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Dibattito

 

Laudato si”

La Chiesa Cattolica Apostolica Romana è il più antico e organizzato partito della storia dell’umanità, e se in questa fase si è data un Papa come l’attuale è proprio perché le sue gerarchie si rendono conto dell’ impellente necessità di avviare un profondo processo di rinnovamento.

La chiesa è chiamata a recuperare quel ruolo guida indebolito dal mutare degli assetti internazionali, da un certo adagiarsi sulle vittorie del passato, da una serie di gravissimi scandali che ne hanno incrinato la credibilità e dall’insufficienza del precedente pontificato.

Ma l’innovazione crea discontinuità: così è che si accende lo scontro tra le componenti progressiste e conservatrici e, sopra tutto, si impongono mediazioni e prezzi che devono comunque essere pagati da entrambe le parti.

Si tratta di stabilire come e per quanto tempo ancora si debba continuare a pagarli.

 

Tra innovazione e continuità

Le encicliche sono da considerarsi come dichiarazioni di intenti e alla loro realizzazione, oltre alle varie componenti della chiesa cattolica, collaborano anche diversi consiglieri.

All’Enciclica “Laudato sì” ha collaborato Jeffrey Sachs, un economista statunitense antico frequentatore del Vaticano fin dal pontificato di Papa Giovanni Paolo II con il quale, nel 1991, collaborò alla stesura dell’ Enciclica “Centesimus annus”.

Sachs attualmente “dirige l’Earth Institute della Columbia University di New York e negli anni Ottanta e Novanta si segnalò per la “shock therapy” da lui applicata ad alcuni paesi dell’America latina e dell’est dell’Europa per un rapido passaggio alla libera economia di mercato, incurante dei contraccolpi sociali. Ma soprattutto si distingue per il drastico sostegno che ha sempre dato alla riduzione delle nascite soprattutto nei paesi poveri, tramite la contraccezione e l’aborto promossi su larga scala in particolare dall’ONU, del cui attuale segretario generale Ban Ki-moon Sachs è “special advisor”. Ed è questo il punto che solleva le maggiori critiche da parte di tanti cattolici, anche esperti di economia. Uno di questi, l’ex presidente dello IOR Ettore Gotti Tedeschi, ha recentemente scritto una lettera aperta a papa Francesco nella quale non fa il nome di Sachs ma contesta frontalmente le sue teorie”. (L’Espresso 01/06/2015).

Non tutta la Chiesa Cattolica è schierata con l’attuale Papa e, anzi, una parte di essa ne reclama un qualche controllo se non, addirittura, un significativo ridimensionamento.

Soprattutto si tratta di far sì che l’innovazione in atto sia moderabile nella sua pratica attuazione e che le soluzioni proposte siano generali se non generiche, per meglio adattarsi alla realtà in movimento e per garantire ampi spazi di interlocuzione e di mediazione, cioè di manovra, alle alte gerarchie cattoliche.

Se questo è l’obiettivo, la presenza di Sachs costituisce un elemento di continuità con il passato e, quindi, un’ulteriore garanzia per moderare le spinte innovatrici evitando che divengano incontrollabili.

L’Enciclica e il cristianesimo sociale

L’attuale Papa è l’espressione delle componenti cattoliche più inquiete e consapevoli della drammatica realtà del capitalismo, che si misura in termini di devastazione ambientale, di disuguaglianza, di miseria nel sottosviluppo e di guerra.

Da questo punto di vista l’enciclica “Laudato si” riunisce e sviluppa, in un rinnovato insieme che si pretende organico, i contenuti sparsi di una coerenza dispersa, formalmente enunciati nel tempo dalle gerarchie cattoliche ma mai realmente perseguiti se non occasionalmente: si cita Papa Giovanni XXIII (che si adoperò attivamente per il naufragio del centrosinistra negli anni ’60 del novecento) e la sua Enciclica “Pacem in Terris”; si cita Papa Paolo VI (che si caratterizzò per il suo conservatorismo); si cita Papa Giovanni Paolo II (che fu uno dei massimi registi del crollo dell’Unione Sovietica) e la sua Enciclica “Centesimus annus” e si cita Papa Benedetto XVI (che ha retto un breve pontificato statico e tradizionalista).

Il fine è, evidentemente, quello di giungere a dimostrare che l’attuale Enciclica si colloca in coerenza con l’intero percorso fin qua seguito dalla chiesa cattolica, anche quando si attinge ai contenuti di quel cristianesimo sociale che ha avuto il suo apice nella “Teologia della Liberazione” e nelle numerose e radicate esperienze pastorali di base che hanno profondamente coinvolto le comunità cattoliche specialmente nel continente latino americano, dividendo le gerarchie ecclesiastiche e intere schiere di credenti. Oggi tutte queste esperienze, modificatesi con la fine delle dittature e l’avvento di regimi democratico borghesi, hanno esaurito la loro spinta propulsiva e le gerarchie cattoliche progressiste si apprestano a raccogliere quello che ne resta.

