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La maschera di Lenin

di G.P. Maximoff

La grande rivoluzione russa del 1917-21 fu dapprima una rivoluzione quasi incruenta. Al principio, nulla faceva presagire che sarebbe divenuta così sanguinosa e che avrebbe preso un posto primario per la sua insensata crudeltà nella storia umana. Questa svolta della rivoluzione rossa verso un'illimitata distruzione di vite è uno dei tanti paradossi della storia, perché il tratto caratteristico delle masse lavoratrici russe è la gentilezza, l'umanità, l'amore per il prossimo, evidente perfino nel trattamento dei criminali, che dal popolo russo eran sempre considerati degli «sfortunati». Il socialismo russo, il socialismo di Cernicevski, di Bakunin, di Lavrov, di Kropotkin, di Micailovski, era — nelle sue diverse fisionomie — sempre basato sulle idee della libertà individuale, del federalismo comunale e regionale. Il giacobinismo, col terrore e la centralizzazione, non ha mai avuto successo in Russia: Ciachev, ad esempio, è sempre rimasto fuori della gran corrente del socialismo russo, che è sempre stata libertaria e progressiva. Note reazionarie cominciarono ad udirsi nel socialismo russo con l'apparizione in Russia del marxismo politico.
Non si pensa abbastanza che il marxismo politico è del tutto reazionario nella sua essenza. Di fatto, il Manifesto dei comunisti di Marx ed Engels è un manifesto reazionario. Esso invoca la dittatura, la centralizzazione assoluta della vita economica e politica nelle mani dello Stato, la formazione di eserciti industriali, una agricoltura irregimentata in base ad un unico piano, l'innalzamento dello Stato in posizione di Assoluto e il risultante annullamento dell'individuo e dei suoi diritti ed interessi. Tutto ciò non è altro che il programma d'una reazione incompatibile col progresso, con la libertà, l'equità, l'umanesimo; e la realizzazione di tali domande inevitabilmente porta con sé la schiavitù: come infatti avvenne in Russia.
Il Manifesto era passato quasi inosservato nella tempesta sociale scatenatasi sull'Europa attorno al 1848, subito dopo la sua pubblicazione. Soltanto nel 1872 cominciò a circolare in gran numero di copie, diffondendosi da un paese all'altro. In altre parole, il Manifesto cominciò a diffondersi dopo la sconfitta della Comune di Parigi, — cioè in un periodo in cui la reazione era al suo apogeo, e la socialdemocrazia stava adattandosi opportunisticamente ad essa, come si vede nelle idee avanzate da Marx nel suo libro su La guerra civile in Francia, che sono in chiara contraddizione con i suoi scritti anteriori e susseguenti.
In modo analogo ha operato in Russia Lenin. Essendo egli un costante marxista e quindi un reazionario, egli scrisse insieme a Plecanav sull'Iskra che «il proletariato non può e non deve interessarsi del federalismo ». Ma se egli avesse esposte nel 1917 le idee analoghe del Manifesto dei comunisti, sviluppandole con l'energia dimostrata per diffondere invece idee contrarie al Manifesto stesso, non avrebbe mai avuto successo. Come Ciechev, il giacobino, anch'egli sarebbe rimasto una figura di scarso rilievo nella rivoluzione. Ma Lenin se ne accorse in tempo: ed in conseguenza propagandò di Marx non già le idee del Manifesto ma quelle de La guerra civile in Francia, scritte sotto la pressione degli avvenimenti del 1871 a Parigi, mentre lo spirito prevalente nella Prima Internazionale minacciava di togliere a Marx ogni influenza. Facendo con il suo saggio concessioni alle tendenze anarchiche, Marx si propose di contenere l'influenza dei federalisti e dei bakuninisti nella Prima Internazionale. Una frode analoga, perpetrata al fine di guadagnarsi le simpatie dei lavoratori e di conquistare il potere per realizzare poi le idee del Manifesto, fu concepita e realizzata da Lenin nel 1917.
Lenin stesso lo ha ammesso francamente cinque anni dopo. Nel suo rapporto sull'attività del Comitato Centrale del Partito Comunista, presentato il 22 marzo 1922, egli disse:
«... Finora noi abbiamo scritto programmi e seguitato a promettere, e tutto ciò era molto necessario. Dovevamo presentare un nostro programma, promettere una rivoluzione mondiale. Se le Guardie Bianche, ivi inclusi i menscevichi, inveiscono perciò contro di noi, ciò mostra soltanto che i menscevichi ed i socialisti delle Internazionali Seconda e Seconda e mezza non hanno mai capito come si faccia una rivoluzione. Noi non avremmo potuto cominciare in nessun altro modo» (1).
