Alternativa Libertaria/Federazione dei Comunisti Anarchici

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Manifesto dei

Comunisti Libertari

di George Fontenis geofonManifesto Comunista Libertario G. Fontenis

Il Comunismo Libertario :
Teoria Sociale
                  
E' nel 19° secolo nel corso dello sviluppo del capitalismo e delle prime grandi lotte operaie, e più precisamente in seno della prima Internazionale ( dal 1861 al 1871) , che appare una dottrina sociale, chiamata "Socialismo rivoluzionario" (per reazione contro il socialismo legalitario, riformista o statale) o "Socialismo antiautoritario" o "Collettivismo", ed in seguito "anarchismo" o " Comunismo anarchico" o "Comunismo Libertario" .
Questa dottrina, questa teoria nasce come reazione dei lavoratori socialisti organizzati. Essa è, in tutti i casi, legata all'esistenza dell'antagonismo di classe, che si va accentuando. Essa è  un prodotto storico, nasce  in alcune condizioni della storia , di sviluppo della società di classe, e non dalla critica idealista di alcuni pensatori.
Il ruolo dei fondatori della dottrina,  Bakunin principalmente, fu quello di esprimere le aspirazioni sincere delle masse, le loro reazioni, le loro esperienze, e non di creare artificialmente una teoria appoggiandosi su una analisi astratta, puramente ideale, o su delle teorie anteriori. Bakunin e con lui James Guillaume, in seguito Kropotkin, Reclus, J. Grave, Malatesta ecc.. partono dall'osservazione delle condizioni e delle forme di organizzazione e di lotta delle associazioni dei lavoratori e delle masse contadine.
L'origine di classe dell'anarchismo è incontestabile . Come mai allora così spesso l'anarchismo è stato considerato come una filosofia, una morale o etica indipendente dalla lotta di classe, quindi come umanesimo staccato dalle condizioni storico-sociali?
Noi questo ce lo spieghiamo attraverso molteplici motivi.
Da una parte, i primi teorici anarchici hanno cercato qualche volta di riferirsi a delle opinioni di scrittori, di economisti, di teorici che li hanno preceduti, Proudhon soprattutto (del quale molti scritti mostrano incontestabilmente delle concezioni anarchiche).
I teorici, che li hanno seguiti, hanno allo stesso modo qualche volta ritrovato presso degli scrittori come la Boetie, Spencer, Godwin, Stirner, ecc. dei pensieri che avevano una analogia con l'anarchismo, nel  senso che essi manifestavano una opposizione alle forme di società di sfruttamento e ai principi di dominazione che essi scoprirono. Ma le teorie di Godwin, Stirner, Tucher sono unicamente delle riflessioni sulla società senza tener conto della storia e delle forze che la determinano, senza tener conto delle condizioni oggettive che pongono il problema della rivoluzione.
D'altra parte, in tutte le società basate sullo sfruttamento ed il dominio, sono sempre esistiti dei gesti di rivolta, individuali o collettivi con, a volte, un contenuto comunista e federalista o realmente democratico, per cui si è giunti qualche volta a considerare l'anarchismo come lotta eterna degli uomini verso la libertà e la giustizia. Concetto vago, insufficientemente fondato sul piano sociologico o storico, tendente ad assimilare l'anarchismo ad un umanesimo vago, basato sulle mozioni astratte di "umanità " e di "libertà".
Agli storici borghesi del movimento operaio è sempre piaciuto mischiare il comunismo anarchico con le teorie individualistiche, idealiste, e sono in gran parte responsabili della confusione. Sono questi che hanno voluto avvicinare Stirner a Bakunin .Si è qualche volta giunti, dimenticando le condizioni di nascita dell'anarchismo, a ridurlo ad una specie di  super liberalismo facendoli perdere il suo carattere materialista, storico e rivoluzionario.
Ma in ogni modo se le rivolte anteriori al 19° secolo e le riflessioni di alcuni pensatori sulle relazioni che intercorrono tra gli uomini e le categorie sociali, hanno preparato l'anarchismo, questo esiste come teoria rivoluzionaria solo a partire da Bakunin.
Certo le raccolte  e gli scritti anteriori, ai quali qualcuno si rifà sono nate anch'esse da una società basata sul dominio di una classe su un'altra. Le opere di Godwin per esempio esprimono bene l'esistenza della società di classe, ma in modo idealista, confuso. L'alienazione dell'uomo dal gruppo, dalla famiglia dalla religione dallo stato dalla morale , ecc.. è senz'altro di natura sociale è senz'altro l'espressione di una società divisa in caste o in classi.
Si può dire che delle attitudini, delle riflessioni, dei modi di agire che noi possiamo qualificare come di rivolta, di non conformismo, di anarchismo nel senso vago del termine, sono sempre esistite.
Ma la formulazione coerente di una teoria comunista anarchica, risale alla fine del 19° secolo e si persegue ogni giorno, si precisa si perfeziona con l'apporto dell'esperienza storica.
L'anarchismo non può essere dunque assimilato ad una filosofia o ad un'etica astratta o individualista.
Esso è nato nel e dal sociale ed è stato necessario attendere un periodo storico determinato e un certo stato dell'antagonismo di classe affinché le aspirazioni comuniste anarchiche si manifestassero chiaramente, affinché il fenomeno della rivolta sfociasse in una concezione rivoluzionaria coerente e completa.               
L'anarchismo non essendo una filosofia o un'etica astratta, non può rivolgersi all'uomo astratto, all'uomo in generale. Per l'anarchismo non esiste in questa società l'uomo senza aggettivi, "tout court"; c'è l'uomo sfruttato appartenente alla classe degli sfruttati e c'è l'uomo delle classi privilegiate, della classe dominante. Rivolgersi all'uomo" è cadere nell'errore e nel sofisma dei liberali che si rivolgono al "cittadino" senza tener conto delle condizioni economiche e sociali dei cittadini . Rivolgersi all'uomo in generale dimenticando l'esistenza delle classi e delle lotte di classe dando sfogo a delle declamazioni retoriche, vuote sulla Libertà sulla Giustizia in generale e con le maiuscole, significa permettere a tutte le filosofie borghesi, in apparenza liberali - ma in realtà conservatrici e reazionarie - di penetrare nell'anarchismo, di pervertirlo in un vago umanitarismo, di castrare la teoria, l'organizzazione e i militanti. C'è stato un tempo e ciò si manifesta ancora in qualche paese all'interno di certi gruppi, in cui la propaganda anarchica degenerava nel pianto di un pacifismo integrale ed in una specie di cristianesimo sentimentale. E' stato necessario reagire ed oggi l'anarchismo riparte all'assalto del vecchio mondo con altri strumenti piuttosto che con considerazioni nebulose.
E' agli sfruttati, ai proletari, alle masse operaie e contadine che si rivolge l'anarchismo, teoria sociale e metodo rivoluzionario, perché solo la classe sfruttata, in quanto forza sociale, è un fattore rivoluzionario.
Vogliamo dire con ciò che la classe dei lavoratori è una classe-messia, che gli sfruttati posseggono una provvidenziale chiaroveggenza, tutte le qualità e nessun difetto? Sarebbe cadere nell'idolatria operaia, in una metafisica di nuovo genere.   
Ma la classe operaia sfruttata, alienata, mistificata, frustrata, il proletariato, in senso lato, inglobando allo stesso tempo la classe operaia propriamente detta (composta da operai manuali aventi una certa psicologia comune una certa maniera di essere e di pensare), ed altri salariati come gli impiegati o ancora in altri termini l'insieme di quegli individui che svolgono delle mansioni esecutive nella produzione e nell'ordine  politico, dunque coloro che non prendono parte alla gestione, solo questa classe può, per la sua condizione economica e sociale, sovvertire il potere e lo sfruttamento. Solo i produttori possono realizzare la gestione operaia e cosa sarebbe la rivoluzione se non il passaggio della gestione a tutti i produttori?
Il proletariato è dunque la classe rivoluzionaria per eccellenza , poiché la rivoluzione che essa può fare è una rivoluzione sociale e non solamente politica, che emancipando se stessa, emancipa tutta l'umanità; liquidando il potere della classe dominante, essa sopprime le classi.
Senza dubbio nella società  attuale le classi non hanno limiti precisi.
E' nel corso dei diversi episodi della lotta di classe che si determina la separazione. Non ci sono limiti precisi, ma ci sono due poli: proletariato e borghesia (capitalisti, burocrati...); le classi  dette medie sono lacerate nei periodi di crisi e si orientano verso l'uno o l'altro polo; esse sono incapaci per la loro stessa condizione di dare una soluzione, poiché esse non hanno né le caratteristiche rivoluzionarie del proletariato, né realmente la gestione della società attuale come la borghesia propriamente detta. Si osserva per esempio durante gli scioperi che una parte dei tecnici (soprattutto quelli che sono nei fatti degli specialisti, quelli dei centri di studio per esempio) si avvicina alla classe operaia , mentre un'altra parte, i tecnici che ricoprono il ruolo dei quadri e una  gran parte dei capi, si allontana dalla classe operaia,  almeno per un periodo. La realtà sindacale si rimette sempre all'esperienza, al pragmatismo, sindacalizzando alcuni strati e non altri, seguendo il loro ruolo, la loro funzione. In ogni caso è la funzione lo stato d'animo che permettono di caratterizzare una classe, più che la retribuzione.
Il proletariato esiste. C'è al suo interno una parte, la più decisa, la più attiva; la classe operaia propriamente detta. C'è anche qualche cosa di più vasto oltre il proletariato e che comprende altri stati sociali che è necessario coinvolgere nelle azioni: sono le masse popolari che comprendono oltre al proletariato i piccoli contadini, gli artigiani poveri ecc.
Non si deve cadere nella mistica del proletariato ma avere chiaro un dato preciso, che il proletariato, nonostante la lentezza della sua presa di coscienza, i suoi riflessi, le sue disfatte è in definitiva la sola leva reale della rivoluzione.
Qui non possiamo fare a meno di citare questo testo fondamentale di Bakunin: " Capire che, poiché il proletariato, il lavoratore manuale, il carcerato, è il rappresentante storico dell'ultima schiavitù sulla terra, la sua emancipazione è l'emancipazione di tutti, il suo trionfo è il trionfo finale dell'umanità...."( Opere complete-tomo IV pag: 425).

