamente la presenza dei lavoratori di un settore strategico,‭ ‬di un settore che ha visto nell’ultimo periodo lotte importanti,‭ ‬assume un carattere ben bizzarro.‭ ‬Rinunciare in partenza a uno strumento di pressione rilevante come un blocco dei trasporti sembrerebbe incomprensibile almeno se si ragiona da un punto di vista classista e radicale.
Vi sarebbero altri aspetti singolari di questo sciopero che meriterebbero un approfondimento,‭ ‬basta pensare alla situazione di alcune categorie che,‭ ‬scioperando,‭ ‬rischiavano la doppia trattenuta ecc.‭ ‬ma bastano le due assenze già segnalate a rendere opportuna una riflessione non limitata alla contingenza.
Si tratta,‭ ‬a mio avviso,‭ ‬di non dare per scontati proprio il senso,‭ ‬la natura,‭ ‬la funzione,‭ ‬gli obiettivi di uno sciopero se se ne vuole valutare il successo,‭ ‬l’insuccesso,‭ ‬l’opportunità,‭ ‬l’andamento.‭ ‬Questo,‭ ‬a meno che non si pensi agli scioperi come a pratiche burocratiche che si sbrigano ed accantonano in attesa della prossima.
Evitiamo il linguaggio guerresco che troppo spesso adorna il lessico sindacale,‭ ‬non parliamo di‭ “‬battaglie‭”‬,‭ “‬scontri‭” ‬ecc.,‭ ‬limitiamoci a rilevare che lo sciopero è un mezzo di pressione volto ad ottenere determinati fini.‭ ‬Tanto per contraddirmi,‭ ‬è un’arma che va usata con criterio,‭ ‬altrimenti ci si fa male da sé.
Quando si tratta di lotte aziendali,‭ ‬categoriali,‭ ‬territoriali,‭ ‬la valutazione di cui parlavo non è necessariamente facile,‭ ‬ma certamente è tanto più facile quanto più l’avversario è vicino,‭ ‬ben definito come ben definiti e verificabili sono gli obiettivi.
Faccio un esempio abbastanza noto di una lotta della quale su queste pagine si è scritto.‭ ‬I lavoratori di Foodora si scontrano con l’azienda perché si oppongono al cottimo integrale e vogliono aumenti salariali e migliori condizioni di lavoro.‭ ‬Foodora propone di concedere aumenti retributivi,‭ ‬peraltro non spettacolari,‭ ‬mantenendo appieno il lavoro a cottimo.‭ ‬È sin troppo facile in questo,‭ ‬come in mille altri casi,‭ ‬dare una valutazione dell’andamento e degli esiti dello sciopero.‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬

Ma qui parliamo di‭ ‬Sciopero Generale,‭ ‬di uno sciopero che,‭ ‬almeno formalmente,‭ ‬assume come avversari,‭ ‬interlocutori,‭ ‬obiettivo‭ – ‬lascio al lettore la scelta del termine che preferisce‭ – ‬il governo,‭ ‬il padronato,‭ ‬le istituzioni,‭ ‬ad esempio CGIL CISL UIL,‭ ‬ed ha obiettivi appunto,‭ ‬anche se certo parlare dello sciopero generale espropriatore in riferimento a questi‭ “‬scioperi generali‭” ‬fa sorridere,‭ ‬Generali.
Ora,‭ ‬è sin troppo evidente che la forza dei sindacati alternativi e la loro capacità di chiamare alla lotta settori larghi della nostra classe ha,‭ ‬diciamo così,‭ ‬dei limiti.‭ ‬Se si aggiunge il fatto che la scelta di USB,‭ ‬che contende alla CUB il ruolo di maggior sindacato alla sinistra di CGIL CISL UIL,‭ ‬di firmare l’accordo infame ha spaccato il fronte,‭ ‬si deve prendere atto che le difficoltà si sono accresciute.‭
Se è così,‭ ‬e mi pare difficile confutare la fondatezza di questa presa d’atto,‭ ‬è lecita la domanda su chi sono gli interlocutori o avversari e su quali ne siano gli avversari di scioperi come quello del‭ ‬4‭ ‬novembre,‭ ‬indetti nonostante le difficoltà ricordate più sopra.
Provo a questo proposito a formulare un’ipotesi che può suonare scandalosa ma che ritengo realistica.‭ ‬Escludiamo alcuni degli scioperi generali del sindacalismo di base che si sono dati nell’ultimo venticinquennio e che effettivamente chiamavano alla mobilitazione contro scelte politiche ed economiche del governo e del padronato settori di lavoratori di molto più ampi di quelli che il sindacalismo di base stesso organizza,‭ ‬gli altri,‭ ‬molti,‭ ‬troppi,‭ ‬altri sembrano rivolgersi esclusivamente,‭ ‬o quasi esclusivamente,‭ ‬alla propria gente al fine di rafforzarne il senso di appartenenza ed all’area immediatamente circostante al fine di definire i rapporti di forza interni all’area stessa.‭ ‬Non a caso scherzando,‭ ‬ma non troppo,‭ ‬si parla di scioperi esistenziali.
Se quanto ipotizzato sinora ha un qualche fondamento,‭ ‬è lecita la domanda se il puntare a rafforzare la propria identità sia,‭ ‬di per sé,‭ ‬sbagliato.‭ ‬La mia risposta,‭ ‬visto che ritengo doveroso darla avendo affrontato l’argomento,‭ ‬è che non è sbagliato di per sé.‭ ‬Qualsiasi aggregato umano costruisce una propria narrazione,‭ ‬propri simboli,‭ ‬un proprio senso di appartenenza:‭ ‬si tratta di vedere quali.‭
Aggiungo che porre l’accento sul fatto che aderire ad un accordo scellerato al fine di salvaguardare se stessi a danno delle libertà sindacali generali,‭ ‬come ha fatto USB,‭ ‬pone un discrimine netto‭ ‬Nei Fatti e non nelle discussioni sui massimi sistemi fra sindacalismo classista e sindacalismo concertativo‭ ‬È Giusto.
È però mia opinione che usare l’arma dello sciopero a questo unico fine‭ – ‬altri non se ne vedono‭ – ‬sia,‭ ‬nel contempo,‭ ‬dannoso perché comporta uno spreco di risorse e di energie che più utilmente potrebbero essere usate per costruire mobilitazioni reali ed efficaci e diseducativo perché spinge proprio i lavoratori più determinati e combattivi a non concentrarsi sulla questione della forza,‭ ‬sulla capacità di far danno all’avversario e di aggregare lavoratori ma a guardare più alla rappresentazione della lotta che alla lotta stessa.
A chi obiettasse che è necessario sviluppare obiettivi Generali tali da andare oltre la dimensione aziendale,‭ ‬categoriale,‭ ‬territoriale,‭ ‬ritengo si possa rispondere che un sindacato radicale può sviluppare campagne di informazione ed agitazione senza ricorrere per forza allo sciopero,‭ ‬specie se lo sciopero non ha alcun impatto.‭
Sino a prova contraria,‭ ‬lo si può fare con mille strumenti,‭ ‬dal volantinaggio alla manifestazione,‭ ‬dalle assemblee alla produzione di video ecc..
Proprio sulla questione del discrimine rispetto ai sindacati concertativi e neoconcertativi poi è possibile denunciarne la natura con forza e Nei Fatti se si sta sul terreno della lotta e non su quello della‭ ‬rappresentazione della lotta.‭
Basta pensare,‭ ‬a questo proposito,‭ ‬all’accordo del settore dell’igiene urbana che comporta secchi danni per i lavoratori.‭ ‬Visto che si è sviluppata una vivace opposizione,‭ ‬visto che è possibile fare uno sciopero Vero,‭ ‬di massa e magari‭ – ‬male non farebbe‭ – ‬vincente,‭ ‬è possibile,‭ ‬a chi non si è piegato‭[‬2‭]‬ all’accordo infame,‭ ‬indire scioperi che i concertativi,‭ ‬perché hanno fatto l’accordo e ne sono responsabili,‭ ‬e i neoconcertativi,‭ ‬come USB,‭ ‬perché appecoratisi,‭ ‬non possono indire.
In quel momento la differenza fra sindacalismo classista e radicale e sindacalismo estremista a parole e subalterno nei fatti sarà evidente a ogni lavoratore coinvolto e sarà relativamente facile chiarire cos’è l’accordo del‭ ‬10‭ ‬gennaio‭ ‬2014‭ ‬e chi ha scelto di opporsi o di appecorarsi.
Chiudo qui queste considerazioni nella speranza che siano utili al confronto fra le compagne ed i compagni impegnati sul terreno della lotta di classe.‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬

NOTE
‭[‬1‭] ‬È opportuno rammentare che l’accordo del‭ ‬10‭ ‬gennaio‭ ‬2014‭ ‬firmato‭ ‬da CGIL CISL UIL e che è stato accettato poi dalla Confederazione Cobas,‭ ‬da USB e da altri sindacati minori,‭ ‬prevede che,‭ ‬in cambio della possibilità di partecipare alle elezioni dei delegati aziendali,‭ ‬i sindacati firmatari si impegnino,‭ ‬pena sanzioni pesanti,‭ ‬a non scioperare contro gli accordi sindacali firmati a maggioranza‭ – ‬e sappiamo bene come si costruiscono le maggioranze in queste contingenze.‭
[2‭]‬ Quindi non ha potuto presentarsi alle elezioni delle RSU,‭ ‬non ha i diritti sindacali minimi,‭ ‬fa sindacalismo in condizioni difficilissime ma non è vincolato ad accettare gli accordi imposti dai padroni e dai sindacati concertativi

 

Umanità Nova” n. 34 del 19 novembre 2016

Quale futuro?

Mauro De Agostini

Il sindacalismo di base in Italia ha ormai superato i 30 anni di esistenza – i Cobas della scuola risalgono agli anni ’80 – ed è quindi doveroso tentare un bilancio critico dell’esperienza.

L’immagine complessiva non è molto positiva. Incipienti fenomeni di burocratizzazione hanno caratterizzato questi organismi fin dalle origini, favorendo lotte di potere, personalismi, scissioni e ricomposizioni di cui ormai si è perso il conto. Fino all’attuale estrema frammentazione.

Un elemento non piccolo che favorisce la degenerazione burocratica è sicuramente la possibilità, specie nel Pubblico Impiego, di riscuotere le quote associative con trattenute direttamente sulla busta paga: queste trattenute generano cospicue risorse che possono essere gestite dal “centro”.
Di taluni sindacati di base con un migliaio – o poco più – di iscritti sorge persino il dubbio che continuino ad esistere esclusivamente allo scopo di garantire una comoda rendita di posizione al glorioso “Segretario Generale” di turno.