E che cosa Lenin abbia promesso, e che programmi abbia scritto per riuscire a «fare la rivoluzione» si può vedere nei suoi scritti agitatori e propagandistici del 1917.

Lenin, parlando allora circa « I compiti del proletariato nella rivoluzione» ha scritto:
«... non una repubblica parlamentare, che sarebbe un passo all'indietro in confronto col Soviet dei Delegati dei lavoratori — ma una Repubblica dei Soviet degli Operai, dei Contadini, dei Braccianti, estesi a tutto il paese, dalla cima alla base»... «Tutto il potere ai Soviet» (2) — Lenin spiegò ai soldati — significa che «l'intero potere dello Stato, dai più bassi ai più alti ranghi, dal più remoto villaggio ad ogni singolo quartiere della città di Petrograd, deve appartenere ai Soviet dei Delegati degli Operai, dei Soldati, dei Contadini, dei Braccianti» (3). Questo nuovo Stato rappresenterà, disse Lenin, «un tipo più alto di Stato democratico, uno Stato che in certo senso cessa di essere uno Stato, che non è più uno Stato nel senso proprio della parola». Sarà «uno Stato del tipo della Comune di Parigi, che all'esercito ed alla polizia organizzate di per sé sostituisce il popolo armato» (4). In un tale Stato « i funzionari, la burocrazia o son surrogati dal diretto potere del popolo, od almeno son mantenuti sotto uno speciale controllo, non soltanto diventando delegati eletti ma potendo essere rimossi alla prima domanda del popolo... Erano un gruppo privilegiato, che riceveva alti stipendi, su una scala borghese; e diventano lavoratori che compiono una certa specie di funzioni e son pagati secondo una scala che non eccede il salario regolare di un operaio qualificato» (5).
Sempre su questo argomento, Lenin ha reiterato: «non permettete il sorgere del potere totalitario dei funzionari di Stato», aggiungendo: «non permettete il ristabilimento di un esercito permanente organizzato a parte del popolo, un esercito che certamente appoggerà ogni tentativo di derubare il popolo della sua libertà» (6). Tutto ciò non deve essere consentito: come «una burocrazia che sia nominata dall'alto per “dirigere” la popolazione locale è sempre stata, è e sempre sarà il principale istigatore dei tentatiti di restaurazione della monarchia, lo stesso accade ovviamente nel caso dell'esercito permanente e della polizia» (7).
Lenin seguitò a ripetere le più formali assicurazioni che egli, ed il Partito Comunista con lui volevano realizzare: «una tale Repubblica in cui non vi sia né esercito permanente né una forza di polizia — in luogo dei quali, seconda la mia più profonda convinzione, vi dovrà essere l'armamento universale del popolo; né vi sarà una casta di funzionari usufruenti di fatto uffici da cui sono inamovibili, e rimunerazioni privilegiate di tipo borghese per i loro servizi. Noi sosteniamo il principio della elezione, il diritto di rimuovere dal suo posto ogni funzionario in qualsiasi momento, e siamo per uno standard proletario nella rimunerazione dei funzionari tutti» (8).
Lenin insegnava allora che «per apparato dello Stato si intende prima di tutto un esercito permanente, la polizia, una burocrazia» (9). Così egli alimentava l'illusione che, domandando l'abolizione dell'esercito, della polizia e della burocrazia, la Repubblica dei Soviet degli operai, dei contadini, dei soldati fosse davvero la federazione anarchica di molte migliaia di liberi Soviet comunali, sparsi negli immensi spazi della Russia, e che tale Repubblica fosse una vera e piena democrazia, sviluppata fino alla sua conclusione logica, l'estinzione dello Stato.
È lui infatti che ha detto:
«L'idea che sia necessario dirigere lo Stato mediante funzionari nominati dall'alto è fondamentalmente falsa, antidemocratica, cesaristica, oppure nel senso di una avventura blanquista... Non deve essere tollerata l'introduzione di una casta di funzionari nominati (dall'alto). Bisogna riconoscere soltanto quegli organi che sono creati dalla gente stessa di ogni data località» (10). Ed ancora: «In un paese libero il popolo è governato unicamente da coloro che sono eletti per questo scopo. È perciò che nei paesi liberi il governo del popolo viene realizzato attraverso la lotta aperta ed i liberi accordi tra i vari partiti» (11).
