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IL SINDACALISMO NEI TEMPI DELLA CRISI

di Giulio Angeli

La crisi attuale si sviluppa in un quadro imperialistico mondiale inedito, nel quale nuovi soggetti si sono progressivamente affermati acuendo la concorrenza tra potenze. Una crisi a cui il capitale ha risposto con una profonda ristrutturazione che oggi, in Italia, culmina con la vicenda FIAT, che ha investito anche le forme sindacali evidenziando tutta la loro inadeguatezza. La crisi del sindacalismo pone all’attenzione dei militanti sindacali l’unica prospettiva vincente: quella internazionalista, per un contratto e per un sindacato europei.

IL XVI CONGRESSO DELLA CGIL
In questo quadro si è concluso il XVI congresso laddove, alla nuova maggioranza costituita dai gruppi dirigenti della vecchia maggioranza e della vecchia opposizione di “Lavoro e società” (mozione n. 1), si è opposto uno schieramento contraddittorio, conseguenza di uno scontro interno ai vertici della vecchia maggioranza concertativa, che ha visto i segretari generali nazionali della FIOM (metalmeccanici), della FP (lavoratori pubblici) e della FISAC (credito e assicurazioni) assieme ad altri dirigenti nazionali, sottoscrivere la mozione di minoranza, la n. 2.
Le due mozioni, in realtà molto simili, si sono caratterizzate fin dall’inizio come una pura espressione delle contraddizioni interne ai vertici, e il confronto congressuale si è risolto in uno scontro aperto tra i gruppi dirigenti dei due schieramenti, che non ha coinvolto i lavoratori. Se nella FIOM, categoria che più di altre ha qualificato con la lotta l’opposizione alla ristrutturazione capitalistica, la mozione n. 2 si è attestata su un non brillantissimo 72,93% dei consensi, nelle altre categorie i risultati sono stati decisamente deludenti, ad eccezione di quelli ottenuti nella FISAC (35,71%) e nella FP (44,94%). Complessivamente, in tutta l’organizzazione, la mozione n. 2 ha ottenuto un non brillante 17,07%.
D’altronde anche la vecchia e la nuova opposizione hanno privilegiato lo scontro al vertice piuttosto che il coinvolgimento della base in una riqualificazione  e generalizzazione dei contenuti del  percorso di opposizione intrapreso dalla CGIL in questi anni, per costruire una nuova e rinvigorita opposizione di classe volta ad arginare la deriva moderata dell’organizzazione.
La CGIL è uscita da questo XVI congresso divisa, con una rinnovata opposizione interna che risulta isolata e dalle prospettive alquanto incerte. La vecchia opposizione, rappresentata da “Lavoro e società”, risulta fortemente ridimensionata nel suo ruolo, posta com’è a sostegno della nuova maggioranza e delle sue tendenze più moderate e concertative, pericolosamente orientate ad associarsi alla deriva neocorporativa di CISL e UIL.

L’OPPOSIZIONE DELLA FIOM
La stessa opposizione posta in essere dalla FIOM, per quanto abbia rappresentato, e rappresenti, una proficua discontinuità dalle linee concertative e subalterne poste in essere dall’intero gruppo dirigente della CGIL, volge progressivamente verso un isolamento all’interno della confederazione nella quale stanno coagulandosi le tendenze moderate già emerse con chiarezza nel XVI congresso. D’altronde lo stallo dell’area programmatica “La CGIL che vogliamo” (mozione congressuale n. 2) deriva in larga misura dal fatto che essa è rappresentata quasi esclusivamente dalla FIOM e, quindi,  fortemente condizionata dalle sue vicende e dalle sue difficoltà. Il problema consiste nel fatto che un’opposizione sociale “pesa” quanto più riesce ad incidere efficacemente nei rapporti di forza tra capitale e lavoro, ed è su questa capacità di incidere che si misurano anche i rapporti interni alla categoria e alla confederazione. Possiamo affermare che l’intera vicenda FIAT, ha sorpreso, con tutte le sue conseguenze, l’intera CGIL e la FIOM in uno stato di grande ritardo di analisi e di organizzazione, un ritardo che non è stato compensato dalle indicazioni scaturite da XVI congresso e che appaiono oggi largamente superate dai fatti.
La FIOM sconta una situazione di grande difficoltà, ascrivibile al quadro di crisi e di ristrutturazione capitalistica che ha visto i soli metalmeccanici, e nemmeno tutta l’intera categoria, lottare strenuamente per tentare di contenere l’attacco padronale in atto che, d’altronde, proprio per la sua vastità, non può essere fronteggiato che sul piano dell’internazionalismo e del sindacato europeo, sul quale però gravano tutte le ipoteche e i ritardi maturati in questi anni, ai quali le storie della CGIL e della stessa FIOM non possono dirsi estranee.  L’intera vicenda FIAT dimostra che l’intento del padronato è oggi quello di non contrattare più, per avere così le mani libere rispetto all’evolversi della competizione imperialistica mondiale, che impone scelte drastiche da realizzare in tempi velocissimi per quanto concerne il lavoro e il welfare, per scaricare sulle classi subalterne i costi della crisi.  Il rischio concreto è che il ruolo di opposizione fin qua svolto dalla CGIL e dalla FIOM in particolare si avvii verso una normalizzazione, a cui non seguirà la radicalizzazione delle lotte, ma bensì un riallineamento con CISL e UIL e una deriva neocorporativa che travolgerà l’intero movimento sindacale italiano, determinando la crisi di ogni sua prospettiva di classe e di organizzazione.