Altro punto dolente è proprio il mancato ricambio dei “dirigenti”, quasi sempre gli stessi, inamovibili, da 30 anni a questa parte. L’USI è certamente immune da certe derive burocratiche ma quanto alla tendenza al frazionismo ed alle scissioni non sta meglio degli altri…

Certo non è il caso di “buttare via il bambino con l’acqua sporca”. I sindacati di base raccolgono ed organizzano lotte significative. Ricordiamo, tra le più recenti, le mobilitazioni nei Trasporti e quelle nella Logistica, un comparto quest’ultimo caratterizzato dalla massiccia presenza di lavoratori immigrati che hanno saputo esprimere livelli di lotta e di solidarietà di classe di cui si era quasi perso il ricordo, una lotta funestata recentemente a Piacenza dall’omicidio dell’operaio e attivista sindacale Abd El Salam.

Ma la deriva burocratica sembra non avere fine. Davanti al vergognoso Testo Unico sulla Rappresentanza del 10 gennaio 2014 il fronte di opposizione si è rapidamente liquefatto e alcuni tra i più importanti sindacati di base – USB e Confederazione Cobas – non hanno tardato ad apporre la propria firma sotto l’infame documento.

Gli ultimi 12 mesi hanno visto una scissione in USB con la nascita dell’ennesimo sindacato – SGB prontamente federatosi alla CUB – una scissione in cui motivi di carattere “ideale”, un tardivo pentimento di fronte alla firma apposta al TU, si è fusa con più concreti problemi di controllo delle risorse. In contemporanea si è assistito ad una scissione all’interno del Sicobas, con inevitabile nascita di un nuovo organismo: il SOLcobas.

Notevoli fibrillazioni in CUB: prima il tentativo di imporre alla CUB Trasporti una dirigenza non gradita alla base, poi un congresso confederale dall’esito preconfezionato – i delegati erano stati assegnati a tavolino con poco rispetto della reale consistenza delle organizzazioni aderenti – e l’approvazione di una modifica statutaria dal sapore autoritario.

Ora l’ennesima ciliegina sulla torta. USB indice in solitaria uno sciopero “generale” per il 21 ottobre con una piattaforma fortemente condizionata dalla campagna referendaria per il No. CUB e USI/AIT indicono un altro sciopero “generale” per il 4 novembre… Sconforto generale nella base mentre i vari sindacatini si stanno riposizionando sulle due date… (1).

E’ sicuramente il caso di aprire il dibattito tra anarchici/che impegnati/e nel mondo del lavoro…

(1) vedi Libero Siciliano, Sindacalismo di base. Scioperi & Generali, Sicilia Libertaria, Ottobre 2016.

 

Umanità Nova” n. 36 del 3 dicembre 2016

Un contributo al dibattito sull’intervento sindacale

Giulio Angeli


Gli articoli del compagno Cosimo Scarinzi‭ (“‬Uno sciopero che ci interroga‭” ‬-‭ ‬Umanità Nova n.‭ ‬33/2016‭ ‬e‭ “‬Unità del sindacalismo di base‭ ‬-‭ ‬prospettiva realizzabile o luogo comune‭?” ‬Umanità Nova n.‭ ‬34/2016‭) ‬e quello del compagno Mauro De Agostini‭ (“‬Sindacalismo di base,‭ ‬quale futuro‭?” ‬Umanità Nova n.‭ ‬34/2016‭)‬,‭ ‬scritti dopo gli scioperi generali del‭ ‬21‭ ‬di ottobre e del‭ ‬4‭ ‬di novembre us,‭ ‬costituiscono un utile stimolo alla riflessione sulla situazione del sindacalismo di base proprio perché descrivono realtà che,‭ ‬altrimenti,‭ ‬stenterebbero a emergere.‭ ‬Sono talmente convinto di questa necessità che più volte mi sono misurato in analoghi intenti per quanto concerne la situazione nella CGIL che è talvolta affrontata con superficialità e supponenza.‭‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬

Gli scioperi generali

Recentemente sono stati effettuati due scioperi generali in‭ ‬15‭ ‬giorni indetti da diverse sigle del sindacalismo di base,‭ ‬quello del‭ ‬21‭ ‬e quello del‭ ‬4‭ ‬us i quali,‭ ‬anche in considerazione‭ ‬delle modeste adesioni riscontrate,‭ ‬hanno dimostrato da un lato la stanchezza del movimento sociale di opposizione e,‭ ‬dall’altro,‭ ‬l’auto referenzialismo delle sigle sindacali che questi scioperi hanno indetto.‭‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬

Gli scioperi generali sembrano ormai aver assunto nel tempo caratteristiche identitarie e/o di testimonianza laddove si confondono i mezzi con i fini,‭ ‬come dimostra una tradizione scioperistica ben presente anche nella CGIL che si qualifica,‭ ‬anche quella,‭ ‬per adesioni non all’altezza delle necessità.‭‬‬‬‬

Vero che uno sciopero generale non può essere ridotto a mere valutazioni quantitative e che deve essere valutato anche per i processi che intende innescare:‭ ‬ma se le adesioni sono modeste le dinamiche non s’innescano e lo sciopero fallisce con tutte le conseguenze negative del caso.‭ ‬Alla fine è anche una questione di numeri,‭ ‬specialmente quando questi sono molto bassi.‬‬‬

Anche la CGIL ha obiettivamente e ripetutamente indugiato nel considerare lo sciopero generale come un fine,‭ ‬moderando le richieste sindacali per non compromettere i rapporti quando con il governo e confindustria,‭ ‬quando con Cisl e Uil:‭ ‬ma i risultati di questa operazione‭ ‬al ribasso sono stati alquanto modesti,‭ ‬come le basse adesioni agli ultimi scioperi indetti da questa organizzazione dimostrano.‭‬‬‬‬‬‬

Un conflitto sociale articolato e contraddittorio

In questo orizzonte i comportamenti radicali di settori di classe‭ (‬FoodOra,‭ ‬logistica‭)‬,‭ ‬caratterizzati da elevati livelli di combattività e di autonomia esprimono spinte che,‭ ‬certamente,‭ ‬devono essere‭ ‬sostenute e difese per i loro contenuti al fine di contrastarne il riflusso con la consapevolezza però che,‭ ‬dati i contesti generali di sconfitta,‭ ‬queste esperienze rappresentano la cuspide dello scontro di classe e,‭ ‬contemporaneamente,‭ ‬l’eccezione e non la regola del conflitto.‭‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬

Infatti vi sono anche altri problematici esempi sui quali è necessario riflettere e,‭ ‬al riguardo,‭ ‬vorrei citare quello delle elezioni della RSU alle officine Piaggio di Pontedera‭ (‬Pisa‭) ‬nel maggio us dove,‭ ‬per la prima volta,‭ ‬si è assistito al sorpasso della FIOM‭ ‬-‭ ‬CGIL da parte della FIM‭ – ‬CISL con un rafforzamento della UILM‭ – ‬UIL al punto che queste ultime due sigle detengono ora la maggioranza nella RSU.‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬

L’affermazione della USB‭ (‬un buon‭ ‬10%‭)‬,‭ ‬avvenuta in condizioni difficilissime e,‭ ‬presumibilmente,‭ ‬anche a scapito della FIOM,‭ ‬non è stata comunque tale da contrastare i nuovi equilibri tra sigle sindacali che hanno premiato il moderatismo della concertazione e non la combattività della precedente RSU.‭‬‬‬‬‬‬‬‬

Se alla Piaggio il successo della USB fosse stato tale da consentire una nuova maggioranza in RSU tra delegati USB e FIOM ad esempio,‭ ‬la cosa avrebbe anche potuto avere sviluppi positivi per l’unità dei lavoratori,‭ ‬ma il perseguimento di questo risultato imponeva alla USB una considerazione obiettiva dei rapporti di forza che è invece mancata,‭ ‬e tutto si è risolto in uno scontro tra sigle‭ ‬sindacali a totale vantaggio del neocorporativismo della CISL.‭‬‬‬‬‬

Certo che bisognerebbe riflettere anche sugli errori della FIOM‭ – ‬CGIL,‭ ‬non solo su quelli recenti e non solo alla Piaggio di Pontedera,‭ ‬ma anche sul ruolo dell’USB e delle altre sigle sindacali di base che,‭ ‬rimanendo minoritarie,‭ ‬non riescono a sviluppare concreti livelli di unità di classe.‬‬‬‬‬

Il compagno Scarinzi individua il discrimine tra sindacalismo concertativo e di classe‭ ‬nell’accordo del gennaio del‭ ‬2014‭ ‬in materia di rappresentanza,‭ ‬rispetto al quale l’opposizione della Cub è stata tanto più valida quanto più isolata,‭ ‬perché USB e Conf.‭ ‬Cobas quell’accordo lo hanno,‭ ‬infatti,‭ ‬firmato.‭ ‬Ma se alla Cub spetta il merito di essersi opposta a un accordo regressivo la questione rimane comunque mal posta:‭ ‬a cosa vale,‭ ‬infatti,‭ ‬creare nuove sigle sindacali se poi si ripercorrono le antiche vie concertative mille volte condannate e che finiscono poi per tornare a galla‭? ‬La risposta non può essere né quella‭ “‬tattica‭” ‬fornita dall’USB:‭ ‬ci siamo opposti con tutte le nostre forze,‭ ‬abbiamo perso e,‭ ‬quindi,‭ ‬firmiamo per limitare i danni‭; ‬né quella obiettivamente volontaristica fornita dalla Cub,‭ ‬volta a definire un discrimine tra sindacalismo di classe e sindacalismo concertativo al fine di ricavarsi uno spazio d’azione che le difficoltà della fase e lo scarso radicamento rendono però impraticabile.‭‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬

Oltre l’impegno e le energie profuse il sindacalismo di base pare dibattersi nell’antico dilemma:‭ ‬accettare accordi velenosi per evitare di essere emarginati,‭ ‬o rifiutarli con coerenza e determinazione per essere emarginati ugualmente.‭ ‬Mi permetto poi di aggiungere una riflessione a quelle interessanti,‭ ‬già riportate dal compagno De Agostini nella sua schematica ma efficace disamina.‭‬‬‬‬‬

Noi apprezziamo le grandi opere di architettura ma,‭ ‬il più delle volte,‭ ‬omettiamo di riconoscere e apprezzare le fondazioni che le sostengono,‭ ‬semplicemente perché‭… ‬non sono immediatamente visibili.‭ ‬D’altronde come ebbe a scrivere‭ ‬Karl von Terzaghi,‭ ‬un teorico della meccanica dei terreni:‭ “‬non c’è gloria che venga dalle fondazioni‭”‬.‭‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬

La necessità di guardare oltre le nostre reciproche esperienze

In questi ultimi trent’anni l’unica azione di contenimento non occasionale,‭ ‬non testimoniale‭ ‬e non minoritaria delle politiche e delle pratiche corporative del sindacalismo concertativo è stata posta in essere dall’opposizione‭ ‬interna alla CGIL,‭ ‬una opposizione che progressivamente crebbe e contribuì a spostare nei primi anni duemila il maggiore sindacato italiano su posizioni più avanzate dal suo tradizionale moderatismo rilanciando una stagione di lotte che,‭ ‬non ostante numerose contraddizioni e punti di caduta,‭ ‬si affermò come l’unica opposizione sociale di massa ai piani del padronato.‬‬‬‬‬‬

