Teoria e prassi antiautoritaria








Sindacato

LA VERA ALTERNATIVA PER GLI OPERAI DI MIRAFIORI (E NON SOLO)

di Edo

Nei giorni immediatamente successivi al referendum di Mirafiori, Carlo De Benedetti ha dichiarato che Marchionne “ha capito che in un mondo globalizzato un’industria dell’auto ha futuro solo se attiva una grande collaborazione internazionale. È stato capace di cogliere l’opportunità con la Chrysler”.
Come si vede, gli esponenti della borghesia sono perfettamente consapevoli che i loro interessi di classe vanno salvaguardati con una strategia di dimensioni ben più ampie di quella nazionale. Lo impone il livello sempre più aspro dello scontro tra grandi colossi mondiali del settore – Fiat, Toyota, Wolkswagen, BMW, Ford, GM, Renault, ecc. – ognuno dei quali stipula alleanze, compie investimenti, studia nuovi sistemi di intensificazione dello sfruttamento, il tutto in funzione degli obiettivi imposti dalle leggi fondamentali del capitalismo, cioè la conquista, a danno dei concorrenti, di nuovi mercati di sbocco e la ricerca del massimo profitto.  È evidente che in un contesto del genere – che, per di più, vede l’ulteriore allargamento del terreno della lotta con l’entrata in scena, accanto ai vecchi protagonisti, anche dei nuovi e agguerriti contendenti asiatici (Cina e India) - una politica industriale basata sulla difesa del proprio orticello di casa non ha alcuna aderenza con la realtà e la benché minima probabilità di successo.

E’ stato detto che il settore automobilistico simboleggia efficacemente il senso della mondializzazione capitalistica. Certamente una vettura che esce dalle linee di Mirafiori non è altro che il risultato finale di una gigantesca divisione del lavoro, l’assemblaggio definitivo di un insieme di “componenti” la cui origine va cercata in fabbriche collocate in ogni angolo del globo: col motore prodotto sì in Italia, ma la batteria – magari – in India, le candele in Messico, il radiatore in Germania, i freni negli Stati Uniti, gli ammortizzatori in Brasile, e così via.
Il prodotto auto è il punto di arrivo, quindi, di una filiera lavorativa che possiamo senz’altro definire “sociale”; l’ultimo anello di una catena in un processo che ormai non ha più a Torino i suoi punti di forza, bensì nelle metropoli industriali di Shanghai, S. Paolo, Dubai, Johannesburg, dove sterminate schiere di proletari alimentano - su scala però ben più ampia - il moto incessante degli ingranaggi dello sfruttamento a servizio di un capitale ormai “anonimo” e senza frontiere.  

Anche per i lavoratori, dunque, c’è bisogno di un visione internazionale e di una politica internazionalista. Non è sufficiente una mobilitazione, per quanto estesa, incentrata su forze di classe e obiettivi rivendicativi circoscritti al livello nazionale. Da questo punto di vista, la gestione della lotta alla FIAT da parte dei vertici sindacali della CGIL e della FIOM – pur con tutta l’ indispensabile determinazione messa in campo – ha manifestato forti limitazioni.
In sostanza, continua a predominare nei capi sindacali una logica, frutto di una lunga tradizione di subalternità al quadro politico, che finisce sempre per legare la tutela dei diritti dei lavoratori alle compatibilità economiche, per non dire alla capacità produttiva delle imprese nostrane.
Non a caso, Susanna Camusso si è schierata contro le scelte unilaterali di Marchionne arrivando addirittura a proporre un’ alleanza alla Marcegaglia: “Chiedo a Confindustria di essere coerente……il contratto nazionale è anche un regolatore della competitività tra le imprese, evita il dumping tra le aziende”.
A sua volta, Maurizio Landini ha riproposto, nei fatti, il modello concertativo delle relazioni sindacali instaurato con l’ accordo del 1993: “Lo sciopero generale della nostra categoria vuole avere questo significato. Non siamo disponibili al far west delle relazioni sindacali……la vicenda rende evidente l’errore e la sudditanza del governo italiano che non ha avuto la volontà di aprire un vero tavolo nazionale”.

In tutto questo, come si può notare, non c’è spazio alcuno per un richiamo, seppur generico, ad una solidarietà di classe internazionalista, tanto più necessario e realistico nel momento in cui gli stessi capitalisti incassano a loro vantaggio i risultati di una oggettiva concorrenza tra proletari di aziende, paesi e continenti diversi.
Nei giorni immediatamente precedenti lo svolgimento del referendum, il quotidiano “Il Manifesto” così titolava un suo articolo: “Hanno licenziato i lavoratori Zastava”, ricordando come in Serbia i nuovi investimenti operati dalla FIAT abbiano portato alla creazione di una newco tra il gruppo di Torino ed il governo serbo, con la messa in liquidazione del vecchio stabilimento automobilistico Zastava ed il licenziamento dei suoi dipendenti.
Intervistato, un esponente del sindacato locale ha auspicato che: “…almeno i lavoratori Fiat nel mondo devono essere uniti e coordinare le iniziative di lotta. Come uno sciopero internazionale. Solo così si può vincere questa battaglia”.

Belle parole, senz’altro da sottoscrivere. La difesa delle condizioni lavorative a Mirafiori,  Pomigliano e Melfi passano per la difesa degli operai di tutta la FIAT, quindi anche di quelli polacchi dello stabilimento di Tichy, di quelli serbi di Kragujevac e di quelli brasiliani di Betim.
La legittima esigenza di difendere le conquiste del contratto nazionale non ha futuro, se non si coordina – superando l’aziendalismo - con gli interessi e le lotte di altri comparti di lavoratori a livello internazionale.
Compito di una opposizione di classe all’interno della CGIL è di lavorare per questa prospettiva strategica.

Aprile 2011