Senza dubbio è possibile che degli uomini che appartengono a delle categorie sociali privilegiate, rompano con la classe di provenienza, con l'ideologia ed i vantaggi di questa classe e vengano alla causa dell'anarchismo. Il loro apporto è considerevole, ma in qualche modo questi uomini diventeranno dei proletari. Per Bakunin i socialisti rivoluzionari, cioè gli anarchici, si rivolgono "alle masse operaie tanto delle città quanto delle campagne, comprendendo tutti gli uomini di buona volontà delle classi superiori, che, rompendo con il loro passato, vorranno francamente ricongiungersi a loro e abbracciare interamente il loro programma.".

Pur tuttavia non si può dire che l'anarchismo si rivolge, come teoria sociale, all'uomo astratto, all'uomo in generale, senza tenere conto del suo ambiente di nascita.
Togliere all'anarchismo il suo carattere di classe sarebbe condannarlo all'astrattezza, condannarlo a svuotarsi dei suoi contenuti e diventare un passatempo filosofico inconsistente, una curiosità per borghesi intelligenti, un oggetto di simpatia per un uomo di cuore idealista, un soggetto  di discussione accademica.
Noi dunque concludiamo:
l'anarchismo non è una filosofia dell'individuo o dell'uomo in generale; l'anarchismo è , se si vuole, una filosofia o un'etica, ma in senso molto particolare, molto concreto. 
Lo è per le aspirazioni che rappresenta, per gli scopi che si propone, e richiamando una citazione di Bakunin, possiamo concludere dicendo che "il trionfo dei proletari è il trionfo dell'umanità";
proletario (l'anarchismo),di classe per quanto riguarda le sue origini, solo per quanto riguarda gli scopi è generalmente umano o se si vuole umanista;
esso (l'anarchismo) è una scuola socialista, o meglio per essere più precisi, il solo socialismo o comunismo genuino, la sola teoria o metodo valido per giungere alla società senza caste e senza classi, realizzando la libertà e l'uguaglianza;
l'anarchismo sociale, o comunismo anarchico o ancora comunismo libertario è una teoria sociale rivoluzionaria, rivolta al proletariato del quale rappresenta le aspirazioni, del quale, se si vuole, esso manifesta la vera teoria, teoria che il proletariato acquisisce attraverso le sue esperienze.

Il problema del programma

L'anarchismo essendo una teoria sociale, si manifesta attraverso una serie di analisi e di proposizioni che fissano i fini e i mezzi: cioè attraverso un programma.
E' questo programma che costituisce la piattaforma comune di tutti i militanti di una organizzazione anarchica, piattaforma al di fuori della quale il raggruppamento non si farebbe che su delle aspirazioni sentimentali, vaghe, confuse, senza il quale non ci sarebbe una unità reale di vedute. Si avrebbe un raggruppamento con lo stesso nome, ma con pensieri diversi, se non opposti.
Si pone allora una questione: il programma  può essere una sintesi che tiene conto di ciò che di comune  c'è tra uomini che si richiamano ad uno stesso ideale, o più esattamente ad una stessa sigla? Ciò sarebbe allora cercare una unità fittizia, dove per evitare le opposizioni rimarrebbe in comune solo ciò che non ha importanza : si costruirebbe una forza comune ma poco efficiente. Nel passato troppe volte si sono tentate delle "sintesi" e delle "unioni", cartelli, alleanza, intese, ma non è uscita che l'inefficacia e troppo spesso un ritorno ai conflitti: ponendo la realtà dei problemi ai quali ciascuno apportava soluzioni divergenti o opposte, i conflitti riapparivano insieme alla vanità, e la inutilità del pseudo programma comune che non poteva essere che un rifiuto di agire, erano dimostrati.
D'altra parte l'idea stessa di far sorgere un programma già fatto, per la ricerca di piccoli punti in comune suppone che tutti i punti di vista proposti siano giusti, che un programma possa scaturire dai cervelli , in astratto.
Ora, un programma rivoluzionario, il programma anarchico, non può essere un programma creato da alcuni uomini per poi essere imposto alle masse.
E' l'inverso che si deve avere . Il programma dell'avanguardia rivoluzionaria, della minoranza agente, non deve essere che l'espressione, rimaneggiata e vigorosa, chiara e resa cosciente e evidente, delle aspirazioni delle masse sfruttate, chiamate a fare la rivoluzione. In altri   termini la classe prima del "partito".
Ciò che deve determinare il programma è dunque lo studio, l'esperienza, la tradizione stessa di ciò che è permanente nelle aspirazioni delle masse. C'è dunque nella elaborazione del programma un certo "empirismo", che evita il dogmatismo, che evita la sostituzione di uno schema elaborato da un piccolo gruppo rivoluzionario, con ciò che è stato indicato dall'azione e dalla coscienza delle masse.
A sua volta il programma elaborato, portato a conoscenza delle masse, non può che sviluppare la loro coscienza. Infine, il programma così definito può essere modificato nella misura in cui procede l'analisi della situazione e delle tendenze delle masse, può essere formulato in termini più giusti e più chiari.
Così fatto il programma non può essere l'insieme dei punti secondari che uniscono  (o meglio che non separano) degli uomini che possono credersi vicini, ma è un insieme di analisi e proposizioni alle quali si rifanno solo coloro che le  approvano e si incaricano di propagandarlo e di realizzarlo.
Ma dirà qualcuno che sarà necessario che questa piattaforma sia elaborata, redatta, da qualcuno o da "un'équipe". Senza dubbio, ma, poiché non si tratta di un qualsiasi programma, ma del programma dell'anarchismo sociale, non saranno accettate che quelle proposizioni considerate concordanti con gli interessi, le aspirazioni, la coscienza e le capacità rivoluzionarie della classe sfruttata. Allora si può parlare veramente di sintesi, perché non si tratta di eliminare delle cose importanti che dividono, ma si tratta di sintetizzare, in un testo comune, delle nuove proposizioni che possono fondersi con l'essenziale. E' questo il ruolo delle  riunioni di studio, delle assemblee, dei congressi dei rivoluzionari, cioè quello di riconoscere un programma, di riunirsi e di fondare la loro organizzazione su questo programma.
Il dramma è che più organizzazioni pretendono di rappresentare la classe operaia, tanto le organizzazioni socialiste  riformiste o comuniste autoritarie che l'organizzazione anarchica. Solo l'esperienza può verificare, può dare in definitiva ragione agli uni o agli altri.
Non c'è una rivoluzione possibile senza che le masse rivoluzionarie si raggruppino su una certa unità ideologica, senza  che esse agiscano con lo stesso fine. Ciò significa che per noi le masse attraverso la loro esperienza troveranno la via del Comunismo Libertario. Ciò significa anche che la teoria anarchica non è mai chiusa per ciò che riguarda i suoi punti di dettaglio, di applicazione, e che essa si elabora e si completa in ogni istante in funzione delle esperienze storiche.