Nessuno si aspettava riconoscimenti,‭ ‬men che meno se li aspettano le migliaia di delegate e delegati,‭ ‬della CGIL che parteciparono a quella stagione impegnando le proprie personali risorse,‭ ‬consapevoli che la lotta di classe non è una questione di formale gratitudine.‭ ‬Quello non fu un movimento di funzionari e questa opposizione interna alla CGIL che oggi risulta ridimensionata in quantità e qualità se non addirittura subalterna in alcune sue componenti,‭ ‬ha prodotto l’affermarsi di una cultura più conflittuale tra gli iscritti e i lavoratori,‭ ‬sostenendo anche la FIOM nel suo successivo percorso di opposizione.‬‬‬‬‬‬

Ma cosa si è ottenuto in pratica‭? ‬Si è ottenuto che l’avanzare di un solo millimetro oltre il tradizionale moderatismo dei gruppi dirigenti ha prodotto spinte positive che hanno consentito di schierare la CGIL,‭ ‬sia pure temporaneamente,‭ ‬su di un terreno più avanzato aprendo spazi di intervento.‭ ‬Ciò è stato possibile con la costituzione di un tessuto militante di opposizione che ancora oggi perdura,‭ ‬sia pure ridimensionato da una logica di aree programmatiche ormai superata,‭ ‬a riprova‭ ‬che se le indicazioni sono semplici e chiare l’unità dei lavoratori e delle classi subalterne può divenire un obiettivo praticabile.‭‬‬‬‬‬‬‬‬

Basta‭? ‬No non basta e,‭ ‬infatti,‭ ‬non è bastato perché questo diffuso movimento è stata una opportunità che è rimasta tale,‭ ‬anche per l’incapacità dei rivoluzionari e degli anarchici,‭ ‬dentro e fuori alla CGIL.‬‬‬‬‬

Per concludere:‭ ‬non entro nel merito delle proposte del compagno Scarinzi circa l’unità del sindacalismo di base,‭ ‬perché sono storicamente estraneo a questa articolata esperienza che,‭ ‬pure,‭ ‬seguo con costante interesse.‭ ‬Credo infatti che si debbano considerare e comprendere anche quelle dinamiche che escono dai nostri consueti intorni ai quali tutti noi abbiamo dedicato le nostre più disinteressate risorse:‭ ‬ma la generosità e il disinteresse non bastano.‭‬‬‬‬‬‬‬

Se l’opposizione interna alla CGIL non ha retto alla prova dei fatti e risulta al momento confitta,‭ ‬vittima delle sue medesime contraddizioni interne che sono rimaste irrisolte,‭ ‬una sorte analoga‭ ‬caratterizza anche il sindacalismo di base nelle sue molteplici espressioni,‭ ‬a riprova che le contraddizioni che si vogliono ascrivere al solo sindacalismo concertativo riguardano,‭ ‬in realtà,‭ ‬ogni esperienza‭ ‬sindacale che si articola nella società capitalistica nell’epoca dell’imperialismo,‭ ‬contraddizioni che non sono suscettibili di essere aggirate con qualche scorciatoia organizzativa,‭ ‬minoritaria e volontaristica che i lavoratori e le classi subalterne dimostrano di non recepire.‭‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬

 

Umanità Nova” n. 37 del 9 dicembre 2016

Sul senso dell’indipendenza sindacale

Cosimo Scarinzi

In “Un contributo al dibattito sull’intervento sindacale”[1] il compagno Giulio Angeli offre uno stimolo e un’occasione per riprendere una questione che ritengo di non poca rilevanza: il nesso fra progettualità e forza nell’azione sindacale. Sviluppa, in particolare, un’argomentazione interessante che, a mio avviso, è opportuno, per un verso, sottoporre ad una valutazione critica ed a cui è bene rispondere con alcune puntualizzazioni.

Svilupperò, per motivi di chiarezza, le note che seguono nella forma di un dialogato, premettendo che sono perfettamente consapevole del fatto che io mi prenda il privilegio di rispondere mi pone in condizione di vantaggio. D’altro canto il mio obiettivo – sta ad altri valutare se realizzato o meno – è quello di rendere meno oscure di quanto lo siano oggi alcune questioni.

Giulio. “Il compagno Scarinzi individua il discrimine tra sindacalismo concertativo e di classe nell’accordo del gennaio del 2014 in materia di rappresentanza, rispetto al quale l’opposizione della Cub è stata tanto più valida quanto più isolata, perché USB e Conf. Cobas quell’accordo lo hanno, infatti, firmato.”

Cosimo. “Mi corre intanto l’obbligo di chiarire che, pur dando il giusto rilievo all’accordo sulla rappresentanza del 10 gennaio 2014, non ritengo affatto che sia un evento epocale. L’integrazione del movimento dei lavoratori nell’ordinamento sociale capitalistico e nell’apparato statale precede di molto quell’accordo ed è assolutamente più articolato, consolidato, strutturale.

Aggiungo poi che le organizzazioni sindacali che l’hanno costituita, RdB, per un verso, e SdL, per l’altro, hanno una lunga storia di firma di accordi che scambiano diritti dell’organizzazione contro concessioni economiche, normative, occupazionali allo stato ed al padronato a danno dei lavoratori in nome del “principio di realtà” o, se si vuole essere più raffinati, del “Primum vivere, deinde philosophari” anche se, va riconosciuto, si tratta di accordi decisamente meno rilevanti dell’accordo del 10 gennaio 2014.

Quell’accordo, in particolare, è importante non perché sia una sorta di astratta frontiera fra “buoni” e “cattivi” ma perché cede sul tema delicatissimo della libertà di azione, organizzazione, sciopero in cambio di alcuni sia pur importanti diritti.

Rifiutarlo dunque a costo di pagare un prezzo importante per questo rifiuto significa affermare una cosa semplicissima e fondamentale: con tutti i limiti, le ambiguità, le stesse contraddizioni dell’azione sindacale, è necessaria, quantomeno sulle questioni essenziali, coerenza fra pensiero e azione, fra dichiarazioni e comportamenti. Significa, in altri termini, affermare nei fatti la possibilità e, comunque la scelta, di un movimento indipendente dei lavoratori. Non mi pare poco.”

Giulio. “(…) la questione rimane comunque mal posta: a cosa vale, infatti, creare nuove sigle sindacali se poi si ripercorrono le antiche vie concertative mille volte condannate e che finiscono poi per tornare a galla?”

Cosimo. “Su questo c’è il mio pieno accordo. Aggiungerei, a cosa vale sostenere vecchie sigle sindacali che percorrono convintamente le antiche vie concertative mille volte condannate e che vale poco criticare a parole e favorire a fatti militando al loro interno.”

Giulio. “La risposta non può essere né quella “tattica” fornita dall’USB (ci siamo opposti con tutte le nostre forze, abbiamo perso e, quindi, firmiamo per limitare i danni); né quella obiettivamente volontaristica fornita dalla Cub, volta a definire un discrimine tra sindacalismo di classe e sindacalismo concertativo al fine di ricavarsi uno spazio d’azione che le difficoltà della fase e lo scarso radicamento rendono però impraticabile.“

Cosimo. “Perché non può essere? Intanto è nel senso che esiste. Nell’area del sindacalismo di base vi sono state scelte diverse, queste scelte sono state motivate sulla base di un’idea generale della natura e funzione del sindacato che si intende costruire. Il fatto che le dimensioni di questi sindacati siano inferiori a quelle di CGIL CISL UIL toglie magari rilevanza alle loro scelte – probabilmente molti lavoratori, che peraltro non hanno molto interesse di regola nemmeno per le scelte di CGIL CISL UIL, non sono informati sull’accordo del 10 gennaio 2014 e sul dibattito che ha attraversato il sindacalismo di base – ma non toglie loro dignità politica.”

Giulio. “Oltre l’impegno e le energie profuse il sindacalismo di base pare dibattersi nell’antico dilemma: accettare accordi velenosi per evitare di essere emarginati, o rifiutarli con coerenza e determinazione per essere emarginati ugualmente.”

Cosimo. “Frase a modo suo illuminante, affermazione elegante il cui contenuto però è, lasciamelo dire, sin troppo brutale. In fondo affermi che il sindacalismo di base è irrilevante e qualsiasi scelta faccia resta tale. È come se dicessi: parce sepulcro.”

Ora, io credo che proprio l’ultima asserzione meriti una riflessione, nei limiti del possibile, pacata. A sostegno della tesi del compagno Giulio Angeli vi è un dato di realtà sin troppo evidente: la grande maggioranza dei lavoratori e delle lavoratrici che aderiscono ad un sindacato sono iscritti a CGIL, CISL, UIL o a sindacati autonomi altrettanto inseriti nel meccanismo della concertazione come CISAL, CONFSAL, CSA, UGL ecc. e, per soprammercato, questi sindacati non hanno subito, nonostante scelte criticabilissime e, in alcuni casi, vivacemente criticate, fuoriuscite di consistenza rilevante – al contrario, quando dirigenti o gruppi di dirigenti sindacali ne sono usciti, anche con un certo qual clamore mediatico, non hanno portato affatto con sé masse rilevanti di lavoratori.

Proprio su questa questione però non è corretto, almeno a mio avviso, utilizzare come unico criterio di giudizio il calcolo della consistenza associativa delle singole organizzazioni: non per un aristocratico disprezzo nei confronti dei lavoratori così come sono, ma sulla base del fatto che un sindacato, quantomeno per un libertario, non può essere valutato alla stregua di un supermercato.

Se, infatti, giudichiamo un sindacato non sulla base del “successo” commerciale ma dell’efficacia nella lotta per la tutela degli interessi dei lavoratori – si badi bene, non sto ipotizzando un sindacato rivoluzionario, mi accontento di un sindacato classista – la consistenza associativa va valutata in maniera realistica.

Un sindacato che abbia un numero rilevantissimo di iscritti che sono tali, faccio un caso assolutamente comune, perché fornisce a prezzo conveniente – e reso possibile dalla presenza di finanziamenti statali e padronali – servizi di varia natura, non solo non è in grado di sviluppare lotte radicali ed efficaci ma ha tutte le ragioni per temerle, visto che determinerebbero la rottura degli accordi che gli garantiscono risorse economiche, diritti, ruolo e potere.