Partendo da tali affermazioni, Lenin era poi condotto a dotare (a parole) una tale Repubblica con ogni specie di libertà specifiche: il che egli fece in modo molto liberale, proprio senza lesinare.
«Libertà di stampa significa che alle opinioni di tutti i cittadini sia assicurata la più ampia pubblicità. Perciò il potere dello Stato, impersonato nei Soviet, prende tutte le tipografie e tutta la carta e provvede ad una giusta distribuzione tra tutti. Per primo (in questa distribuzione) viene lo Stato stesso; secondo i grandi Partiti: in terzo luogo i Partiti minori; ed infine qualsiasi gruppo che dimostri, con una raccolta di firme, di raccogliere un certo numero minimo di cittadini. Questa sarà la vera libertà di stampa per tutti, e non soltanto per i ricchi» (12).
«In ogni paese (a regime) costituzionale, i cittadini hanno un incontestabile diritto ad organizzare dimostrazioni» (13).
«Le dimostrazioni pacifiche sono soltanto una forma di agitazione e l'agitazione non può essere proibita, né può essere imposta al popolo una qualche forma particolare di agitazione. La Costituzione delle libere Repubbliche non può proibire le dimostrazioni pacifiche, né qualsiasi spiegamento di potenza di massa, da parte di qualsiasi Partito, di qualsiasi gruppo» (14).

Il popolo russo non aveva allora ragioni per sospettare Lenin ed i bolscevichi di falsità e d'inganno: tanto più che Lenin, appena giunto al potere, bombardò il popolo con decreti che gli concedevano il diritto di realizzare le promesse fatte durante il periodo preparatorio. Ma ciascuna di quelle assicurazioni era una menzogna, la più grande frode deliberata, l'inganno senza precedenti praticato a danno del popolo.
Lenin perseguiva un unico scopo: spingere verso la realizzazione del programma che Marx e Engels avevano esposto nel Manifesto, la cosiddetta «dittatura del proletariato» — cioè egli marciava verso la dittatura di Partito, verso la dittatura personale, verso la centralizzazione e il totalitarismo di Stato, in tutti i campi della vita sociale. Essendosi deliberatamente fatto guidare nelle sue azioni dal principio secondo cui «il fine giustifica i mezzi», Lenin non si mostrò scrupoloso nello scegliere i suoi mezzi di lotta contro gli avversari, sia prima della rivoluzione, durante le controversie di fazione, sia durante la rivoluzione. La calunnia, la menzogna, l'inganno, la mancanza di fede, la corruzione, la provocazione, i peggiori insulti, la deliberata distorsione delle idee altrui — ecco le armi di Lenin nella lotta per conquistare la direzione del Partito, e nella lotta per il potere sul paese e per il consolidamento di questo potere dopo averlo raggiunto. Non v'è perciò nulla di sorprendente che egli, per arrivare al potere e stabilire la dittatura, abbia scelto una così orribile strada come la frode deliberata al popolo.
Lenin aveva capito in cosa avevano sbagliato i Socialisti rivoluzionari, il Partito più influente — che avevano cercato di incanalare le forze elementari scatenate nel popolo entro i confini della «legge», dell'«ordine», della «disciplina». Egli s'era reso conto che quelle forze elementari non possono essere combattute, non possono essere frenate — perché esse distruggono qualsiasi impedimento lungo il loro cammino. Lenin vide chiaramente che la miglior politica stava non solo nel non opporsi a tali forze, ma anzi nell'eccitarle — per galleggiare sull'onda che esse mettevano in moto, per essere portato sulla cresta di quell'onda. Comprese la convenienza di lasciare che quell'onda si disperdesse e si consumasse in tante rivolte sporadiche, in modo che al sopraggiungere della calma o d'una sosta il popolo esausto potesse affondare nella placida e quieta sottomissione al nuovo padrone. E cercò di imbrigliarle in quanto servivano ai suoi scopi, per usare una parte delle loro immense energie latenti nel senso di schiacciare ogni opposizione. Perciò egli si propose di distruggere tutti gli aperti e nascosti incitatori delle forze elementari del popolo, che con le loro rivolte rinnovantesi avrebbero potuto spazzar via le fondamenta stesse del potere appena stabilito. Son queste considerazioni che determinano la tattica di Lenin durante la rivoluzione.