Sembra che delle esperienze parziali, come la Comune di Parigi, la Rivoluzione Russa del 1917, la Makhnovicina, le realizzazioni della Spagna, gli scioperi, il fatto che la classe operaia ha conosciuto sulla propria pelle il socialismo di stato, totale e parziale (dopo la Russia sino alla nazionalizzazione e ai tradimenti dei partiti politici dell'occidente); sembra che tutto ciò può permettere di affermare che il programma anarchico, con tutte le modificazioni di cui è suscettibile, rappresenta la direzione nella quale è possibile costruire unità ideologica delle masse.
Per oggi ci accontentiamo di riassumere così questo programma: la società senza classi e senza Stato.

Rapporto tra le masse e
l'avanguardia rivoluzionaria

Abbiamo visto, parlando del programma, quale è la nostra concezione generale del rapporto tra  la classe oppressa e l'organizzazione rivoluzionaria definita per mezzo del programma(vale a dire il partito nel senso puro del termine).
Ma noi non possiamo accontentarci di dire: "la classe prima del partito" . E'  necessario sviluppare, spiegare come la minoranza agente, l'avanguardia rivoluzionaria, è necessaria senza che per questo diventi uno stato maggiore, una dittatura sulle masse. In altri termini è necessario mostrare come la concezione anarchica delle minoranze agenti non ha niente di aristocratico, di oligarchico, di gerarchico.

I - Necessità dell'avanguardia

Esiste una concezione per la quale iniziativa spontanea delle masse è sufficiente per coprire tutta la possibilità rivoluzionaria.
E' vero che la storia ci mostra un certo numero di fatti che noi possiamo considerare come dei movimenti di massa spontanei, e questi gatti sono preziosi perché essi dimostrano la capacità e le risorse delle masse.
Ma certo non porta affatto ad accettare una posizione fatalista della spontaneità. Questo mito porta ad una demagogia populista, all'apologia di un ribellismo senza principi, a volte reazionario, all'attendismo e alla capitolazione.
All'opposto, noi troviamo una concezione puramente volontaristica che vede come unica depositaria dell'iniziativa rivoluzionaria, l'organizzazione d'avanguardia. Tale concezione conduce ad una valutazione pessimista del ruolo delle masse, al disprezzo aristocratico della loro capacità politica, a una condotta astratta dell'azione rivoluzionaria e di conseguenza alla loro disfatta. Questa concezione contiene in embrione la controrivoluzione burocratica e statale.
Vicino alla concezione spontaneista noi osserviamo una teoria secondo la quale le organizzazioni di massa; i sindacati per esempio, non solo sono sufficienti a sé stessi , ma sono sufficienti a tutto. Questa concezione che si dice assolutamente antipolitica è nei fatti una concezione economicista. Essa si esprime spesso sotto forma di un "sindacalismo puro". Noi facciamo presente che se la teoria vuole esistere è necessario che i suoi partigiani si astengano dal formulare ogni programma, ogni finalità, altrimenti formulano una organizzazione ideologica, o costituiscono uno stato maggiore con una linea precostituita.
Dunque questa teoria non è coerente, che a condizione di limitarsi ad una concezione socialmente neutra dei problemi sociali, ad una concezione empirica.
Ugualmente lontani dallo spontaneismo, dall'empirismo, dal volontarismo noi fondiamo la necessità dell'organizzazione rivoluzionaria anarchica  specifica, concepita come l'avanguardia cosciente e attiva delle masse popolari.

II- Natura del ruolo dell'avanguardia rivoluzionaria

Incontestabilmente, l'avanguardia rivoluzionaria esercita un ruolo di orientamento e di direzione di fronte al movimento delle masse. La polemica ci sembra vana a questo proposito perché quale altra utilità potrebbe avere un'organizzazione rivoluzionaria? La sua stessa esistenza attesta il suo carattere di direzione e di orientamento. La vera questione è sapere come è concepito questo ruolo, quale senso diamo noi alla parola "dirigente".  
L'organizzazione rivoluzionaria, nasce per il fatto che i lavoratori più coscienti ne sentono la necessità di fronte allo sviluppo ineguale e alla coesione insufficiente delle masse . Ciò che è necessario precisare è che l'organizzazione rivoluzionaria non deve costituire un potere sulle masse, il suo ruolo di guida deve concepirsi come diretto a formulare, ad esprimere, un orientamento ideologico, organizzativo e tattico, orientamento precisato, elaborato, adattato sulla base delle aspirazioni e delle esperienze delle masse. Così le direttive dell'organizzazione non sono degli imperativi esterni, ma l'espressione riflessa delle aspirazioni generali delle masse popolari    La funzione direttiva dell'organizzazione rivoluzionaria, nell'assenza di ogni possibilità coercitiva, non può esercitarsi che sforzandosi di far trionfare la sua ideologia , ottenendo che gli strati popolari si impregnino profondamente dei suoi principi teorici e delle sue direttive tattiche. Questa è una lotta di idee e di esempio. E se non si dimentica che il programma   di una organizzazione rivoluzionaria, la via e i mezzi che essa indica, sono il riflesso delle aspirazioni e delle esperienze delle masse, che l'avanguardia organizzata è in fondo lo specchio della classe sfruttata, si comprende che la "direzione" non è "dittatura", ma un orientamento coordinato, che , al contrario si oppone alla manipolazione burocratica delle masse, al caporalismo, al gregarismo, che essa deve darsi per permettere lo svilupparsi della responsabilità politica diretta delle masse, che mira a sviluppare la capacità d'autorganizzazione delle masse.
Questa concezione della direzione è dunque insieme naturale ed educatrice. Allo stesso modo i militanti meglio preparati, i più formati, all'interno dell'organizzazione, esercitano verso gli altri militanti un ruolo di guida, di educatori, con il fine che tutti divengano militanti saldamente informati e sempre pronti tanto sul piano teorico che pratico, affinché tutti diventino a loro volta degli agitatori.
La minoranza organizzata è l'avanguardia di un'armata molto più numerosa che trae  la sua ragion d'essere dall'esistenza di questa armata: le masse. Se la minoranza agente, l'avanguardia, si stacca dalle masse, essa non può più esercitare la sua funzione, essa diventa un clan o una classe.
La minoranza rivoluzionaria non può essere in ultima analisi, che la serva degli oppressi. Essa ha delle enormi responsabilità ma nessun privilegio.
Un altro aspetto della natura della minoranza rivoluzionaria è la sua stabilità: ci sono dei periodi in cui la minoranza incarna una maggioranza che tende a riconoscersi nella minoranza agente, ma ci sono dei periodi di riflusso nel corso dei quali la minoranza rivoluzionaria non è che una isoletta nella tempesta. Essa allora deve conservarsi per poter ritrovare l'ascolto delle masse fin da quando le circostanze ridivengano favorevoli, anche isolata e staccata dalle proprie basi popolari essa agisce secondo le costanti aspirazioni popolari, mantenendo il suo programma contro venti e mareggiate.
Essa può anche essere costretta a certi atti isolati, destinati a risvegliare le masse (attentati, insurrezioni). La difficoltà è allora di evitare di estranearsi dalla realtà, di trasformarsi in setta, in stato maggiore autoritario, di svuotarsi vivendo di schemi, o di tentare di agire senza essere compresa, spinta o seguita dalle masse popolari. Per evitare questa degenerazione è necessario essere sempre in contatto con gli avvenimenti, con i luoghi degli sfruttati, essere attenti alle minime reazioni, alle più piccole rivolte o realizzazioni, studiare minuziosamente la situazione del momento, le sue contraddizioni, le sue debolezze, le sue possibilità di evoluzione. Così la minoranza partecipando a tutte le forme di resistenza e di azione (che possono andare, secondo le condizioni, dalla rivendicazione al sabotaggio, dalla resistenza passiva alla rivolta) conserva la possibilità di sviluppare e di orientare anche i più piccoli movimenti. Sforzandosi di mantenere o di acquistare una visione generale, panoramica, dei fatti sociali e della loro evoluzione adattando le tattiche appropriate alla condizione del momento, essendo presente, la minoranza resta fedele alla sua missione, evita di trascinarsi in coda agli avvenimenti, di diventare un semplice apparato esteriore e estraneo al proletariato, e di essere sorpassato. Evita di assumere calcoli e schemi puramente astratti, per le aspirazioni vere del proletariato. Essa mantiene il suo programma, lo rivede e ne corregge gli errori dopo l'esperienza. Quali che siano le circostanze, la minoranza non deve mai dimenticare che il suo scopo supremo è di scomparire, identificandosi con le masse, quand'esse arriveranno al più alto grado di coscienza, durante la realizzazione rivoluzionaria.