Non solo: questo tipo di sindacato – simile a quei grandi eserciti mercenari che si aggiravano in Europa nel diciassettesimo secolo ed i cui capi avevano cura di evitare scontri che ne avrebbero messo a repentaglio la consistenza e messa alla prova la combattività – tratta rigorosamente prima sui propri interessi in termini di finanziamenti e diritti e solo poi su quelli generali dei lavoratori, sino al punto da scambiare questi con quelli. La cosa la si è potuta ampiamente vedere di recente nei casi del contratto dei metalmeccanici che ha posto definitivamente fine all’anomalia FIOM, che tanto ha racconsolato in questi anni molte brave persone progressiste e di sinistra, e dell’intesa sui contratti del pubblico impiego che ha, nei fatti, rimesso in piedi la concertazione nel settore pubblico dopo anni di proclami anticoncertativi del governo, in cambio di concessioni salariali ampiamente oltre i limiti del ridicolo. Se quanto sinora rilevato non è del tutto sbagliato, ne consegue che:

  • le dimensioni formali di un’organizzazione sindacale non ne misurano la forza e l’efficacia, che dipendono necessariamente anche da altri fattori quali la capacità di sviluppare, coordinare, condurre a buon fine conflitto. (Naturalmente quest’asserzione, come qualsivoglia asserzione, se portata oltre i limiti di validità, diventa una sciocchezza. È ovvio che un sindacato, e cioè non un’organizzazione politica che ha altre regole d’ingaggio, deve avere o, quantomeno, puntare ad avere una presenza non marginale fra i lavoratori);

  • l’indipendenza dal padronato e dalla stato non risponde ad un’esigenza di purezza, anche se un’esigenza quantomeno di coerenza e di decenza non fa assolutamente male, ma è funzionale alla possibilità di promuovere lotte efficaci e tali da dare risultati. Faccio, a questo proposito, alcuni esempi concreti: in settori strategici come quello dei trasporti e dell’igiene urbana, una serie di recenti mobilitazioni che hanno avuto, e speriamo – e per noi “sperare” significa agire perché la speranza si realizzi – avranno, una forte adesione ed efficacia, i sindacati che NON hanno firmato, pagando dazio, l’accordo infame hanno potuto indire sciopero mentre quelli, più realisti ed avvertiti secondo il senso comune, che l’hanno firmato hanno dovuto stare fermi.

In sintetica conclusione, se il sindacato che riteniamo utile deve essere uno strumento funzionale ad organizzare la lotta, ne consegue che non può essere un corpaccione molliccio, malato, corrotto ma deve essere, al contrario, adeguato allo scontro, capace di produrre una cultura del conflitto, libero di muoversi e quindi senza obblighi da onorare e favori da restituire.

Certo, lo sviluppo di un sindacalismo conflittuale, classista, radicale non risponde a tutte le esigenze della lotta fra le classi e dei movimenti di opposizione sociale; al contrario serve molto altro e su più terreni, ma è una condizione ineludibile per lo sviluppo di una reale opposizione sociale ed assolutamente favorevole alla stessa crescita di una forte area propriamente libertaria.

NOTE:[1] ANGELI, Giulio, “Un contributo al dibattito sull’intervento sindacale”, in Umanità Nova n.36 / 2016

 

 

"Umanità Nova” n. 37 del 9 dicembre 2016

Una possibile risposta

Enrico Moroni

Debbo confessare che ho letto con un certo stupore e curiosità l’articolo del compagno Cosimo Scarinzi (ci si conosce da una vita) “Lo sciopero generale che c’interroga”, uscito in contemporanea con altri interventi in parte similari in questo periodo nella stampa anarchica, innanzitutto sollevando un interrogativo: perché ora tali considerazioni?

Faccio presente che ci sono state stagioni, non molti anni fa, in particolare dopo la formazione di USB a seguito della rottura con la CUB, dove si facevano normalmente scioperi generali rigorosamente separati, obbiettivamente con motivazioni molto minori di quelle attuali. C’è stato poi un momento in cui tali componenti si sono accordate in funzione dello sciopero generale unitario per ritornare subito dopo più nemici di prima. L’USI-AIT, che in quella fase non veniva neanche convocata nelle riunioni di segreterie, esprimeva una posizione precisa, critica rispetto a quelle decisioni prese dalle ristrette segreterie, proponendo delle Assemblee unitarie di tutti i militanti ed esponenti di tutta la galassia delsindacalismo di base ed alternativo per decidere tutti assieme alla base sugli obbiettivi, programmi e tempi di andare ad uno sciopero generale unitario con una prospettiva di più ampio respiro nella continuazione anche dopo lo sciopero stesso. Su questo modo di affrontare la questione dell’unitarietà nessuno si esprimeva, né all’interno delle proprie organizzazioni né all’esterno per quel che mi risulta. In tale situazione da parte dell’USI-AIT , pur mantenendo tali motivazioni critiche, per non rompere il fronte anche di quella tenue unitarietà realizzata, si decideva di partecipare allo sciopero generale con una proclamazione in modo autonomo e una piattaforma propria.

È evidente, come lo stesso Cosimo ha fatto presente, quando parte del Sindacalismo di Base, dopo aver criticato duramente l’accordo del 10 gennaio 2014 l’ha poi sottoscritto, si è creata una situazione senza precedenti con cui oggi siamo costretti a fare i conti. È questa la vera novità con cui si deve ragionare al presente.

La stessa proposta dell’USI di creare unitarietà attraverso la pratica di assemblee di base del sindacalismo alternativo trova un muro ben solido davanti con cui fare i conti. Tutto diventa più complicato.

Già prima, anche quando con lo sciopero generale si riusciva ad unificare il sindacalismo di base, lo si sapeva bene che era di un impatto comunque inferiore a quello che realmente occorreva per raggiungere gli obbiettivi preposti, ma è già molto importante che il sindacalismo alternativo riesca a mobilitare e colpire nei luoghi di lavoro dove ha conquistato uno spazio importante.

Alla domanda perché fare dei scioperi generali che non hanno l’impatto dovuto al raggiungimento immediato degli obbiettivi proposti, una prima risposta, a mio avviso, è la coerenza, perché di fronte a tutto quello che sta accadendo, leggi e accordi che eliminano progressivamente le principali conquiste che sono costate dure lotte, e la critica che facciamo alle Confederazioni sindacali che avvallano tutto questo con una finta opposizione a parole oppure danno sfogo alla pressione interna con qualche finto sciopero, non possiamo non dare comunque una nostra risposta. Gli stessi “entristi” nei sindacati Confederali che s’illudono di muovere il pachiderma immobile con delle punture di zanzara, sarebbero i primi a ridire: “siete solo buoni a criticare ma non fate niente di alternativo”.

Quando lavoravo in Telecom i sindacati Confederali facevano dei rinnovi contrattuali, come in tutte le altre categorie, presentando delle piattaforme che ogni volta proponevano la riduzione dei diritti e delle conquiste fatte, per cui ci si rifiutava di scioperare in tale contesto. Ma per non dare spazio ad un interessata critica di “crumiraggio” che avrebbe sicuramente vanificato la validità delle nostre critiche, ci si organizzava autonomamente con una piattaforma alternativa sostenuta con scioperi dell’intera giornata, superiori a quelli dei Confederali, pur con partecipazioni di minoranze. Il principio, rapportato allo sciopero generale, è lo stesso. In un certo senso siamo praticamente obbligati a farlo, anche per la sola coerenze oltre per le stesse necessità, come lo stesso Cosimo riconosce in alcuni passaggi, di mantenere vitale un organismo, quale quello sindacale, che altrimenti si atrofizza.

Per ultima considerazione c’è sempre la necessaria aspirazione, di fronte al forte malcontento che ci circonda e che non trova uno sbocco, che questi momenti di scioperi generali possano essere un valido stimolo per la ripresa di un più ampio fronte di lotta come necessiterebbe la situazione presente.

Certo si può anche fare altro, come viene suggerito, anzi è necessario soprattutto fare anche altro, come quello di portare la radicalità dello scontro nelle situazioni dove siamo presenti. Questo non deve essere l’alternativa ma la necessaria articolazione dello scontro, fatto di momenti locali e generali. È anche vero che certe cose si possono fare come semplice iniziative di propaganda, come assemblee ,manifestazioni, volantinaggi, ma tutto questo è il corollario di un necessario sbocco dello sciopero. L’organizzazione sindacale non è un circolo culturale, ma un organismo la cui attività principale è legata alla sua capacità d’intervenire attraverso lo sciopero, altrimenti nega la sua missione principale.

Per quanto poi riguarda la differenza degli scioperi del 21 ottobre e del 4 novembre, essa non è costituita solamente dal fatto che USB, tra i principali promotori, è firmataria dell’accordo del 10 gennaio. Non può essere sfuggita all’attenzione, a chi entra nel merito, la forte carica di istituzionalità attribuita da tutti i sindacati promotori nell’appoggio alla campagna referendaria per il No, che a nostro avviso era una montagna insormontabile. È lo stesso errore di ignorare questo aspetto, non so quanto intenzionalmente, l’ha fatto la componente “No Austerity” nella foga di fare l’appello allo sciopero unitario , attribuendo alla sola questione della firma del famigerato accordo il “pretesto” per non fare lo sciopero unitario.

Voglio far presente che come USI abbiamo perfino scioperato nella stessa giornata con la FIOM, pur con modalità e piattaforma distinta, quando questa era stata oggetti di pesante attacco da parte di Marchionne, perché si colpiva anche l’intero sindacalismo conflittuale. Abbiamo come USI partecipato alla manifestazione di Piacenza dopo l’assassinio di Abd Elsalam Ahmed, anche se già l’USB ne faceva una propria bandiera di propaganda. Quando è necessario vanno scavalcati certi confini, ma nella chiarezza e quando ci sono in gioco questioni condivisibili. Non siamo disponibili, come nel caso del 21 ottobre, dare copertura a chi aveva fatta una scelta istituzionale spacciandola per lotta di classe. Era necessario, nel caso, che il Re apparisse nudo qual era. Ed era altrettanto necessario indicare, nello stesso momento, che uno sciopero generale su basi conflittuali era realmente possibile.

Voglio anche far presente che sia nello sciopero generale del 18 marzo che in quello del 4 novembre sono stati messi nella piattaforma d’indizione i principale problemi nello scontro di classe in questa fase, nella prospettiva di sviluppare successivamente azioni unitarie. Va rimarcato come lo sciopero contro la guerra e le spese militari era uno dei temi principali messi all’attenzione. Dopo lo sciopero del 18 marzo siamo riusciti con le stesse componenti ad indire una importante manifestazione a Milano contro il consolato francese e di solidarietà con la lotta in Francia. Dopo quella del 4 novembre si è riusciti da parte degli stessi promotori ad organizzare nella giornata del 12 novembre una importante manifestazione contro il governo Turco con una fortissima partecipazione della componente Curda. Sono passi importanti nella prospettiva della necessaria unitarietà di azione.