Si affronta quindi la questione ambientale attraverso ampi riferimenti alle Conferenze Episcopali del continente latino americano che, nel tempo, hanno potuto recuperare, edulcorandoli, alcuni contenuti qualificanti del cristianesimo sociale trasformandoli in enunciati per altro universalmente accettati. (Vedi: “Laudato si” Enciclica sulla cura della cosa comune” – Ed. S. Paolo – Libreria Editrice Vaticana – Città del Vaticano 2015 – pag. 55, nota n. 24).

Nell’Enciclica non vi è un deciso ritorno al messaggio originale del Vangelo e ai più significativi contenuti del cristianesimo sociale, bensì alla più suggestiva e meno impegnativa esperienza di S. Francesco, sulla quale si tenta di ridisegnare in modo organico il ruolo rinnovato di una chiesa che nei secoli è andata da un’altra parte.

D’altronde, le analisi scientifiche della diseguaglianza condotte con metodo materialistico e che individuano le cause nella natura e nelle finalità dei rapporti di produzione capitalistici non sono certo patrimonio della chiesa cattolica, ma di individualità spesso isolate o di gruppi rivoluzionari per lo più confinati nel minoritarismo.

La cristianità e la rinnovata guida del mondo

L’Enciclica si rivolge “all’umanità”, nel tentativo di coinvolgere tutta la cristianità in una prospettiva di unità attraverso il rinnovamento. Da qui le replicate aperture all’ebraismo, alla chiesa ortodossa e al protestantesimo.

L’intento cala in un momento di profonda crisi, dove stato e mercato consumano il loro evidente fallimento nel quadro di un'aspra contesa imperialistica e di un'aggressione senza precedenti all’ambiente e alle condizioni di vita delle classi subalterne in tutto il mondo.

I governi e le medesime istituzioni democratiche borghesi sono sempre più esautorati dalle ferree disposizioni impartite dal capitale finanziario e dai suoi organi; le socialdemocrazie sono complici diretti e consapevoli delle politiche neoliberiste; le grandi organizzazioni sindacali sono paralizzate nella loro subalternità alle politiche imperialistiche dei rispettivi paesi; l'opposizione sociale è episodica, divisa e inadeguata; emergono fratture corporative laddove l’immigrato, o comunque il più povero, rappresenta un pericoloso concorrente che deve essere respinto. Tutte queste drammatiche manifestazioni costituiscono l’ultima conseguenza del venir meno dei livelli di unità, di organizzazione e di consapevolezza di classe, fin qua faticosamente acquisiti.

Conseguentemente manca un'autentica prospettiva internazionalista in grado di unire gli oppressi sulla base della difesa dei loro interessi materiali, mentre le componenti rivoluzionarie sono isolate, confuse e impotenti.

I media presentano la realtà come inevitabile, un qualche cosa al quale adattarsi nostro malgrado, nel quadro di un diffuso e crescente disorientamento che assume i contorni del populismo e dell'intolleranza in una dimensione reazionaria, xenofoba se non dichiaratamente fascista.

L’Enciclica si muove all’interno di questa drammatica complessità: leggendola, si ha l’impressione di trovarsi di fronte a una circostanziata e ferma denuncia contro l’ingiustizia e, contemporaneamente, alla replica dell’antico schema che vede il mondo come problema e la cristianità come soluzione.

Tra vaghezza e concertazione

L’Enciclica è comunque destinata a suscitare giustificate speranze da parte dei miseri e degli oppressi, unitamente a una generalizzata volontà di riscossa, che però non è quanto l’Enciclica si propone.

Infatti, dopo pagine e pagine dove con una puntigliosità un poco ossessiva si elencano tutte le ingiustizie e gli orrori del mondo, le cause e le responsabilità di questi sono attribuiti a entità e a fenomeni che divengono via via sempre più generici.

Inizialmente ci si riferisce alle responsabilità dei poteri economici collegati alla finanza, al principio della massimizzazione del profitto, alla concorrenza e alle multinazionali, per poi passare a riferimenti più neutri quali l’individualismo, il consumismo, il potere umano, il mercato senza regole, il progresso indefinito. Ci si riferisce genericamente a “interessi particolari” e, talvolta, addirittura ad “alcuni”, fino a coniare concetti francamente criptici quali “il paradigma tecnocratico” (par. 106 pag. 106) e “l’antropocentrismo moderno” (par. 115 pag. 114): il tutto per evitare di citare le parole “capitalismo e imperialismo” in obiettivo riferimento ai rispettivi fenomeni storici, concetti effettivamente troppo qualificati e condizionanti, anche per la chiesa di Papa Francesco.