 III - Sotto quali forme si esercita il ruolo dell'avanguardia?

Praticamente l'influenza dell'organizzazione rivoluzionaria può esercitarsi sulle masse in due modi: esiste il lavoro negli organismi di massa costituiti e il lavoro di propaganda diretto. Questo secondo tipo di attività si esercita per mezzo della stampa, le campagne di agitazione e di rivendicazione, il dibattito culturale, le campagne di solidarietà, le manifestazioni commemorative, le conferenze, i meetings, e questo lavoro diretto che può qualche volta compiersi nel corso di attività organizzate da altri è indispensabile per affermarsi e per toccare certi settori dell'opinione pubblica, inaccessibili, altrimenti. Questo lavoro è di primaria importanza sul luogo di lavoro e sul luogo di abitazione. Ma questo lavoro non pone dei problemi a proposito di sapere come la "direzione" può evitare d'essere "dittatura". Diversamente per l'attività all'interno degli organismi di massa costituiti. Innanzi tutto, che cosa possono essere questi organismi?
Questi organismi sono generalmente di natura economica, fondati sulla solidarietà sociale dei loro membri, ma le loro funzioni possono essere multiple: difesa (resistenza, mutua assistenza), educazione (palestra di autogoverno), offensiva (rivendicazioni sul piano tattico, espropriazioni sul piano strategico), gestionaria. Questi organismi, sindacati, comitati di lotta operai o altri, anche quando non assolvono che una delle funzioni possibili, presentano un interesse diretto per il lavoro fra le masse.
A fianco degli organismi economici, esistono una moltitudine di organismi popolari, attraverso i quali l'organizzazione specifica può realizzare il contatto con le masse. Sono per esempio le organizzazioni culturali, del tempo libero, di assistenza nelle quali l'organizzazione specifica può trovare delle energie, dei suggerimenti e delle esperienze, può estendere la sua influenza, apportando il suo orientamento, lottando contro gli scopi di egemonia e di controllo dello stato e dei politicanti, per la difesa del carattere proprio di questi organismi facendoli divenire centri di autogoverno e di mobilitazione rivoluzionaria, dei germi della nuova società (degli elementi della società di domani esistono già nella società di oggi).
In tutte queste organizzazioni di massa, economiche e sociali, l'influenza deve esercitarsi e rinforzarsi non per mezzo di un sistema di decisioni esterne ma per mezzo della presenza attiva e coordinata dei militanti anarchici rivoluzionari  in questi organismi  e nei posti di responsabilità ai quali essi sono normalmente chiamati secondo le loro capacità e secondo le loro attitudini. Bisogna precisare che il militante non deve lasciarsi chiudere su delle funzioni puramente amministrative, che lo impegnino tutto il tempo, non lasciandogli nè il tempo nè l'occasione di esercitare una influenza reale. Gli avversari  politici tentano in effetti di far così "prigionieri" i militanti rivoluzionari.
Questo lavoro di "infiltrazione", come direbbero alcuni, deve tendere a trasformare l'organizzazione specifica da minoranza in maggioranza, almeno dal punto di vista dell'influenza.
Esso deve tendere ad evitare ogni monopolio che finirebbe per far assorbire tutti i compiti, anche quelli dell'organizzazione specifica, all'organizzazione di massa, o al contrario ad attribuire ai soli membri dell'organizzazione specifica, in maniera esclusiva, la direzione degli organismi di massa, mettendo da parte tutte le altre opinioni. A questo proposito è necessario precisare che l'organizzazione specifica deve promuovere e difendere nell'organizzazione di massa, non solamente una struttura e un funzionamento democratico e federalista, ma anche una "struttura aperta" cioè che faciliti l'accesso di queste organizzazioni a tutti gli elementi non ancora organizzati, affinché queste organizzazioni acquisiscano delle nuove forze sociali, sviluppando il loro carattere rappresentativo e che siano più idonee a dare all'organizzazione specifica un contatto al livello più alto con le masse.

                                                                          
Principi interni dell'organizzazione rivoluzionaria o Partito

Ciò che noi abbiamo detto del programma, del ruolo e delle forme dell'attività dell'avanguardia significa chiaramente che questa avanguardia deve essere organizzata. Come?

I - Unità  teorica

Per agire è necessario un'insieme di idee coerenti.
Le contraddizioni, le esitazioni, impediscono ogni penetrazione. D'altra parte la "sintesi", o meglio l'agglomerazione di idee disparate, non avendo che dei punti comuni senza importanza reale, non può produrre che confusione e non può impedire che quasi subito le divergenze, che sono essenziali, vengano alla luce.
Al di fuori delle ragioni che noi abbiamo trovato nell'analisi del problema del programma, al di fuori delle ragioni teoriche profonde sulla natura di questo programma, esistono anche delle ragioni molto pratiche che richiedono l'unità teorica, come base di un'organizzazione degna di questo nome.
L'espressione di questa teoria comune  ed unica può essere il frutto di una sintesi, ma in questo caso solo nel senso della ricerca di un'espressione unica di idee sostanzialmente vicine, il cui essenziale è comune.
L'unità teorica è data dal programma così come noi lo abbiamo definito precedentemente e che definiremo più avanti, programma Comunista-Libertario, che esprime le aspirazioni generali delle masse sfruttate.
Precisiamo ancora che l'organizzazione specifica non è la riunione, l'intesa di forme contrattuali tra individui che portono delle convinzioni ideologiche particolari e artificiali. Essa nasce e si sviluppa in modo organico, naturale poiché essa corrisponde a un bisogno reale e su un certo numero di dati programmatici, non creati in modo astratto, ma che riflettono ed  esprimono le aspirazioni storiche e profonde degli sfruttati. L'organizzazione ha dunque una base di classe, anche se ammette gli individui usciti dalla classe privilegiata e in qualche modo respinti da essa
.