Ma adesso arriviamo alla doccia fredda in questo cammino periglioso, che riguarda proprio l’unità importante da realizzare nelle situazioni aziendali. La stiamo mettendo a dura prova proprio in una struttura ospedaliera significativa come la “Sacra Famiglia” di Cesano Boscone dove la linea portata avanti dalla sezione USI è diametralmente opposta a quella della CUB e dove risiede il segretario nazionale della sanità di tale sindacato. L’azienda, dopo tanti sacrifici imposti ai suoi dipendenti li ha ricattati, per ridurre i costi, con il passaggio della maggior parte dei lavoratori assunti con il contratto Aris a quello dell’Uneba, di costo inferiore. Dopo un primo sciopero unitario, molto partecipato e con una forte manifestazione ai cancelli, già il giorno dopo è stato firmato l’accordo, già ventilato in precedenza dall’azienda stessa, da Cisl, Cgil e la stessa CUB, rompendo il fronte sindacale in netta contrapposizione con USI e Cobas. L’accordo prevede 4 giorni di ferie in meno e 3 anni senza incentivo alla produzione, senza alcuna garanzia che passato tale periodo l’azienda non imponga il contratto Uneba a tutti dipendenti. Questi sì che sono sintomi molto preoccupanti, a mio avviso, su che china sta prendendo il sindacato di base, anche quello non “firmatario dell’accordo del 10 gennaio”, ma che si regge sul “funzionariato”.

 

Umanità Nova” n. 3 del 29 gennaio 2017

Per la libertà del sindacato o per la libertà dei lavoratori?‬‬‬

Tiziano Antonelli

I commenti successivi alla sentenza della Corte Costituzionale,‭ ‬che ha dichiarato improponibile il referendum proposto dalla CGIL per il ripristino dell’articolo‭ ‬18‭ ‬dello Statuto dei Lavoratori,‭ ‬sono orientati per la maggior parte a mettere in evidenza l’asservimento della Corte alla volontà del Governo Italiano e di quello europeo,‭ ‬nonché agli interessi dei grandi gruppi capitalistici.‭ ‬Si tratta in genere di lamentele sulla svolta autoritaria che travolge i diritti dei lavoratori,‭ ‬stravolge la costituzione,‭ ‬stravolge l’indipendenza nazionale.

Significativa è la presa di posizione della rete Clash City Workers che,‭ ‬commentando la sentenza,‭ ‬afferma che la causa della sentenza è stata la paura,‭ ‬la paura che si è impadronita dei capitalisti all’indomani del risultato del referendum sulla modifica della costituzione,‭ ‬la paura di un nuovo quattro dicembre,‭ ‬sul terreno della giustizia sociale e della lotta.‭ ‬La riflessione dei CCW non riesce a vedere la contraddizione tra la pratica referendaria,‭ ‬alimentata dal feticismo della costituzione e della magistratura,‭ ‬e l’azione diretta,‭ ‬l’autorganizzazione del movimento operaio.
Non posso fare a meno di segnalare la riflessione di Antonio Moscato che,‭ ‬dopo aver adombrato le responsabilità della stessa CGIL nella bocciatura del referendum,‭ ‬mette in guardia verso le scorciatoie referendarie:‭ ‬i referendum,‭ ‬anche se vinti,‭ ‬rimangono carta straccia se manca una forza capace di non temere lo scontro,‭ ‬pur di imporne il rispetto.‭ ‬Per ricostruire questa forza,‭ ‬secondo Moscato,‭ ‬bisogna abbandonare le illusioni referendarie e ritornare alle esperienze degli albori del movimento operaio,‭ ‬che non godevano certo del favore delle istituzioni.
La riflessione di Antonio Moscato è particolarmente significativa perché proviene da un militante storico di quella che un tempo si chiamava Nuova Sinistra.‭ ‬Militante della IV internazionale e dei Gruppi Comunisti Rivoluzionari,‭ ‬ha militato in Rifondazione Comunista con Livio Maitan,‭ ‬per poi uscirne e dar vita prima a Sinistra Critica e poi a Sinistra Anticapitalista.‭ ‬Solo due anni fa,‭ ‬Antonio Moscato scriveva cose ben diverse a proposito dell’avventura alle elezioni europee della lista Tsipras.‭ ‬Evidentemente,‭ ‬almeno in vecchiaia,‭ ‬la vecchia talpa ha imparato dai propri errori.‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬

In realtà la questione dell’articolo‭ ‬18‭ ‬pone molti interrogativi,‭ ‬e le continue sconfitte delle forze legalitarie pongono nuovi problemi al movimento anarchico.‭ ‬Ogni referendum,‭ ‬ogni elezione ci pone di fronte alla necessità di non chiuderci in un atteggiamento dogmatico,‭ ‬in un astensionismo fine a sé stesso,‭ ‬che finisce per disprezzare quella parte delle masse che continua a recarsi alle urne.‭ ‬Se l’astensionismo sta crescendo,‭ ‬e si va trasformando in un vero movimento di massa,‭ ‬incrinando le granitiche certezze di marxisti navigati come Antonio Moscato,‭ ‬spetta agli anarchici dare a questo movimento delle prospettive di lotta concrete,‭ ‬affinché dalla sfiducia e dal disinganno non si passi alla rassegnazione e all’immobilismo.‭ ‬In altre parole,‭ ‬spetta in primo luogo al movimento anarchico,‭ ‬alla sua componente più organizzata e dotata di un vero programma politico,‭ ‬mostrare come sia possibile dare altre soluzioni ai problemi posti dai referendum,‭ ‬soluzioni in genere più efficaci,‭ ‬che portino le masse a fare veramente affidamento sulle proprie forze,‭ ‬e non su quella parodia rappresentata dall’inserimento di un pezzo di carta in un’urna.‭ ‬Spetta agli anarchici spingere il proletariato,‭ ‬le masse popolari a pretendere e imporre‭ ‬tutti i miglioramenti,‭ ‬tutte le libertà senza aspettare che vengano elargite dalle istituzioni o dal governo,‭ ‬anzi considerando con odio e disprezzo chiunque stia o voglia andare al governo.
Nonostante le affermazioni di tanti autorevoli commentatori,‭ ‬il tema dell’articolo‭ ‬18‭ ‬e più‭ ‬in generale delle libertà sindacali,‭ ‬assemblee,‭ ‬distacchi,‭ ‬permessi,‭ ‬trattenute e quant’altro,‭ ‬non sono considerati dalla maggioranza dei lavoratori come diritti propri,‭ ‬ma come diritti dell’organizzazione sindacale.‭ ‬Nel migliore dei casi,‭ ‬i lavoratori meno coscienti guardano con sufficienza il sindacato che non‭ ‬è‭ ‬in grado di difendere i propri diritti,‭ ‬i propri rappresentanti.‭ ‬Se quel sindacato non‭ ‬è‭ ‬in grado di difendere i propri diritti,‭ ‬sembrano dire,‭ ‬come può difendere i diritti degli altri,‭ ‬dei lavoratori‭? ‬Nel peggiore dei casi,‭ ‬invece,‭ ‬vedono nei distacchi e nei permessi a disposizione degli attivisti sindacali dei privilegi per vagabondi e piantagrane.

In Italia,‭ ‬la grande stagione dei licenziamenti politici si‭ ‬è‭ ‬conclusa negli anni‭ ‘‬80‭ ‬del secolo scorso.‭ ‬In quel periodo,‭ ‬nelle grandi fabbriche,‭ ‬decine di avanguardie combattive,‭ ‬militanti rivoluzionari furono cacciati con la complicità dell’apparato della CGIL e dell’allora Partito Comunista:‭ ‬con la scusa del terrorismo si liberarono di pericolosi concorrenti.‭ ‬Oggi i pochi lavoratori combattivi si trovano sempre sotto il ricatto della CGIL.‭ ‬L’esperienza storica ci fa capire che quella della CGIL sull’articolo‭ ‬18‭ ‬è‭ ‬stata una sceneggiata,‭ ‬per distrarre l’attenzione dai continui attacchi alla rappresentanza e alle libertà sindacali di chi non‭ ‬è‭ ‬allineato.‭ ‬Se ci fosse ancora qualche dubbio sulla malafede,‭ ‬basta pensare al destino del referendum sulla buona scuola,‭ ‬che non ha raccolto nemmeno le firme degli iscritti a questa organizzazione.

Purtroppo c‭’‬è‭ ‬da dire che anche in questo campo le organizzazioni politiche e sindacali maggioritarie hanno fatto ben poco per responsabilizzare i militanti di base,‭ ‬per diffondere la cultura della solidarietà e un’etica di classe.‭ ‬Piuttosto,‭ ‬il tema dell’interesse si‭ ‬è‭ ‬pian piano spostato dall’interesse storico a quello immediato,‭ ‬dall’interesse generale a quello personale.‭ ‬Anche in questo campo il movimento anarchico può fare molto per spostare l’accento dall’interesse alla prospettiva della trasformazione sociale,‭ ‬sul terreno dell’unità e dell’autonomia di classe. Può‭ ‬far molto soprattutto sul terreno dell’organizzazione operaia:‭ ‬è‭ ‬ovvio che se gli attivisti sindacali sul posto di lavoro sono solo terminali di burocrazie esterne,‭ ‬propagandisti di tematiche sindacali lontane dai bisogni della classe,‭ ‬i lavoratori non potranno appassionarsi delle loro traversie.‭ ‬Prima di costruire un movimento di lotta che,‭ ‬fra l’altro,‭ ‬imponga il rispetto delle libertà sindacali alla controparte,‭ ‬occorre rovesciare la piramide dei sindacati di Stato,‭ ‬occorre che i lavoratori sentano il sindacato come un proprio strumento,‭ ‬vedano nell’attivista sindacale il proprio delegato,‭ ‬e non un burattino mosso da un centro lontano dal luogo di lavoro,‭ ‬quando non dalla controparte stessa.‭ Gli anarchici sono gli unici che,‭ ‬nelle lotte quotidiane,‭ ‬anche sul posto di lavoro,‭ ‬portano la prospettiva della rivoluzione sociale‭; ‬spetta quindi in primo luogo a loro,‭ ‬con l’esempio e la propaganda,‭ ‬con l’agitazione e l’organizzazione,‭ ‬superare le divisioni ideologiche e sbarazzare le organizzazioni dei lavoratori dagli imbroglioni e dai traditori.‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬

 

 

Umanità Nova” n. 7 del 26 febbraio del 2017

Una ineludibile questione di tattica

Giulio Angeli

L’articolo del Compagno Tiziano Antonelli‭ ‬“Per la libertà del sindacato o per la libertà dei lavoratori?”‬‬‬ ‬(Umanità nova del‭ ‬29/01/2017‭) ‬introduce alcune questioni sulle quali vorrei avviare una riflessione.‬‬‬‬‬‬‬‬‬

Premesso che quella del tradimento è una categoria politica le cui implicazioni ne sconsigliano l’utilizzo,‭ ‬l’affermazione secondo la quale gli anarchici sarebbero gli unici a portare sul posto di lavoro‭ ‬“la prospettiva della rivoluzione sociale‭”‬ è troppo arbitraria per essere spesa con successo in ambiti diversi da quelli del nostro movimento.‬‬‬‬‬‬‬‬‬