LE PROSPETTIVE DELL’OPPOSIZIONE INTERNA ALLA CGIL
Se l'opposizione svolta dalla CGIL, sia pure esitante, si è configurata come l’unica in grado di porre un argine all'attacco padronale, essa ha anche evidenziato tutti i cedimenti dell’intero suo gruppo dirigente.
In questa difficile situazione, anche le forze interne alla CGIL che, da “Lavoro e Società”  fino all’esperienza di lotta della FIOM, hanno sostenuto il percorso di opposizione dell’intera CGIL difendendolo dalle derive moderate, scontano oggi il rischio dell’isolamento.
Per contrastare la ristrutturazione, per arginare la deriva neocorporativa dell’intero movimento sindacale italiano, per difendere e rafforzare la FIOM e le sue lotte, per contrastare la deriva moderata della CGIL e’ urgente che in essa si affermi un’iniziativa volta a isolare e superare la logica dello scontro tra apparati della vecchia e della nuova opposizione. E’ questo, infatti, uno scontro molto negativo che coinvolge, oppone e isola numerosi militanti che devono essere invece riuniti attorno a obiettivi per la difesa degli interessi dei lavoratori e degli strati più deboli della società. Un’iniziativa che riaffermi il ruolo dell’azione militante di tutta l’opposizione interna alla CGIL quale premessa per rilanciare l’azione militante e l’unità delle lotte per i diritti e la qualità della vita, oltre le divisioni fittizie poste in essere da apparati dirigenti che, distaccati dal movimento reale, sono destinati ad assimilarsi ai ruoli più negativi della burocrazia.

IL MITO DEL SINDACATO DI CLASSE
In questi ultimi anni preziose risorse militanti si sono esaurite in prospettive autoreferenziali, perseguite dalle aggregazioni sindacali non confederali dirottate verso il mito del sindacato di classe. Ma l’opposizione posta in essere dalle varie anime del “sindacalismo di base” è risultata globalmente ininfluente, non tanto perché debole sul piano dei numeri, quanto per il settarismo che contraddistingue la storia di queste frastagliate esperienze sindacali fino ai più recenti sviluppi. Significativo al riguardo è che, a poco più di un anno e mezzo dall'accordo sul nuovo modello contrattuale (22 gennaio 2009) firmato da CISL e UIL e non dalla CGIL, sono stati sottoscritti dai confederali, CGIL compresa, oltre quaranta altri contratti che, per la loro insufficienza normativa ed economica, non si configurano come “di mediazione” ma rappresentato, invece,un’oggettiva continuità con i contenuti dell’accordo separato del gennaio 2009.
Significativo è che la CISL, nonostante la sua deriva neocorporativa, riesca ancora a mantenere il controllo della sua base sindacale senza terremoti significativi.
Evidentemente, nemmeno la suggestiva prospettiva di creare un sindacato di classe che si configuri come alternativo ai confederali non riesce a coinvolgere significativi settori di classe e a invertire la generale tendenza alla sconfitta.
 
Tuttavia non è da escludersi una diversa prospettiva nel lungo periodo, laddove potremo anche verificare se all’affermarsi della deriva neoconcertativa della CGIL, seguiranno, da parte del  sindacalismo non confederale,  risultati concreti sul piano della costruzione del “sindacato di classe” ma, modestamente parafrasando Lord J. M. Keynes - “in the long run we’re all dead” - che suona più o meno così: “nel lungo termine siamo tutti morti”.

Settembre 2010