II - Unità tattica, metodo d'azione collettiva
     
Sulla base del programma l'organizzazione determina un orientamento tattico comune. Ciò è quello che permette di trarre i vantaggi dell'organizzazione: continuità e costanza nel lavoro, compensazione delle debolezze di alcuni con la capacità e le forze degli altri, concentrazione degli sforzi, economia delle forze, possibilità di rispondere in ogni momento alle necessità, alle occasioni con il massimo dell'efficienza. L'unità tattica evita lo sparpagliarsi, evita nel movimento l'effetto nefasto di più tattiche che si oppongono le une alle altre.
E' a questo proposito che si pone il problema della determinazione della tattica. Per ciò che concerne la teoria, il programma fondamentale, i principi, se si vuole non ci sono problemi: essi sono riconosciuti all'unanimità dall'organizzazione. Se ci sono delle divergenze sull'essenziale c'è la scissione. Il nuovo venuto nell'organizzazione ammette questi principi di base che non possono essere modificati che per accordo unanime o al prezzo di una separazione.
Diversamente è la questione della tattica. L'unanimità può essere ricercata, ma solamente fino al punto in cui per realizzarsi non debba andare a mettere d'accordo tutti senza decidere niente: gli accordi neri-bianchi (tra opposti) non lasciano sussistere di un'organizzazione che una carcassa vuota, senza sostanza (e senza utilità poiché l'organizzazione ha giustamente per scopo di coordinare le forze verso uno stesso fine). E' necessario dunque ammettere che quando tutti gli argomenti per ogni posizione presente sono stati dati, quando la discussione non può utilmente essere prolungata, quando le opinioni vicine e fondamentalmente identiche si sono fuse, e resta un'opposizione irriducibile tra le tattiche proposte, l'organizzazione deve trovare una via di uscita. Non esistono che quattro possibilità:
a) non decidere niente, dunque non agire, e allora l'organizzazione perde ogni motivo di esistere; 
b) accettare delle tattiche differenti, lasciare ciascuno sulle proprie posizioni. L'organizzazione può ammetterlo in alcuni casi limite, su punti non di vitale importanza;
c) consultare l'organizzazione tramite un voto che permetta di stabilire una maggioranza, la minoranza avendo accettato di sacrificare il suo punto di vista nell'azione pubblica, si riserva di continuare a svilupparlo all'interno dell'organizzazione, confidando che se esso corrisponda maggiormente alla realtà più del punto di vista maggioritario, finirà per trionfare alla prova dei fatti;
Qualche volta si invocherà la mancanza di obiettività di questo processo, il numero non significa per forza la verità, ma è il solo possibile. Non manifesta nessuna tendenza coercitiva, poiché non è applicabile che ai membri dell'organizzazione che l'accettano come regola e che la minoranza accetta come una necessità permettendo di verificare le posizioni tattiche accettate;
d) quando ogni intesa si rivela impossibile tra maggioranza e minoranza su un punto capitale che esige una presa di posizione dell'organizzazione, allora la scissione si produce in maniera naturale ed inevitabile.
In ogni caso è una unità di tattica che si cerca di realizzare, e d'altronde al di fuori di questa ricerca i congressi non sarebbero che dei confronti senza risultati e senza utilità pratica. Questo perché la prima soluzione possibile, a) cioè non decidere niente è da rigettare in ogni caso, e la seconda,  b) cioè ammettere più tattiche non può essere che un caso eccezionale.
Beninteso, sono soltanto le assise dove l'organizzazione è rappresentata  tutta intera che può deliberare sulla linea tattica e stabilirla (convegni, congressi, ecc.:)

III - Azione collettiva e disciplina

Una volta che è stata decisa una linea tattica generale, si pone il problema dell'applicazione. E' chiaro che se l'organizzazione ha definito una linea d'azione collettiva, l'ha fatto affinché le attività militanti di ogni compagno e di ogni gruppo dell'organizzazione siano conformi a questa linea. Nei casi in cui si è formato una maggioranza e una minoranza ma le due parti hanno deciso di continuare il lavoro in comune, nessuno può considerarsi vessato poiché ciascuno ha accettato questa forma di attività e ha partecipato all'elaborazione della linea. Questa disciplina liberamente accettata non ha niente in comune con il caporalismo, con l'obbedienza passiva a degli ordini. Non c'è nessun apparato di coercizione che obbliga ad accettare un punto di vista non condiviso da tutta l'organizzazione: c'è solamente il rispetto degli impegni liberamente presi, allo stesso modo per la minoranza che per la maggioranza. Ben inteso, i militanti e le differenti parti dell'organizzazione possono prendere delle iniziative, ma solo nella misura in cui esse non entrano in contraddizione con gli accordi e i provvedimenti presi dagli organismi individuati per deliberare, cioè se queste iniziative sono di fatto l'applicazione delle decisioni collettive, in attività particolari, quando esse impegnano l'organizzazione intera, ciascun membro deve consultare l'organizzazione per mezzo dei suoi organi rappresentativi e di collegamento. Dunque attività collettive e non attività decise personalmente da dei militanti "separati" cioè presi singolarmente.
Così ciascun membro partecipa all'attività di tutta l'organizzazione come l'organizzazione è responsabile dell'attività rivoluzionaria e politica di ciascuno dei suoi membri, poiché questi non agiscono sul piano politico, senza consultare l'organizzazione.

 IV - Federalismo o democrazia interna

 Al contrario del centralismo che è la sottomissione cieca delle masse ad un centro, il federalismo permette a secondo dei casi, le centralizzazioni necessarie e la libera determinazione di ciascun membro e il suo controllo sull'insieme. Non impegna i partecipanti che su ciò che hanno in comune.
Il federalismo quando unisce dei gruppi basandosi sull'interesse materiale, trova ragione della sua esistenza su un patto e la base di unità può qualche volta essere debole. E' il caso di alcuni settori dell'azione sindacale. Ma nell'organizzazione rivoluzionaria anarchica, si tratta  di un programma che rappresenta le aspirazioni generali delle masse, la base di unione (i principi, i programmi) è più importante delle differenziazioni e l'unità è molto forte: piuttosto che di patto o di contratto, è necessario parlare di unità funzionale, organica, naturale.
Il federalismo non deve essere inteso come il diritto di manifestare le fantasie personali, senza tenere conto degli obblighi contratti verso l'organizzazione.
Significa l'accordo concluso tra i membri e i gruppi in vista di un lavoro comune verso uno scopo comune, ma intesa libera e adesione riflettuta.
Un tale accordo, sottintende da una parte che i partecipanti compiano nel modo migliore i doveri accettati e si conformino alle decisioni prese in comune; dall'altra che gli organi di coordinamento e di esecuzione siano designati e controllati da tutta l'organizzazione nelle sue assemblee e nei suoi congressi, essendo stati fissati con precisione  i loro compiti e attributi.
E' dunque sulle basi seguenti che può esistere un'organizzazione anarchica efficace:
   - Unità teorica;
   - Unità tattica;
   - Azione collettiva e disciplina;
   - federalismo.

PROGRAMMA COMUNISTA-LIBERTARIO

I - Gli aspetti della dominazione borghese:
      Il capitalismo e lo Stato

E' necessario, prima di indicare gli scopi e le soluzioni del Comunismo Libertario, esaminare nelle grandi linee a quale avversario ci troviamo di fronte.

Per quello che ci è dato conoscere dalla storia dell'umanità osserviamo, fin da quando la società umana è divisa in categorie (in particolare a causa della divisione del lavoro sociale), degli antagonismi tra le classi sociali e fin dalle rivendicazioni e le rivolte più vecchie, come una catena di lotte condotte per una vita migliore ed una società più giusta.
L'analisi anarchica considera che la società del nostro tempo, come tutte quelle che l'hanno preceduta , non e una: essa è divisa in due campi molto differenti, sia per quanto riguarda la loro situazione che dal punto di vista  delle loro funzioni sociali : il proletariato (nel senso più largo del termine) e la borghesia. Questa situazione si accompagna ad un fatto: la lotta delle classi, delle quali il carattere può cambiare, delle volte complessa e insensibile, delle volte aperta, rapida , è chiaramente osservabile.
Questa lotta è spesso mascherata da contrasti fra interessi secondario, da conflitti tra gruppi della stessa classe, da fatti storici complessi e, almeno nelle apparenze, senza rapporto diretto con l'esistenza delle classi e del loro antagonismo, ma in sostanza questa lotta è sempre diretta verso la trasformazione della società attuale, in una società che risponda ai bisogni, alle necessità e alle concezioni di giustizia degli sfruttati e perciò stesso in una società senza classi che liberi l'umanità intera.
La struttura di una società qualsiasi esprime sempre nel suo diritto, nella sua morale, nella sua cultura, la situazione rispettiva delle categorie sociali, delle quali alcune sono sfruttate, asservite, le altre detentrici della proprietà e dell'autorità.
Nella società moderna economia, politica, diritto, morale, cultura, si basano sull'esistenza di privilegi, dei monopoli di una classe e della violenza organizzata da questa  classe per mantenere la sua supremazia.

 Il capitalismo

Molto spesso il sistema del capitalismo è considerato come la sola forma economica dello sfruttamento. Ora il capitalismo è una forma economico e sociale relativamente recente e le società umane hanno conosciuto ben altre forme d'assoggettamento e di sfruttamento, a partire dai clan, gli imperi barbarici, le città antiche, il feudalesimo, le città del Rinascimento, ecc. L'analisi della nascita, dello sviluppo, dell'evoluzione del capitalismo è stata l'opera di tutti i teorici socialisti dell'inizio del secolo XIX (Marx ed Engels non hanno fatto altro che sistematizzarla) ma questa analisi non spiega sufficientemente del tutto il fenomeno generale dell'oppressione di una classe su un'altra e delle sue origini.
E' inutile discutere se l'autorità ha preceduto o ha seguito la proprietà. Lo stato attuale delle ricerche non permette di stabilire l'una o l'altra ipotesi, ma appare evidente che potere economico, politico, religioso, morale, ecc.. sono stati strettamente legati sin dall'origine. Ad ogni modo non si può limitare il ruolo del potere politico al solo strumento delle potenze economiche. Così l'analisi del fenomeno capitalismo non è stata accompagnata da un'analisi sufficiente   del fenomeno "Stato", perché si è fissato su una parte limitata della storia e solo i teorici anarchici, soprattutto Bakunin e Kropotkin, si sono sforzati di dare a questo fenomeno tutta la sua importanza che troppo spesso si limitava allo stato presente nel periodo di crescita del Capitalismo.
Oggi, l'evoluzione del capitalismo, passando  dal capitalismo classico al capitalismo  pianificato e al capitalismo di Stato, crea delle forme sociali nuove di cui l'analisi sommarie dello stato non possono più rendere conto.