Vie e mezzi

La prospettiva rivoluzionaria che persegue gli interessi storici delle classi subalterne e attiene alla strategia dell’organizzazione sindacale ma anche,‭ ‬va detto,‭ ‬a quella dell’organizzazione politica,‭ ‬è questione troppo complessa per essere risolta anteponendo le nostre migliori intenzioni alla realtà sociale.‭

‬Questo perché‭ ‬la difesa degli interessi storici delle classi subalterne s’intreccia con la difesa degli interessi immediati di queste,‭ ‬concretandosi nella concezione estensiva del sindacato dei lavoratori opposta,‭ ‬per funzioni,‭ ‬ruoli e obbiettivi a quella restrittiva e corporativa del sindacato‭ ‬“per i lavoratori‭”‬,‭ ‬perseguita dai sindacati concertativi.‭‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬ In ogni caso all’interno del movimento sindacale,‭ ‬inteso nella sua accezione più ampia,‭ ‬vi sono minoranze che hanno ben presente la necessità di costruire un sindacato più rappresentativo e che verso questa prospettiva orientano la loro azione.‭ ‬Queste minoranze sono costituite da svariate migliaia di compagne e compagni presenti anche nella CGIL,‭ ‬sia pure ridimensionate rispetto a stagioni migliori.‭‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬

Queste minoranze sono politicamente eterogenee e tra di esse non si sventola la bandiera rossa e nera dell’anarchia,‭ ‬ma si ascoltano con rinnovato interesse i richiami al sindacalismo libertario,‭ ‬alle sue pratiche e alla necessità per far sì che‭ ‬“…i lavoratori sentano il sindacato come un proprio strumento‭…”‬,‭ ‬come giustamente afferma il compagno Antonelli nel sopra citato articolo.‭‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬Il problema allora è capire perché l’anarchismo non riesce a intercettare queste minoranze che‭ ‬“muovono la storia‭”‬ e costituiscono il migliore veicolo per accedere alla grande massa delle lavoratrici e dei lavoratori.‭‬‬‬‬‬‬‬‬‬

Quali sono,‭ ‬quindi,‭ ‬le vie e i mezzi opportuni con i quali è possibile entrare in sintonia con queste realtà del mondo del lavoro‭? ‬È certamente una questione di programma,‭ ‬ma inquadrata in una dimensione tattica però,‭ ‬dalla quale il compagno Antonelli mi pare prescinda.‭ ‬Questa omissione ha le sue conseguenze che consistono,‭ ‬a mio avviso,‭ ‬nella marginalità che l’anarchismo pare rassegnato a svolgere all’interno del mondo del lavoro.‭‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬

In questa valutazione critica sullo stato dell’anarchismo non mi sfuggono certo i contenuti libertari,‭ ‬talvolta rilevanti,‭ ‬che percorrono la realtà sociale e secondo i quali l’anarchismo parrebbe godere buona salute.‬‬‬‬‬‬

Però,‭ ‬analizzando questi contenuti,‭ ‬se da una parte riceviamo la conferma delle nostre ragioni dobbiamo,‭ ‬dall’altra,‭ ‬riconoscere anche le difficoltà che l’anarchismo manifesta nel trovare interlocuzioni sociali concrete da porre alla base della propria strategia rivoluzionaria,‭ ‬perché nella dinamica del conflitto tra capitale e lavoro si pesa per quello che si esprime socialmente.‭‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬

Ciò presuppone il radicamento nostro,‭ ‬non solo nella società in generale ma anche nella classe medesima:‭ ‬un radicamento che,‭ ‬rimanendo nella dimensione sindacale,‭ ‬appare alquanto fragile proprio perché,‭ ‬oltre gli enunciati,‭ ‬non è efficacemente praticata l’unità delle lavoratrici e dei lavoratori,‭ ‬la più ampia possibile,‭ ‬da realizzarsi in base alla difesa dei loro interessi immediati.‭‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬

Evolversi dall’arroccamento

Invece l’anarchismo si è arroccato,‭ ‬decidendo di giocare la partita in casa propria e su terreni sindacali ritenuti ad esso più consoni.‭ ‬Ciò si è realizzato in base a un diffuso senso di opportunità,‭ ‬che ha spinto ad agire per comunanza ideologica anziché per necessità tattica.‭‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬

Questa scelta,‭ ‬che si è configurata come una scorciatoia rispetto alle diffuse tendenze riformiste che ancora esercitano il proprio ruolo di comando,‭ ‬ha progressivamente sostituito alla concreta realtà di classe con tutte le sue contraddizioni,‭ ‬alcuni comportamenti di avanguardia i quali,‭ ‬rappresentando la cuspide del movimento sindacale,‭ ‬esprimono contenuti non generalizzabili a contesti più ampi.‭‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬

Quest’ultima considerazione non intende sottovalutare le esperienze più avanzate del conflitto:‭ ‬al contrario,‭ ‬esse devono essere difese nella loro reale estensione per quanto concerne gli obiettivi e i metodi di lotta espressi.‭ ‬Tuttavia,‭ ‬è essenziale riconoscere che la difesa di queste esperienze e la loro generalizzazione può avvenire solo in un vasto processo di unità delle lotte che nell’attuale fase di sconfitta si manifesta in modo discontinuo:‭ ‬questo processo deve essere ricostruito prestando grande attenzione ai livelli reali dei rapporti di forza tra capitale e lavoro,‭ ‬che in questa fase tirano nel senso del capitale e,‭ ‬al riguardo,‭ ‬svolgo due esempi.‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬

Primo esempio:‭ ‬l’intervento che alcune organizzazioni del sindacalismo di base stanno efficacemente conducendo in importanti settori quali la logistica,‭ ‬esprime la tendenza per la quale i contenuti avanzati di una lotta tendono a rimanere limitati al terreno vertenziale e categoriale:‭ ‬si sviluppano cioè‭ “‬a macchia di leopardo‭” ‬ e non trovano collegamenti significativi con altre realtà territoriali anche nei medesimi settori di riferimento,‭ ‬a riprova che la rete sulla quale si ritiene di costruire un processo di unità di classe non riesce a estendersi ad altri settori che,‭ ‬certamente più arretrati ma maggioritari,‭ ‬continuano a subire passivamente il comando riformista o i vasti processi di desindacalizzazione.‭‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬

Secondo esempio:‭ ‬si può e si deve essere critici nei confronti della FIOM,‭ ‬i cui gruppi dirigenti hanno rappresentato,‭ ‬almeno fino agli anni‭ ’‬80‭ ‬del novecento,‭ ‬l’essenza del sindacalismo riformista con tutte le implicazioni negative del caso che si allungano fino a oggi:‭ ‬ma quando la FIOM intraprende un percorso che sposta la categoria su posizioni più avanzate gli anarchici non dovrebbero,‭ ‬così come è stato,‭ ‬scartare a priori l’ipotesi di intervenirci dentro.‭ ‬Non si è fatto,‭ ‬e si è persa una preziosa occasione di crescita perché la scelta di intervenire in altre e più qualificate istanze del sindacalismo di base,‭ ‬per altro in ordine sparso,‭ ‬ha prodotto risultati irrilevanti.‭‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬

Il processo di unità di classe è per sua natura dinamico,‭ ‬caratterizzato cioè da comportamenti sociali differenziati e contraddittori che devono essere colti nella loro interezza,‭ ‬anche quando si distaccano dai contenuti nostri,‭ ‬il che si verifica nella stragrande maggioranza dei casi:‭ ‬per cui‭ ‬“la questione riformista‭” ‬non è suscettibile di essere aggirata con qualche tentativo particolare sia pure significativo,‭ ‬ma è necessario un salto di qualità.‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬

È necessario iniziare a gettare ponti tra le varie esperienze di lotta inevitabilmente caratterizzate da cuspidi e declini,‭ ‬per evitare che le esperienze più avanzate,‭ ‬ma minoritarie,‭ ‬procedano da sole esaurendosi nell’isolamento e che le altre,‭ ‬più arretrate e maggioritarie,‭ ‬continuino a subire la subalternità al riformismo,‭ ‬per altro espandendosi.‭‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬

Unire e non divaricare le rive

Ho già affermato che,‭ ‬al riguardo,‭ ‬la questione è eminentemente tattica e la esprimo in tutta chiarezza:‭ ‬l’anarchismo non è stato evidentemente in grado di sfruttare le diffuse opportunità che l’opposizione interna alla CGIL ha presentato in questi ultimi venticinque anni,‭ ‬liquidandola senza appello come un terreno inquinato‭ ‬“dal veleno riformista‭”‬,‭ ‬pagando il prezzo elevatissimo di rinunciare volontariamente all’interlocuzione con decine di migliaia di lavoratrici e di lavoratori che si erano spostati su posizioni di classe.‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬

Ci si è invece rivolti a compagne e compagni impegnati a costruire una strategia e una prassi sindacale sulla quale costruire l’opposizione ai piani del capitale:‭ ‬ma in virtù della scarsa consistenza delle organizzazioni sindacali non confederali questa via non può essere efficacemente perseguita perché alla fine contano i numeri,‭ ‬e siccome i numeri non ci sono si dirotta verso la difesa degli interessi dei lavoratori da realizzarsi attraverso la costruzione di quel sindacato di classe costantemente enunciata,‭ ‬ma che la grande maggioranza delle lavoratrici e dei lavoratori ignorano,‭ ‬non ostante alcune eccezioni che però non spostano la sopraddetta‭ ‬tendenza generale al disinteresse.‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬

Non credo che nessuno possa richiedere passi indietro a qualcun altro:‭ ‬ma la definizione di una tattica di intervento sindacale adeguata alla reale condizione di classe,‭ ‬una tattica che si emancipi dall’autoreferenzialismo,‭ ‬deve essere posta in essere con urgenza fuori e dentro alla CGIL.‭‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬

Le compagne e i compagni che all’anarchismo fanno riferimento,‭ ‬e che agiscono all’interno delle organizzazioni sindacali esistenti,‭ ‬dovrebbero quindi tendere a gettare ponti visibili tra le loro diverse esperienze sindacali anziché impegnarsi attivamente a divaricare le rive,‭ ‬così come da troppo tempo sta accadendo all’interno del movimento anarchico.‬‬‬‬‬‬‬‬‬

D’altronde la mancanza del senso della realtà che ancora perdura‭; ‬il rifugiarsi nelle sicurezze rivoluzionarie adamantine che però rimangono patrimonio di gruppi ristrettissimi‭; ‬il rinunciare al confronto con quelle diffuse realtà di classe che si muovono anche in ambiti molto distanti dall’anarchismo come nell’odiatissima CGIL,‭ ‬per la quale si antepone la caricaturizzazione all’analisi della sua concreta funzione sociale,‭ ‬tutto questo costituisce la riprova di un ritardo dell’anarchismo:‭ ‬un ritardo‭ ‬che è urgente superare e‭ ‬che l’articolo del compagno Antonelli ha il pregio di esprimere con grande efficacia.‭‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬

 

 

Umanità Nova” n. 7 del 26 febbraio del 2017

Questione sindacale, ‬siamo tutti battilocchi?‬‬‬‬‬‬

Cosimo Scarinzi

Capita sovente quando si svolge una critica dei pregiudizi‭ ‬ideologici che annebbiano la corretta comprensione di una questione di far riferimento al termine napoletano‭ “‬battilocchio‭” ‬reso celebre dalla canzone di Totò‭ “‬Piccerella,‭ ‬piccerè‭” ‬magistralmente interpretata da Nino Taranto (https://www.youtube.com/watch?v‭=‬7hYv‭_‬4gp6X4) ,‭ ‬nei deliziosi versi‭‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬

“Piccerè,‭ ‬piccerè,‭ ‬/nun te credere ca i‭’ ‬sò nu battilocchio‭;‬/‭ ‬i‭’ ‬te saccio e te strasaccio,/‭ ‬tu si‭’ ‘‬a figlia‭ ‘‬e Mastu Ciccio‭ ‬/ca venneva int‭’ ‘‬a Arenaccia‭ ‬/‭ ‬pesce fritto e baccalà/‭ ‬mo vuò fà Miss Universo,/‭ ‬tu si‭’ ‬nata‭ ‘‬o mese‭ ‘‬e marzo,/‭ ‬sient‭’ ‬a me ca è tiempo perzo,/‭ ‬va,‭ ‬vattene addu mammà/‭ ‬Piccerè,‭ ‬piccerè‭”‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬

Per gli amanti della filologia,‭ ‬giova ricordare che il termine deriva dal vocabolo francese‭ ‬battant l’oeil usato per indicare una cuffietta femminile che ricadeva sugli occhi.‭
Metaforicamente lo stesso termine è stato poi usato a Napoli‭ ‬per indicare una persona che sembra essere sempre frastornata e stordita.‭
Così come chi indossa la cuffietta non vede bene per l’indumento che annebbia la vista,‭ ‬così chi è definito‭ “‬battilocchio‭” ‬sembra essere confuso come se non vedesse e,‭ ‬di conseguenza,‭ ‬è considerato di scarsa intelligenza.‭‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬

Il termine mi è tornato alla mente leggendo il testo‭ “‬Una ineludibile questione di tattica ‬‬‬‬del compagno Giulio Angeli che attribuisce al movimento anarchico una tendenza all’arroccamento perdente ed improduttiva quando,‭ ‬ad esempio,‭ ‬afferma‭‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬

” l’anarchismo si è arroccato,‭ ‬decidendo di giocare la partita in casa propria e su terreni sindacali ritenuti ad esso più consoni.‭ ‬Ciò si è realizzato in base a un diffuso senso di opportunità,‭ ‬che ha spinto ad agire per comunanza ideologica anziché per necessità tattica.‭
Questa scelta,‭ ‬che si è configurata come una scorciatoia rispetto alle diffuse tendenze riformiste che ancora esercitano il proprio ruolo di comando,‭ ‬ha progressivamente sostituito alla concreta realtà di classe con tutte le sue contraddizioni,‭ ‬alcuni comportamenti di avanguardia i quali,‭ ‬rappresentando la cuspide del movimento sindacale,‭ ‬esprimono contenuti non generalizzabili a contesti più ampi‭”‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬

Da questa attitudine sarebbe derivata la mancata comprensione della rilevanza di quanto è avvenuto negli anni passati nella FIOM che viene così tratteggiata

‭” ‬si può e si deve essere critici nei confronti della FIOM,‭ ‬i cui gruppi dirigenti hanno rappresentato,‭ ‬almeno fino agli anni‭ ’‬80‭ ‬del novecento,‭ ‬l’essenza del sindacalismo riformista con tutte le implicazioni negative del caso che si allungano fino a oggi:‭ ‬ma quando la FIOM intraprende un percorso che sposta la categoria su posizioni più avanzate gli anarchici non dovrebbero,‭ ‬così come è stato,‭ ‬scartare a priori l’ipotesi di intervenirci dentro.‭ ‬Non si è fatto,‭ ‬e si è persa una preziosa occasione di crescita perché la scelta di intervenire in altre e più qualificate istanze del sindacalismo di base,‭ ‬per altro in ordine sparso,‭ ‬ha prodotto risultati irrilevanti‭”‬.‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬

Proverò,‭ ‬come so e come posso,‭ ‬a prendere in esame le due affermazioni che ho riportato nella speranza di uno essere accecato da una cuffietta ideologica.‬‬‬‬‬‬

Partirei da una prima domanda,‭ ‬esiste effettivamente un’entità sufficientemente omogenea che possiamo definire come‭ “‬anarchismo‭” ‬e,‭ ‬in particolare,‭ ‬vi è una valutazione condivisa sulla questione della relazione classe/capitale‭?
A me pare evidente che il movimento anarchico realmente esistente si caratterizzi per una varietà di elaborazioni,‭ ‬esperienze,‭ ‬pratiche,‭ ‬proposte che non possono in alcun modo essere ricondotte ad unità a meno che non si faccia riferimento ad alcuni principi generalissimi,‭ ‬certamente importanti in quanto criteri regolativi ma non tali da indirizzare l’azione politica pratico/sensibile.
Si può considerare questa situazione un bene o un male,‭ ‬ognuno può pensare che la propria interpretazione dell’anarchismo è la più adeguata all’azione rivoluzionaria,‭ ‬a volte lo faccio persino io,‭ ‬ma è un fatto dal quale non si può prescindere è che,‭ ‬per dirla con più franchezza che discrezione,‭ ‬per molti versi è un bene perché apre molte possibilità di azione e di sperimentazione che la chiusura in un’unica ipotesi ci precluderebbe.
Sul piano sindacale questa realtà di fatto ha come inevitabile conseguenza la pluralità delle scelte con l’effetto,‭ ‬magari sgradevole ma inevitabile,‭ ‬che,‭ ‬come partito ed uso il termine nel suo senso storico di area politica distinta dalle altre e quindi PARTE,‭ ‬gli anarchici non operano assieme ad accrescere il proprio peso in questa o quella organizzazione sindacale.
Fra l’altro,‭ ‬considerando il fatto che l’obiettivo comune che dovremmo avere in quanto sindacalisti libertari è il favorire il processo di autorganizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori e l’autonomia della nostra classe,‭ ‬l’appartenenza a questa o a quella organizzazione sindacale è sicuramente rilevante ma non è l’orizzonte nel quale collochiamo la nostra azione.‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬

Sulla base di questa considerazione,‭ ‬pare sin comprensibile che molti compagni,‭ ‬ed io mi pongo fra questi,‭ ‬nella piena consapevolezza che le lotte più radicali non sono la condizione media o,‭ ‬se si preferisce,‭ ‬normale dell’esperienza proletaria,‭ ‬guardino con attenzione,‭ ‬interesse,‭ ‬partecipazione a queste stesse lotte.‭
Non si vede,‭ ‬infatti,‭ ‬da dove altrimenti,‭ ‬potrebbero liberarsi le energie necessarie a cambiare il quadro sociale,‭ ‬in generale,‭ ‬e quello sindacale in particolare.‭
Poi‭ ‬,‭ ‬è sin evidente che alcune elaborazioni teoriche ed organizzazioni sindacali che fanno di un segmento della classe,‭ ‬mi riferisco,‭ ‬per stare ai tempi nostri,‭ ‬ai lavoratori della logistica ma la tesi ha valore generale,‭ ‬l‭'”‬avanguardia‭” ‬del proletariato di cui conquistare la direzione al fine di avere quella dell’intera classe producono una proposta per noi inaccettabile non perché valorizza il conflitto,‭ ‬cosa sulla quale conveniamo appieno,‭ ‬ma perché ripropone un’ipotesi dirigista e sovente esplicitamente neobolscevica che non ci appartiene e che anzi va contrastata.
Quindi non di‭ “‬arroccamento‭” ‬si tratta ma,‭ ‬al contrario,‭ ‬di una politica di movimento che colloca il proprio agire sul terreno dello scontro effettivo fra le classi e che,‭ ‬anche in considerazione della limitatezza delle proprie forze,‭ ‬si concentra sui punti di frattura della relazione ordinaria fra capitale e lavoro.‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬

Giulio Angeli,‭ ‬però,‭ ‬rileva in particolare il fatto che i compagni nostri non hanno guardato/‭ ‬guardano con l’attenzione che avrebbe meritato/meriterebbe alla pratica,‭ ‬alla dialettica interna,‭ ‬all’elaborazione della FIOM CGIL.‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬

Mi permetterò,‭ ‬a questo proposito,‭ ‬di narrare un aneddoto di nessuna rilevanza in sè ma,‭ ‬in qualche misura,‭ ‬illuminante.‭ ‬Giorni addietro ho tenuto un’assemblea in un istituto scolastico della prima cintura torinese ed avevo come interlocutore un operatore sindacale della CGIL,‭ ‬persona vispa e cortese.‭ ‬Alla fine dell’assemblea essolui mi ha raccontato che,‭ ‬nel corso di una precedente assemblea,‭ ‬un collega,‭ ‬RSU nel mio stesso sindacato,‭ ‬persona che stimo,‭ ‬aveva fatto rilevare alcune contraddizioni fra FIOM e CGIL e che lui aveva avuto buon gioco nel fargli rilevare che basterebbe esaminare una tessera della FIOM per‭ “‬scoprire‭” ‬che la FIOM è una federazione di categoria della CGIL e non un’entità libera e selvaggia.‭ ‬Ripeto,‭ ‬una scoperta della crema pasticciera ma anche un bagno di realtà.‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬

Riprendendo la questione in termini meno aneddotici,‭ ‬la ma esperienza,‭ ‬per quello che vale,‭ ‬mi insegna due cose:‬‬‬‬‬‬‬‬‬

-‭ ‬sul terreno del conflitto reale non è affatto mio/nostro uso rifiutare a priori l’azione comune,‭ ‬il confronto delle idee,‭ ‬la solidarietà con lavoratrici e lavoratori organizzati non solo con la CGIL ma anche,‭ ‬e senza rilevare alcuna apprezzabile differenza,‭ ‬con CISL e UIL.‭ ‬Se dovessi fare l’elenco degli scioperi e le mobilitazioni aziendali e categoriali nei quali abbiamo agito assieme ai sindacati istituzionali stenterei a stenderlo ma,‭ ‬appunto,‭ ‬si parla di lotte.‭ ‬Poi ben più numerosi sono i casi nei quali CGIL CISL UIL hanno agito,‭ ‬ed agiscono,‭ ‬a negare al sindacalismo conflittuale i diritti sindacali minimi,‭ ‬organizzano il crumiraggio e la negazione,‭ ‬rifiutano la solidarietà.‭ ‬Dovremmo essere comunque‭ “‬unitari‭”? ‬Sarebbe,‭ ‬mi perdoni il compagno Giulio Angeli,‭ ‬l‭'”‬unità‭” ‬della corda con l’impiccato‭;‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬

-‭ ‬gli stessi militanti che animano il sindacalismo conflittuale,‭ ‬e non mi riferisco certo solo agli anarchici,‭ ‬non sbarcano da Marte ma,‭ ‬nella grande maggioranza,‭ ‬vengono proprio dalla sinistra sindacale tradizionale e,‭ ‬se hanno fatto la scelta di rompere con il sindacalismo istituzionale,‭ ‬non lo hanno fatto certo per amor di purezza ma perché hanno preso atto,‭ ‬sulla base dell’esperienza di anni e sovente di decenni,‭ ‬del fatto che non vi erano margini per un’azione di efficace contrasto alla politica di queste organizzazione e hanno scelto di pagare un prezzo pesante in termini di agibilità,‭ ‬di diritti,‭ ‬di risorse pur di fare un sindacalismo non dico rivoluzionario ma semplicemente non corporativo.‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬

Per,‭ ‬provvisoriamente,‭ ‬concludere.‭ ‬Credo di aver maturato negli anni un po‭’ ‬di esperienza del mondo sindacale reale e,‭ ‬su questo stesso mondo,‭ ‬esiste un’ampia letteratura scientifica che di molto eccede la mia stessa esperienza.‭
Ciò che caratterizza,‭ ‬con ogni evidenza,‭ ‬questo mondo è,‭ ‬per un verso,‭ ‬la piena integrazione nell’apparato statale e padronale grazie ai finanziamenti che ne riceve ed alle regole del gioco che hanno comunemente costruito e,‭ ‬per l’altro,‭ ‬la propria stessa trasformazione in un assieme di enti erogatori di servizi a lavoratrici e lavoratori atomizzati e trasformati in utenti/clienti.
Come si possa pensare di agire efficacemente‭ ‬-‭ ‬non mi riferisco alla singola rsu alla quale la burocrazia sindacale può,‭ ‬se lo ritiene,‭ ‬lasciare un certo margine di manovra ma al sindacato generale‭ ‬-‭ ‬all’interno di un ente parastatale,‭ ‬cosa ben diversa da un sindacato riformista,‭ ‬per me è un mistero e,‭ ‬per non passare da dogmatico,‭ ‬mi limito a rilevare che,‭ ‬se non posso escludere in linea di principio una ripresa di funzione conflittuale del sindacalismo istituzionale,‭ ‬solo un radicale cambiamento del quadro sociale darebbe motivo di ripensare una posizione che non è stata assunta senza una profonda e motivata riflessione.‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬ ‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬


Il presente contributo, per un banale errore di trasmissione, giunse alla Redazione di “Umanità Nova” con un ritardo tale da non consentire la pubblicazione.

Nel ringraziare la Redazione di “Umanità Nova” e dei compagni intervenuti nella discussione, riteniamo comunque di pubblicare il contributo del compagno Cristiano Valente perché crediamo che costituisca un importante contributo al dibattito sull’intervento sindacale, specialmente in relazione alla fase difensiva in atto e, in ultimo, anche alla necessaria riflessione sulla vicenda Alitalia.”.

(vedi la nota introduttiva alla presente raccolta: “Cronistoria di una discussione su Umanità Nova in materia di intervento sindacale”).


Intorno alla necessità di una prassi politica collettiva e coesa

Cristiano Valente

Volendo inserirmi nel dibattito sulla questione sindacale che Umanità Nova sta ospitando nelle sue pagine, vorrei soffermarmi su alcuni concetti che orientano l’intervento degli anarchici nel mondo del lavoro emersi nel corso del dibattito medesimo.

Se l’obbiettivo strategico, o più semplicemente del lungo periodo, che ci proponiamo di raggiungere è l’affermazione dell’autonomia della classe lavoratrice, a me sembrerebbe ovvio affermare che esistono certamente tattiche buone e tattiche non buone affinché un tale obiettivo possa essere efficacemente perseguito all’interno delle masse sfruttate e dei loro alleati.

Ciò rimanda alla riflessione sull’intervenire in un’organizzazione di resistenza della classe operaia secondo una prassi coesa e tatticamente omogenea, invece di replicare la purtroppo ricorrente diaspora degli anarchici presenti in tutte le organizzazioni sindacali, compreso qualche “sindacatino” autonomo, prassi questa che avvantaggerebbe non tanto e non solo la visibilità e la presenza politica degli anarchici tra i lavoratori, che comunque non sarebbe certo cosa sgradevole, ma aumenterebbe le possibilità di creare concrete realtà di autorganizzazione e di sviluppo di autonomia delle lotte, proprio perché le capacità e le possibilità di indirizzo e di diffusione delle nostre analisi e delle nostre metodologie di lotta sarebbero certamente maggiori.

La questione rimanda quindi non solo alla partecipazione a livello individuale a lotte più o meno radicali ma, più che altro, a come l’anarchismo organizzato dovrebbe porsi di fronte a queste lotte e, più in generale, a tutte le lotte delle classi sfruttate.

Come crearle, come coadiuvarle, come fortificare la nascita di elaborazioni autonome, evitando la nascita di nuovi e presunti leaders inamovibili, come purtroppo spesso accade anche nel cosi detto sindacalismo di base; come creare collegamento fra queste lotte ed il resto della classe e di altre aggregazioni sociali che esprimono anch’esse antagonismo e come, più in generale, esprimere egemonia politica all’interno del conflitto di classe.

Tutto questo rimanda a una formula, forse antica ma certamente esaustiva, che ricordava la necessità per l’anarchismo di classe di collegare i bisogni immediati alle esigenze storiche del proletariato.

Nel corso del dibattito si è fatto poi riferimento a metodologie di intervento nel mondo del lavoro che vengono praticate da singole individualità o da minoranze ristrette e frammentate di compagne e compagni.

Non ho alcun pregiudizio rispetto a queste metodologie per certi versi fisiologiche, ma non mi pare il caso di elevare la prassi a teoria, per ridursi a difendere una molto presunta ricchezza e positività delle più svariate tattiche e metodologie libertarie di intervento sindacale, convincimento che emerge dal dibattito in corso e sul quale mi permetto di dubitare, in quanto il procedere in ordine parso consente solo la dispersione delle forze e quindi l’impossibilità di queste nel fare sistema, consentendo risultati che si riducono, per lo più, alla difesa di particolarismi e di rendite di posizione per altro modeste.

Che senso avrebbe allora una organizzazione nazionale? Che senso avrebbero le sue riunioni, i suoi congressi e le sue strutture nazionali e locali? E, sopra tutto, che senso avrebbe il genuino, sincero e indispensabile tentativo di sintesi delle diverse opzioni politiche, men che mai la responsabilità collettiva, se ognuno agisce fuori da un insieme di riferimento organico e organizzato nella vana ricerca della propria interpretazione dell’anarchismo nella dinamica del conflitto di classe?

Meglio si comprendono, allora, le ragioni certamente disinteressate, di chi afferma di aver scelto di pagare un prezzo pesante in termini di agibilità, di diritti, di risorse ecc..pur di fare sindacalismo non corporativo.

Questa considerazione, indubbiamente obbiettiva e, lo ripetiamo disinteressata, esprime a mio avviso l’errore di molte compagne e compagni che hanno militato nella opposizione interna alla CGIL per approdare poi al sindacalismo cosi detto di base.

Non sono la comunanza di linguaggio, la presunta adamantinità rivoluzionaria delle proposte contrattuali, né la presunta radicalità di alcune lotte settoriali a dover essere fondamentali per gli anarchici: ciò che veramente dovrebbe essere fondamentale è la comprensione della fase in cui viviamo e dei rapporti di forza tra le classi che la caratterizzano; cosa questi rapporti di forza permettono e cosa non permettono; soprattutto capire con quali metodologie, con quale prassi, con quale rappresentatività sociale concreta e non solo supposta, con quale dimensione organizzativa si possono modificare questi rapporti di forza a favore delle masse sfruttate.

Se si trattasse solo di individuare un ambito, sociale o sindacale, il più vicino possibile alle nostre prefigurazioni rivoluzionarie accettando di rispecchiarle anche in qualche istanza semplicemente non corporativa, non servirebbe alcuno sforzo di analisi, di confronto, di mediazione fra gli stessi anarchici, fra noi tutti e la classe né, tanto meno, la fatica di verificare costantemente e criticamente l’effettiva e concreta praticabilità delle nostre proposte, del nostro radicamento, della nostra capacità o meno di avere un peso ed un ruolo determinante all’interno dello scontro di classe.

Con le note che seguono non intendo poi aprire una riflessione sul riformismo e sulla sua funzione sociale nella società capitalistica, riflessione che comunque sarebbe necessaria proprio rispetto al tema qui trattato e cioè la questione sindacale.

Più semplicemente intendo annotare una antistorica e artificiosa distinzione fra “ente parastatale” e “sindacato riformista” che si è fatta strada all’interno della nostra discussione.

Infatti, fin dal prefigurarsi all’orizzonte dell’imperialismo, questi due aspetti del fenomeno riformista divengono progressivamente inscindibili. C’è forse mai stato un riformismo antistatale o semplicemente non statale?

Non esiste quindi alcuna possibilità di ipotizzare un riformismo che non abbia legami organizzativi, ideologici e talvolta anche istituzionali con la propria borghesia e quindi con l’apparato statale che la rappresenta.

La subalternità riformista al capitalismo e la sua crescente inadeguatezza nel difendere gli interessi generali degli sfruttati, inadeguatezza che emerge drammaticamente nelle fasi di crisi economica capitalistica, nasce proprio dal legame imprescindibile, tipico di tutte le istanze riformiste, con gli apparati di potere: un legame tale da rallentare, talvolta fino alla paralisi, lo sviluppo di una vera autonomia politica e organizzativa del riformismo dalle tendenze imperialistiche cui è, oggettivamente, sottoposto.

Nel concludere non intendo formulare sbrigativi giudizi circa la capacità di discernimento delle compagne e dei compagni anarchici che pongono in essere scelte tra di loro diverse o diverse dalle mie: men che meno rispetto a chi ha deciso di militare tra le molteplici sigle del sindacalismo così detto di base. Quindi evito consapevolmente di replicare un deleterio “botta e risposta” a tratti denigratorio, privo di contenuti e di prospettive, rispetto al quale il nostro Luigi Fabbri avrebbe usato il concetto di " fraseologiea gesuitica", in riferimento all’intento di affermare alcune posizioni politiche e personali  facendo finta di negarle. Ritengo tuttavia che occorra affrontare con urgenza proprio quella questione di tattica ormai davvero ineludibile, se ci interessa una affermazione dell’anarchismo nella realtà sociale.

Marzo, 2017