Le definizioni iniziali sembrano recuperare la tradizione sociale del cristianesimo, ma sono edulcorate da altre estremamente generiche che si affacciano e si susseguono senza un ordine apparente che, però, assume il sopravvento sui concetti di partenza: non si poteva certo tacere che la responsabilità della devastazione ambientale risiede nel ruolo delle multinazionali senza indebolire la portata dell’Enciclica ma, una volta detto, non si doveva esagerare altrimenti come interloquire, ad esempio, con “Comunione e Liberazione?”.

D’altronde le spinte innovative e le discontinuità proprie dell’Enciclica sono ampiamente compensate dalle recenti prese di posizione del cardinale Bagnasco in materia di diritti civili.

Nell’Enciclica l’estrema eterogeneità e vaghezza dei riferimenti apre a alcune contraddizioni (è francamente arduo collegare alcuni contenuti della conferenza generale dell’Episcopato Latino Americano e dei Caraibi del 2007 - parag. 38, pag. 55 nota n. 26 – con le esternazioni, ad esempio, di Giovanni Paolo II – par. 5, pag. 29, nota. N. 4) riducendosi a proporre un genericissimo “cambiamento degli stili di vita” (par. 206, pag. 181) in una smunta prospettiva di concertazione che auspica una non ben definita “Autorità Mondiale” al fine di “prevenire i problemi più gravi che finiscono per colpire tutti”(Par. 175, pag. 158 – 159, nota, 129) il che, obiettivamente, equivale a non dir niente a conferma della portata generica delle denunce.

E’ comunque singolare considerare come la prospettiva ipotizzata dall’Enciclica rimandi a quell’austerità di Berlingueriana memoria (“Sulla politica di austerità e di rigore" - E. Berlinguer: discorso al Convegno degli intellettuali - 1977) concretatasi nel “compromesso storico” e nei governi di unità nazionale i quali, proprio attraverso il ruolo concertativo delle organizzazioni sindacali confederali, articolarono quella moderazione salariale e di ogni richiesta sindacale in cambio di riforme che non sarebbero mai venute, agevolando nei fatti i processi di ristrutturazione a scapito delle, classi subalterne.

E’ proprio qua che l’impianto sociale dell’Enciclica si dimostra particolarmente fragile, perché replica le antiche convinzioni circa la riformabilità del capitalismo e il suo mille volte declinato controllo, quando è proprio l’ineguale distribuzione della ricchezza sociale prodotta e la sua concentrazione in poche mani che produce le devastazioni ambientali, il dilagare delle guerre, della fame e il drammatico fenomeno delle migrazioni; l’interminabile ondata di privatizzazioni, il generalizzato attacco al salario, al lavoro e alle condizioni di vita delle classi subalterne, la distruzione dello stato sociale e il crescente violento attacco al medesimo concetto di sindacato, la liquidazione delle tutele con la progressiva paralisi dell'opposizione sociale, nella cupa cornice dell’aumento “della miseria delle masse” non solo nei paesi più arretrati, ma anche nei paesi a capitalismo maturo.

Tutto ciò accade oggi, e costituisce una prova pratica e teorica insieme della liquidazione di ogni ipotesi concertativa, sia pure disegnata nel suggestivo ma improbabile quadro di un qualche auspicato controllo del capitalismo per limitarne gli orrori, anche se a proporla è il Papa.

Finalità educazioniste

L’Enciclica chiude con il VI capitolo volto al cambiamento degli stili di vita tramite l’educazione.

La Chiesa si impegna in una intensa campagna per “educare all’alleanza tra l’umanità e l’ambiente” (Cap. II, pag. 183 – 192) e l’educazionismo rimane la cornice nella quale si risolve l’Enciclica.

Tralasciando i tradizionali e patetici riferimenti alla difesa della vita fin dal suo concepimento, balsa agli occhi l’assenza di una circostanziata individuazione del pericolo di una guerra vera e non frammentata in conflitti di area che, pure, non vengono considerati nella loro specifica gravità anch’essi, evidentemente, compresi nell’articolato elenco degli orrori del mondo e dati per scontati.

Il finale è vacuo e l’alternativa difetta: L’Enciclica “Laudato si” rimane un elenco di buone intenzioni destinate a riqualificare in senso sociale il ruolo politico della Chiesa altrimenti declinante.