Uno Stato totalitario da realizzarsi per il cammino apparente della Comune di tutta la Russia; una dittatura assoluta, da costruirsi parlando di assoluta libertà; la centralizzazione raggiunta attraverso il federalismo; la nazionalizzazione, cioè il monopolio di Stato, maturata attraverso il socialismo; il terrore attraverso l'agitazione e la propaganda. Ecco affiorare le idee di Marx ed Engels nel Manifesto dei comunisti, ma realizzate attraverso la maschera d'idee del Marx de La guerra civile in Francia.

Stalin, il dittatore attuale della Russia, erede e discepolo di Lenin, si rese conto della tattica di Lenin solo molti mesi dopo l'insurrezione di ottobre: e in uno dei suoi articoli del 1918 lasciò scappare il gatto dal sacco, dichiarando che essi, i bolscevichi, «eran diretti al centralismo per la strada dei federalismo». Anche Lenin, come già accennato, ammise cinque anni dopo lo stesso fatto. In più, egli riconobbe allora che tutti i decreti emessi nel primo periodo dopo l'insurrezione di ottobre (1917-1918) avevano lo stesso valore e senso della propaganda anteriore all'ottobre, cioè tendevano soltanto a conquistare la fiducia delle masse e ad evitare in esse il sorgere di dubbi e sospetti. Lenin valutò infatti i decreti solo da questo punto di vista, dando ad essi ben scarso significato all'infuori di quello anzidetto, e non considerandosi vincolato da essi a nessun effetto.
«In quel tempo» — disse ai delegati della Convenzione del Partito — «noi attraversavamo un periodo in cui i decreti erano per noi una forma di propaganda. Si rideva di noi, ci si diceva che i nostri decreti non erano eseguiti da nessuno, che la stampa delle Guardie Bianche era piena di derisioni per noi. Ma tutto ciò bisognava aspettarselo. Era del tutto logico per noi, nel momento in cui avevamo appena preso il potere nelle nostre mani, dire agli operai e contadini della base: Questo è il modo in cui noi vorremmo veder lo Stato governato — eccovi un decreto — provatelo. Noi presentavamo così le nostre idee politiche al medio operaio ed al medio contadino nella forum di decreti. Come risultato, noi guadagnammo l'enorme fiducia di cui godiamo anche ora da parte delle masse popolari. Era un periodo necessario all'avvio della rivoluzione: e senza un tale procedimento noi non avremmo mai conquistata la direzione della guerra rivoluzionaria, saremmo rimasti nelle sue retrovie» (15).
Ma noi non abbiamo soltanto queste ammissioni di Lenin. La politica che egli seguì dopo l'insurrezione di ottobre conferma che le idee del 1917 erano considerate da lui come pura propaganda, non credeva in esse; ed anzi — da quell'inveterato credente nello Stato che egli era — provava una ostilità organica verso quelle idee, e le usava solo come espediente per spianarsi la strada del potere, la strada verso la dittatura, verso lo «Stato totalitario dei lavoratori» definito da Marx e da Engels.
A sostegno di questa interpretazione di cui è evidente la verità, si possono citare, oltre quanto già detto, altri esempi persuasivi.
1 — Uno degli slogan di combattimento lanciato dai bolscevichi contro il Governo provvisorio chiedeva l'abolizione della pena di morte al fronte e nelle retrovie. Ma appena l'insurrezione di ottobre li portò al potere, cioè appena Lenin fece la sua apparizione al palazzo Smonly, egli cominciò a mostrarsi indignato di fronte a chiunque gli parlava dell'abolizione della pena di morte. Egli derideva ed attaccava cinicamente la loro effeminatezza e la loro stupidità. E infatti s'acquietò soltanto quando fu deciso di cominciare con le «esecuzioni», revocando il decreto che aboliva la pena di morte.