Che cosa è il capitalismo?

a) E' una società di classi antagoniste dove la classe sfruttatrice detiene e controlla i mezzi di produzione
b) Nelle società capitaliste tutti i beni, compresa la forza lavoro del salariato, sono delle merci.
c) La legge suprema del capitalismo, il motivo della produzione dei beni non è per i bisogni dell'uomo, ma per l'aumento del profitto, cioè il surplus prodotto dai lavoratori, quello  che è strettamente necessario per vivere, Questo surplus è pure chiamato plusvalore.
d) L'aumento della produttività del lavoro non è seguito dalla valorizzazione del capitale che è limitato(sottoconsumo) .Questa contraddizione che si esprime con  "la caduta tendenziale del saggio del profitto" crea delle crisi periodiche che portano i detentori del    capitale ad ogni sorte di espediente: restringimento della produzione, distruzione dei prodotti, disoccupazione, guerre ecc..
 
Il capitalismo ha conosciuto una evoluzione:

1) Periodo precapitalista: dalla fine del medioevo, l'economia feudale vede svilupparsi al suo interno la borghesia mercantile e bancaria.

2) Capitalismo classico o liberale o privato: con l'individualismo dei detentori del capitale, concorrenza ed espansione (dopo l'accumulazione primitiva del capitale, con l'esproprio, lo sfruttamento, la rovina delle popolazioni contadine ecc.. il capitalismo che si stabilisce nell'Europa occidentale ha il mondo da conquistare, delle risorse formidabili di ricchezza e di mercato che apparivano immense).
La rivoluzione borghese, eliminando le barriere feudali aiutano lo sviluppo del nuovo sistema. Sono l'industrializzazione, il progresso tecnico, che hanno dato origine alla forma capitalistica di produzione e al passaggio della borghesia commerciale del XV°, XVI° e XVII° secolo alla borghesia capitalistica industriale. Essi continuano a svlupparsi. 
Durante questo periodo, le crisi sono poche numerose, poco gravi. Lo Stato gioca un ruolo secondario perché la concorrenza elimina i deboli, è il libero gioco del sistema. E' il periodo del vapore, del carbone, sul piano tecnico; della proprietà privata e del libero scambio sul piano economico, del parlamentarismo sul piano politico, dello sfruttamento totale e della miseria più tremenda dei salariati sul piano sociale.

3) Capitalismo dei monopoli, di accordi o imperialismo: la produttività aumenta, ma i mercati si restringono o non aumentano nella stessa proporzione. Caduta del tasso di profitto del capitale sovraccumulato. Gli accordi (trust, cartelli, ecc..) rimpiazzano la concorrenza, le società anonime sostituiscono il padrone individuale, il protezionismo interviene, l'esportazione di capitali si aggiunge a quella delle merci, il credito finanziario gioca un grande ruolo, la fusione del capitale bancario e del capitale industriale forma il capitale finanziario che addomestica lo stato e fa appello al suo intervento. E' il periodo del petrolio e dell'elettricità sul piano tecnico; degli accordi del protezionismo , della sovraccumulazione di capitale e della tendenza della caduta del tasso di profitto, delle crisi, sul piano economico; delle guerre, dell'imperialismo, dello sviluppo dello stato sul piano politico: La guerra è una necessità per superare le crisi, le distruzioni allargano il mercato. Sul piano sociale: miseria operaia, ma alcune leggi sociali limitano alcuni aspetti dello sfruttamento.

4) Capitalismo di stato: tutto ciò che caratterizza il periodo precedente si accentua. Le guerre non sono più sufficienti per superare le crisi. E' necessaria una economia di guerra permanente che investa enormi capitali nell'industria bellica, senza aggiungere niente al mercato ristretto delle merci: un profitto apprezzabile è determinato dalle commesse dello stato.
Questo periodo si caratterizza per l'intervento dello stato nelle più importanti branche economiche e sul mercato del lavoro.
Lo Stato diventa capitalismo, cliente, fornitore e sorvegliante del lavoro e della manodopera e per conseguenza si assicura sempre di più il controllo dell'orientamento politico, della cultura  ecc..
La burocrazia dilaga, la disciplina e i regolamenti si impongono sul lavoro e giustificano una regolamentazione sempre più severa.  Lo sfruttamento e il salariato vengono mantenuti come gli altri caratteri essenziali del capitalismo, ma sotto l'apparenza di forme socialisteggianti (statuti, assistenza sociale, pensioni..) che segnano l'assoggettamento sempre più grande del proletariato.
Le forme del capitalismo di stato sono varie: nazionalsocialismo tedesco, nazional-socialismo stalinista, dirigismo sempre più esteso delle "democrazie", ma  presentano una forma attenuata (dovuta ad una riserva di plusvalore-mercato ancora esteso nelle colonie). Politicamente come economicamente, questo periodo tende ad assumere una forma totalitaria. Lo statalismo si manifesta dunque in forme sia politiche che economiche che culturali: finanziamenti statali, economia di guerra, grandi lavori, servizio del lavoro, campi di concentramento, trasferimento di popolazioni, ideologie giustificatrici dell'ordine di cose totalitarie (ideologie varie: una contraffazione dell'ideologia marxista-leninista in URSS; la razza per il nazional-socialismo di Hitler, la Roma antica per il fascismo di Mussolini ecc..).

Lo Stato

Se il capitalismo, malgrado le sue trasformazioni, i suoi adattamenti conserva dei caratteri permanenti, plus-valore, crisi, contraddizioni, lo stato non può essere considerato più come un'organizzazione pubblica di repressione in mano alla classe dirigente, l'agente di affari della borghesia, il gendarme del capitalismo.

Un esame delle forme di stato anteriore al periodo di crescita del capitalismo e delle forme di stato attuali ci porta a considerare che lo stato ha un valore diverso di quello di puro strumento.

Lo stato medioevale, lo stato delle monarchie assolute d'Europa, lo stato faraonico ecc.. sono stati delle realtà di per se stesse, se si può dire, esse hanno realizzato lo stato classe dominante. E lo stato della fase imperialista del capitalismo, lo stato attuale, tende da sovrastruttura a diventare esso stesso "struttura". Per gli ideologi della borghesia lo stato è l'organo regolatore della società moderna. E' vero, ma sulla base di un ordine che è l'assoggettamento della maggioranza ad una minoranza, esso è dunque la violenza organizzata della borghesia contro i lavoratori, esso è l'apparato della classe dominante, ma insieme a questo carattere "funzionale", diventando esso stesso la classe dominante organizzata, esso tende a superare le divisioni tra i gruppi dirigenti in politica ed in economia, tende a fondere in un unico blocco le forze che detengono il potere politico e il potere economico, i diversi settori della borghesia sia per accrescere il suo peso repressivo all'interno sia per aumentare la sua capacità espansiva all'estero. Esso va verso l'unità del politico e dell'economico estendendo la sua egemonia su tutte le attività, integrando i sindacati operai ecc.. trasformando il salariato propriamente detto, in tempi moderni, ma completamente assoggettato, ma con un minimo di garanzie (indennità, assistenza sociale, ecc..). esso non  è più uno strumento ma una potenza di per se stessa.

In questo stadio, in corso di realizzazione in tutti i paesi anche in USA, tentato dal nazismo, quasi perfettamente raggiunto in URSS, ci si può anche domandare se conviene ancora parlare di capitalismo o se questo grado di sviluppo della fase imperialista del capitalismo non deve essere considerato come una nuova forma di società di sfruttamento che è già cosa diversa dal capitalismo. La differenza non sarà più allora quantitativa, ma qualitativa: non si tratterà più di un grado di evoluzione del capitalismo ma di qualcosa di diverso di realmente nuovo e differente. Ma questa questione è soprattutto una questione di valutazione e di terminologia che può sembrare prematura e senza una portata reale attualmente.