Questo rinnovato protagonismo tende, nei fatti, a “sottrarre il mestiere” alla sinistra nelle sue configurazioni storiche - le riformiste ormai screditate e le rivoluzionarie, inadeguate e quasi del tutto assenti - sia a porsi come alternativa credibile all’affermarsi dei movimenti sociali e dei cartelli elettorali progressisti (Syriza in Grecia, Podemos in Spagna, l'affermarsi del socialista Jeremy Corbin nel Labour inglese) e del dilagante populismo nelle sue contraddittorie articolazioni, talvolta dichiaratamente reazionarie.

Si obietterà che non è compito della chiesa cattolica fornire alternative, ma se questa intende muoversi sul piano della politica non si capisce perché per essa non debba valere la più leniniana delle domande, che consiste proprio in quell’inevitabile “che fare?” la cui concreta risposta distingue gli enunciati dalle proposte realmente praticabili.

In ogni caso il carattere di denuncia dell’Enciclica si risolve in una ipotesi educazionista che si completa con il “principio di sussisiarietà” caro alla chiesa cattolica e che risulta essere l’unico sbocco realmente operativo, sia pure non dichiarato, dell’Enciclica stessa.

In questa fase avanzata della crisi dell'imperialismo europeo, che dovrebbe unificarsi ma ancora non ci riesce, la chiesa cattolica si pone come alternativa unitaria, ovviando alla mancanza di alternative concrete con l’estrema autorevolezza della fonte.

Considerazioni conclusive

In Italia numerose compagne e numerosi compagni hanno salutato l’Enciclica con un entusiasmo francamente fuori misura, prova della bruciante delusione da questi subita nei confronti di una sinistra ormai integrata o impotente, ma anche dell’assenza di quello spirito critico necessario a interpretare i fenomeni nella loro obiettiva cornice, al fine di evitare valutazioni erronee che possono produrre nuove e devastanti illusioni.

In ogni caso, questo entusiasmo non deve essere biasimato perché ci appartiene, sia pure come limite, né l’Enciclica “Laudato sì” “snobbata” secondo la pratica settaria corrente, solo perché a pronunciarla è il Papa.

Essa ripropone comunque tematiche quali l'uguaglianza e la solidarietà che hanno illuminato le migliori stagioni del proletariato internazionale: tematiche deformate, pervicacemente e irresponsabilmente rimosse anche a sinistra, ma che continuano, invece, a toccare il cuore di milioni di individui stimolandone le intelligenze, le volontà e l’agire. Tutto ciò crea una positiva discontinuità con il presente che deve essere valutata con grande attenzione.

In assenza di altre proposte l’Enciclica è quindi destinata a realizzare interlocuzioni con strati sociali anche profondi, disgregati dalla crisi e difficilmente accessibili all'azione di massa contemporaneamente rilanciando la discussione tra molte compagne e numerosi compagni e, se in questa fase di eccezionali difficoltà, la regia attiva di questi processi è della chiesa cattolica questo dato di fatto segna, piuttosto, l’inadeguatezza della teoria e dell’iniziativa dei rivoluzionari.

La chiesa cattolica finisce quindi per realizzare una rinnovata e temibile concorrenza proprio sul terreno dell’azione di massa, impartendo una bruciante lezione tattica che deve essere riconosciuta ai fini di riprendere l’iniziativa.

Oltre agli entusiasmi ingenui e decontestualizzati e alle sospette apologie che celano rinnovati protagonismi, è necessario ribadire che una certa comunanza di linguaggio con le tematiche storiche dell’emancipazione sociale che comunque emerge dall’Enciclica, non deve suggestionare più di tanto proprio perché è dovuta alle necessità di rendere più credibile e efficace il messaggio e, soprattutto, non implica la comunanza con le finalità dell’azione politica e di classe, per la quale l’abolizione dello “sfruttamento dell’uomo sull’uomo” e degli orrori che ne derivano, implica l’inevitabile superamento della società divisa in classi e del sistema di produzione capitalistico che non è, evidentemente, un’entità suscettibile di controllo o riforma.

Il superamento del capitalismo non rientra nelle finalità dell’Enciclica “Laudato si” né della chiesa cattolica, ma qualifica la nostra prospettiva internazionalista e comunista libertaria che abbiamo il dovere di sottrarre al progressivo logoramento.

E’ su queste considerazioni autocritiche che gli anarchici dovranno riflettere, per uscire dai loro isolati contesti e per tornare a confrontarsi, finalmente, con il movimento reale.

Giulio Angeli

Settembre 2015