2 — Il secondo esempio ci viene dall'atteggiamento tenuto da Lenin — lo stesso Lenin che aveva dichiarato che in un paese libero, il governo del popolo è realizzato nel processo di una lotta aperta o di accordi liberi tra i vari Partiti— quando, subito dopo l'insurrezione di ottobre, venne compiuto un tentativo per costruire un Governo socialista di coalizione. I fatti son noti ora. «La questione di costituire un Governo di coalizione socialista fu sollevata dal Comitato Esecutivo dei Ferrovieri subito dopo il trionfo della rivoluzione a Pietrogrado... I socialisti rivoluzionari di sinistra vi erano favorevoli. Il progetto, studiato in una serie di riunioni a cui partecipavano anche i bolscevichi ed i socialisti moderati, prevedeva di allargare il Comitato Esecutivo Centrale dei Soviet, portando a 150 i suoi membri, mediante l'inclusione di 75 delegati dai Soviet di contadini, di 80 delegati dai Soviet dell'esercito e della Marina, 40 delegati dai Sindacati, 25 dalle Associazioni Professionali, 10 dal Comitato Esecutivo dei Ferrovieri, 5 dai lavoratori di Poste e Telegrafi, e 70 delegati dalla parte socialista del Consiglio Municipale di Pietrogrado; il tutto con una percentuale di voti concordata del 60% per i bolscevichi, i quali avrebbero avuto anche non meno del 50% dei portafogli ministeriali, ivi incluso gli Interni, il Lavoro e gli Affari Esteri». Ma «Il progetto fu rigettato dal Comitato Esecutivo del Partito Comunista» (16), nonostante le proteste della minoranza — e non fu portata la questione nemmeno in discussione davanti al Partito nel suo insieme. E che cosa questo fatto significa, se non che la propaganda di Lenin prima dell'ottobre, ridotta a sviluppare le chiare idee della Comune di Parigi, era null'altro che una presa in giro deliberata dei lavoratori? Senza il proposito di dittatura implicito nell'azione di Lenin, un'intesa dei bolscevichi con i socialisti rivoluzionari avrebbe evitato la necessità della guerra civile, confinando la debole borghesia russa e la cricca dei militari in una posizione in cui ogni resistenza sarebbe stata pressoché impossibile, o si sarebbe ridotta a piccoli sollevamenti isolati facilmente vinti dalla azione solidale dei lavoratori. Infatti, finché anche i lavoratori che seguivano i socialisti rivoluzionari (e gli anarchici) godettero di una certa misura di eguaglianza e di libertà civica, essi si batterono a fianco dei bolscevichi nella attiva difesa della rivoluzione contro ogni tentativo reazionario, pur seguitando nella loro lotta contro i bolscevichi stessi. E Lenin stesso ammise che «il compito principale di contenere la resistenza degli sfruttatori è stato già assolto nel periodo tra il 25 ottobre 1917 ed il febbraio 1918, cioè fino alla resa del generale Bogaiesky » (17) che è il periodo in cui tutti, illusi dalle promesse democratiche di Lenin, lottavano insieme a lui ed ai suoi.
3 — Un altro esempio mostra come Lenin non pensasse mai davvero a realizzare la «Democrazia sovietica» di cui parlava tanto quando preparava la strada per il suo potere — e come ogni discorso di quel genere fosse da lui abbandonato appena giunto ad essere, con il suo Partito, in posizione di dittatore. Solo dieci giorni dopo aver preso il potere, il 17 novembre 1917, Lenin, come Presidente del Consiglio dei Commissari del Popolo, dovette rispondere ad una interrogazione presentata dall'ala sinistra dei socialisti rivoluzionari nel Comitato Esecutivo Centrale dei Soviet di tutta la Russia. In essa si lamentava che il Governo, con « un certo numero di decreti e di altri atti», i quali «non erano mai stati discussi dal Comitato Centrale dei Soviet né da esso sanzionati» aveva «di fatto abrogato i principi della libertà civile» (18). E ad essa Lenin dava una brusca risposta, con la quale sviluppava il concetto che «il nuovo potere doveva mettere da parte le formalità che avrebbero potuto sollevare seri ostacoli alla sua azione» (19) dimenticando così le belle teorie tante volte espresse ai lavoratori prima del colpo di Stato, e confermando che lo slogan «Tutto il potere ai Soviet!» era stato per lui la menzogna di base su cui edificare la propria dittatura. Appena il potere dei Soviet accennasse ad osare mettere in discussione tale dittatura ne avrebbe avuto le schiaccianti e sdegnose risposte che meritava l'ingenuità di chi a quella menzogna aveva creduto.