Ci basta esprimere così la forma di sfruttamento e di asservimento verso la quale tende la società borghese e lo stato come apparato di classe e come organizzazione della classe, sia strumentale che funzionale, sovrastruttura e struttura, tende ad unificare i poteri, tutte le forme di dominio della borghesia sul proletariato.

II - I Caratteri del Comunismo Libertario

Abbiamo tentato di riassumere il più chiaramente possibile gli aspetti della società borghese che la rivoluzione ha come scopo di eliminare facendo nascere una nuova società: la società comunista anarchica. Prima di esaminare come si può individuare il fatto rivoluzionario, è necessario precisare i caratteri essenziali della Società Comunista Libertaria.

 Comunismo: dalla fase inferiore alla fase superiore

Non si potrà mai definire la società comunista che ripetendo la vecchia formula: "Da ciascuno secondo i suoi mezzi, a ciascuno secondo i suoi bisogni". All'inizio essa afferma la subordinazione totale dell'economia ai bisogni dello sviluppo umano nell'abbondanza dei beni, la diminuzione del lavoro sociale e la riduzione secondo le sue forze e le sue capacità reali di ciascuno in questo lavoro. L a formula quindi esprime la possibilità di sviluppo totale dell'uomo.
In seguito questa formula suppone la scomparsa delle classi, il possesso e lo sfruttamento collettivo dei mezzi di produzione, perché solo questo sfruttamento da parte della comunità può permettere una ripartizione secondo i bisogni.
Ma il comunismo perfetto della formula "a ciascuno secondo i suoi bisogni", presuppone non solamente la produzione collettiva (gestita dai consigli dei lavoratori, o i sindacati, o le comuni), ma egualmente uno sviluppo al massimo della produzione, cioè l'abbondanza.
Pertanto è certo allorché si verifichi il fatto rivoluzionario, che le condizioni non permetteranno questo stadio superiore del comunismo, e la situazione di ristrettezza significherà la persistenza dell'economico  sull'umano, da cui una certa limitazione e allora l'applicazione del comunismo non sarà più  quella del principio "a ciascuno secondo i suoi bisogni" ma soltanto l'uguaglianza della remunerazione o delle condizioni, fatto questo che porta ad un razionamento egualitario o ancora ad una ripartizione per mezzo di simboli monetari a validità limitata e che ha come unico scopo quello di ripartire i prodotti che non sono nè abbastanza rari per essere razionati in maniera rigida, nè così abbondanti per essere dati "a sazietà"; questo sistema monetario permette al consumatore di decidere esso stesso in quale maniera spendere la sua remunerazione. Si è potuto anche tentare di attenersi alla formula "a ciascuno secondo il suo lavoro", tenendo conto del ritardo della psicologia di certe categorie attaccate alle lezioni di gerarchia,; considerando la necessità di procedere per differenziazioni dei tassi dei salari o dando dei vantaggi come la riduzione del tempo di lavoro per mantenere e sviluppare la produzione in certe attività infelici o poco piacevoli o per ottenere degli spostamenti di mano d'opera. Ma l'importanza di queste differenziazioni sarebbe minima nella società comunista, anche nella sua fase inferiore (che alcuni chiamano socialismo) tende verso un egualitarismo tanto grande quanto possibile, un'equivalenza di condizioni.

 Comunismo Libertario

In una società dove la proprietà collettiva e i principi egualitari sono realizzati non può essere una società in cui può esistere lo sfruttamento economico, dove esiste un regime di classe. Essa ne è giustamente la negazione.
E ciò è vero anche per la fase inferiore del comunismo, dove si manifesta un certo controllo dell'economia, ma dove non si giustifica per niente l'esistenza dello sfruttamento. Altrimenti la rivoluzione che parte quasi sempre da una situazione di penuria, sarebbe automaticamente fallita. La rivoluzione Comunista Libertaria non realizza all'inizio una società perfetta e altamente sviluppata, ma distrugge le basi dello sfruttamento, della denominazione. E' in questo senso che Voline parlava di "rivoluzione immediata ma progressiva".
Ma c'è l'altro problema: quello dello Stato, del tipo di  organizzazione politica, economica e sociale. Certamente, le scuole marxiste-leniniste vedono la scomparsa dello stato nella fase posteriore del comunismo, ma considerano lo stato come una necessità durante la fase anteriore.
Questo stato definito "operaio" e "proletario" è considerato come il controllo organizzato reso necessario dall'insufficienza dello sviluppo economico, dalla mancanza dello sviluppo delle capacità umane; e perlomeno in una prima fase dalla lotta contro i resti delle ex classi dominanti vinte dalla rivoluzione o più esattamente la difesa del territorio rivoluzionario all'interno e all'esterno.
Quale può essere secondo noi la forma di gestione economica della società comunista?
Senza ombra di contestazione la gestione operaia, la gestione dell'insieme dei produttori. Ora noi abbiamo visto che sempre di più la società di sfruttamento realizzava l'unificazione del potere, che le condizioni di sfruttamento erano a mano a mano la proprietà privata, il mercato, la concorrenza ecc.. e che anche lo sfruttamento economico, la condizione politica e la mistificazione ideologica facevano corpo, essendo al gestione della produzione la base essenziale del potere e la linea di divisione tra gli sfruttatori e gli sfruttati. In queste condizioni, l'essenziale dell'atto rivoluzionario, l'abolizione dello sfruttamento si realizza con la gestione operaia e questa gestione rappresenta il sistema di sostituzione di tutti i poteri. E' l'insieme di tutti i produttori che gestisce organizza e realizza l'amministrazione, l'autogoverno, la vera democrazia, libera uguaglianza economica, la soppressione dei privilegi, delle minoranze dirigenti e sfruttatrici che tiene conto delle necessità economiche, delle necessità di difesa della rivoluzione. L'amministrazione delle cose si sostituisce al governo degli uomini.
L'abolizione tra dirigenti e gli esecutori dell'economia se si accompagnasse alla politica del mantenimento di questa opposizione sotto la forma della dittatura di un partito della minoranza sarebbe senza domani o creerebbe un conflitto tra produttori e burocrati politici. La gestione operaia deve dunque realizzare la soppressione di ogni potere di una minoranza e quindi anche dello stato . Non si tratta più  di dominazione, di egemonia di una classe ma di gestione e amministrazione sia sul piano politico economico da parte degli organismi di massa, delle comuni, del proletariato armato. Il potere diretto del popolo non è uno stato. E ciò che certi chiamano la dittatura del proletariato, la denominazione è equivoca ma non ha più nulla a che vedere con la dittatura di un partito o di una burocrazia. E' semplicemente la vera democrazia rivoluzionaria.

Comunismo libertario e umanesimo

Così il Comunismo Anarchico o Libertario, realizzando la società della completa realizzazione dell'uomo, dell'uomo umano, dell'uomo nella sua totalità, se così si può dire, apre un'epoca di progresso permanente di trasformazione graduale, di transizione.
Esso crea allora un umanesimo di scopo, un umanesimo la cui ideologia è nata nell'ambito di una società di classe nel corso stesso dello sviluppo di classe,  un umanesimo che non ha niente a che vedere con le mistificazioni sull'uomo astratto come i liberal borghesi cercano di mostrarcelo all'interno della loro società di classe.
E così la rivoluzione basata sulla capacità rivoluzionaria delle masse, del proletariato affrancando la classe sfruttata affranca tutta l'umanità.
Così la negazione all'inizio di un umanesimo interclassista ci porta alla lotta per una società comunista libertaria il cui scopo non sono altro che lo sviluppo dell'uomo.
III - La Rivoluzione
Il problema del potere e dello stato

Dopo aver esaminato in grandi linee le forme sotto le quali si esprima la potenza della classe dominante, e dopo aver fissato  i tratti essenziali del Comunismo Libertario, ci resta da precisare come noi vediamo il passaggio rivoluzionario. Noi tocchiamo un punto essenziale dell'anarchismo e qui è la differenza più chiara con tutte le altre correnti socialiste.