Lenin vinse, allo stesso modo che vinsero Hitler e Mussolini nei loro paesi, perché i socialisti rifiutarono la sua sfida alla guerra civile. Pareva loro di aver ragione: li tratteneva la paura dell'invasione tedesca, della restaurazione monarchica, del collasso economico — e il senso della loro responsabilità verso il popolo e la rivoluzione. Con il loro atteggiamento isolarono gli anarchici, disposti invece a lottare apertamente, apertamente in lotta contro Lenin e la macchina oppressiva della sua dittatura, allora in costruzione. La tattica pacifica usata dai socialisti nella loro opposizione ai bolscevichi fu abilmente utilizzata da Lenin, in vista dello schiacciamento totale sia dei socialisti stessi che degli anarchici. 
È in ciò la prova conclusiva del fatto che le idee di «comunismo federalistico» e di genuino «socialismo libertario» predicate da Lenin prima che s'impadronisse del potere erano solo mezzi per il suo fine riposto, che consisteva nella dittatura dello Stato centralizzato ed autoritario del Manifesto dei comunisti. Lenin stesso finì per ammetterlo, nella polemica contro il giornale di Gorky, Novaya Zhizn: «quando lo Stato è divenuto proletario, quando è divenuto l'apparato della violenza esercitata dai lavoratori sopra la borghesia, allora noi affermammo la nostra adesione al centralismo ed al Governo forte». Ancora belle parole, nelle quali era implicita l'idea: «quando noi saremo i padroni dello Stato». perché nel linguaggio di Lenin «Stato proletario» significava «Stato comandato dai bolscevichi».
È chiaro, in conclusione, che quando Lenin sosteneva e propagandava le idee della Comune di Parigi, prima del sollevamento dell'ottobre 1917, egli le intendeva unicamente destinate al consumo della massa, le usava come un'esca per i semplici che prendevano alla lettera le sue parole, come un mezzo per accaparrarsi le simpatie degli operai e dei contadini — infine, come uno strumento che apriva e spianava per lui ed i suoi la strada del potere.

(1) Lenin, Sobranie Sochineniy, Mosca 1923, vol. XVIII, parte 2°, p. 30.
(2) id., op. cit., vol. XIV, parte 1°, p. 17-18.
(3) id., Discorso ai soldati, op. cit., vol. XIV, parte 1°, p. 75.
(4) id., Il compito del proletariato nella nostra rivoluzione, op. cit., vol. XIV, parte 1°, p. 48-49.
(5) id., Del potere duale, op. cit., vol. XIV, parte 1°, p. 25.
(6) id., La convenzione dei delegati contadini, op. cit., vol. XIV, parte 1°, p. 90.
(7) id., Dove ci conducono le misure controrivoluzionarie del Governo provvisorio, op. cit., vol. XIV, parte 1°, p. 129 e, ivi p. 226, Una questione di principio.
(8) id., Le nostre opinioni, op. cit., vol. XIV, parte 1°, p. 92.
(9) id., Conserveranno il potere i bolscevichi?, op. cit., vol. XIV, parte 2°, p. 227.
(10) id., op. cit., vol. XIV, parte 1°, p. 129.
(11) id., Le lezioni della rivoluzione, op. cit., vol. XIV, parte 1°, p. 33.
(12) id., Come assicurare vittoriose elezioni all'Assemblea Costituente, o la libertà di stampa, op. cit., vol. XIV, parte 2°, p. 112-113.
(13) id., I perplessi e gli impauriti, op. cit., vol. XIV, parte 1°, p. 254.
(14) id., Posizioni contradditorie, op. cit., vol. XIV, parte 1°, p. 259.
(15) id., Rapporto sul lavoro del Comitato Centrale del Partito Comunista, 27 marzo 1922, op. cit., vol. XVIII, parte 2°, p. 54-55.
(16) id., vol. XV, p. 640-641, nota 18.
(17) id., I problemi prossimi del potere del Soviet, op. cit., vol. XV, p. 195.
(18) id., Riusciranno i bolscevichi a tenere il potere statale?, op. cit., vol. XIV, parte 2°, p. 241.
(19) id., Risposta all'interpellanza dei socialisti rivoluzionari di sinistra, op. cit., vol. XV, p. 27, note.

[The guillotine at work, 1940]