 Che cos'è la rivoluzione

La rivoluzione, cioè il passaggio della società di classe, alla società comunista-libertaria senza classi, deve essere considerata come un lento processo di trasformazione o come un'insurrezione?
Le basi della società comunista si formano  all'interno della società di sfruttamento e le nuove condizioni tecniche-economiche, dei rapporti di classe, le nuove idee entrando in conflitto con le vecchie istituzioni, determinano una crisi che chiama un cambiamento brusco e decisivo, apportano un cambiamento da lungo tempo preparato nel seno della vecchia società. La rivoluzione è il momento in cui nasce la nuova società distruggendo i quadri dell'antica: capitalismo di stato, ideologia borghese. E' un passaggio reale e concreto tra due mondi. La rivoluzione non può quindi avvenire che nelle condizioni oggettive: la crisi finale del regime di classe.
Questa concezione quindi non ha nulla a che vedere con la concezione romantica dell'insurrezione, del cambiamento radicale attuato "dall'oggi al domani" senza preparazione. Non ha niente a che vedere anche con la concezione gradualista puramente evoluzionista dei riformisti o dei partigiani della rivoluzione-processo.
La nostra concezione della rivoluzione ugualmente lontana dall'insurrezionalismo e dal gradualismo può dunque caratterizzarsi attraverso la nozione dell'atto rivoluzionario da lungo preparato nell'ambito della società borghese, ma ben determinato nel tempo, all'inizio per l'intervento insurrezionale del proletariato contro la borghesia e la sua conclusione con la presa e la gestione dei mezzi di produzione e di scambio da parte delle organizzazioni di massa. Ed è questa realizzazione dell'atto rivoluzionario che traccia una linea di demarcazione netta tra la vecchia società e la nuova.
La rivoluzione distrugge dunque il potere economico e politico della borghesia. Ciò significa che la rivoluzione non si limita alla soppressione fisica della vecchia dirigenza o alla liquidazione delle istituzioni giuridiche dello Stato: le leggi e le abitudini dello Stato, i processi e le prerogative gerarchiche, la tradizione e il culto dello Stato come dato psicologico collettivo.

Il periodo di transizione

Ciò detto,  che può significare l'espressione tanto declamata del "periodo di transizione" spesso considerata legata alla nozione di rivoluzione? Se è considerato come il passaggio della società di  classe alla società senza classi, esso si confonde con l'atto rivoluzionario. Se esso è il passaggio dalla fase inferiore alla fase superiore del comunismo allora l'espressione è inesatta perché il periodo post-rivoluzionario è tutto un lento e continuo processo, una trasformazione senza scosse sociali e la società comunista continuerà ad evolversi.
Tutto ciò che si può dire è che noi abbiamo già precisato a proposito del comunismo-libertario: l'atto rivoluzionario determina una trasformazione immediata, nel senso che le basi della società sono radicalmente cambiate, ma progressive nel senso che il comunismo è un continuo sviluppo.
In verità, per i partiti comunisti e socialisti statali il periodo di transizione rappresenta una società che rompe con l'antico ordine delle cose ma conservando degli elementi e sopravvivenza del sistema capitalistico e statale. Esso è dunque la negazione della vera rivoluzione conservando degli elementi del sistema di sfruttamento la cui tendenza è quella di riaffermarsi e di svilupparsi.

La dittatura del proletariato

La formula di "dittatura del proletariato" è stata usata nei modi  più differenti. Solo per questo fatto essa deve essere condannata perché sono troppi i germi della confusione. Lo stesso Marx  rappresenta sia la concezione  della dittatura centralizzata del partito che pretende di rappresentare il proletariato, sia la concezione federalista nella comune.
Può essa significare l'esercizio del potere politico della classe operaia vittoriosa? No, perché l'esercizio del potere politico nel senso classico di potere politico, non può che esercitarsi tra un gruppo ristretto che esercita un monopolio, una supremazia, separandosi dalla classe ed opprimendola. Così volendo servirsi dell'apparato statale, si riduce la dittatura del proletariato ad una dittatura del partito sulle masse.
Ma se si intende per dittatura del proletariato l'esercizio collettivo e diretto del potere politico da parte della classe, significa che il potere politico scompare perché i suoi caratteri distintivi sono la supremazia, l'esclusivismo, il monopolio. Ciò non è più l'esercizio del potere politico o la sua conquista, ma è la liquidazione!
Se per dittatura si intende il dominio di una minoranza sulla maggioranza, non è più questione di dare il potere al proletariato,  ma ad un partito ad un gruppo politico distinto. Se si intende per dittatura il dominio della maggioranza sulla minoranza, dominio del proletariato vittorioso sui resti della borghesia distrutta come classe allora l'instaurazione della dittatura non ha altro senso che la necessità di organizzare efficacemente l'organizzazione sociale e di istituire una vigilanza generalizzata.
Ma allora l'espressione è impropria, usata male e causa di malintesi.
Se si vuole intendere per dittatura del proletariato la supremazia della classe operaia sugli altri strati della classe sfruttata (piccoli proprietari, proprietari poveri, artigiani, contadini, ecc..) l'espressione non tiene affatto conto della realtà e che questa realtà non ha nulla a che vedere con i rapporti meccanici tra governanti e governati che implica il concetto di dittatura.
Parlare di dittatura del proletariato è esprimere un cambiamento meccanico della situazione tra la borghesia e il proletariato. Dunque, se la classe borghese tende attraverso il potere a conservare la sua natura di classe, ad identificarsi nello Stato, ad essere separata dalla società in generale, non è la stessa cosa nella classe subalterna che tende a disfarsi della sua natura di classe e a fondersi nella società senza classi. Se la dominazione di classe e lo Stato rappresentano la potenza costituita e codificata di un gruppo che opprime i gruppi subalterni non tengono per niente conto della pressione violenta esercitata direttamente da parte del proletariato.
Il termine "dominazione", "dittatura", "stato" sono altrettanto poco adeguati che l'espressione "presa del potere" per l'atto rivoluzionario per la presa delle fabbriche da parte dei lavoratori.
Noi rigettiamo come impropria e portatrice di confusione l'espressione di "dittatura del proletariato", "presa del potere politico", "stato operaio", "stato socialista", "stato proletario".
Non ci resta che esaminare sotto quali forme noi vediamo la risoluzione dei problemi della lotta posti dalla rivoluzione e la difesa della rivoluzione.

Il potere operaio diretto

Respingendo le nozioni di Stato che implica l'esistenza e la dominazione di una classe sfruttatrice che tende a perpetuarsi, respingendo la nozione di dittatura che implica dei rapporti meccanici dei governanti sui governati, noi ammettiamo tuttavia per l'azione diretta rivoluzionaria, la necessità di un coordinamento. (E' necessario impadronirsi dei mezzi di riproduzione e di scambio, dei centri di amministrazione, bisogna combattere le forze della borghesia, difendere la rivoluzione contro i settori contro rivoluzionari, contro gli esitanti, contro gli strati sfruttati arretrati .
Si tratta dunque certamente dell'esercizio di un potere, ma allora è il potere della maggioranza, del proletariato in azione, del popolo in armi, che si organizzano efficacemente per l'attacco, la difesa, istituendo una vigilanza generalizzata. L'esperienza della rivoluzione russa, della Macknovicina, della Spagna del '36 sono qui per testimoniare. Noi non possiamo fare a meno di tener presente il punto di vista di Camillo Berneri, che scriveva nel pieno della rivoluzione spagnola e rifiutando la concezione bolscevica dello Stato.
"Gli anarchici ammettono l'uso del potere diretto del proletariato, ma essi vedono l'organo di questo potere come formato dall'insieme dei sistemi di gestione comunista - organizzazioni cooperative, istituzioni comunali, regionali e nazionali - liberamente costituite al di fuori e contro il monopolio dei partiti politici e cercando di ridurre al minimo la centralizzazione amministrativa."
Noi ci opponiamo quindi al concetto di Stato, in cui il potere è esercitato da un gruppo specializzato, isolato dalle masse; la nozione del potere operaio diretto, dove i responsabili e i delegati eletti e controllati, revocabili in ogni momento e retribuiti allo stesso modo dei lavoratori, sostituiscono la burocrazia specializzata, gerarchica, privilegiata, dove le milizie controllate dagli organismi di gestione (soviet, sindacati, comuni, ecc..) senza privilegi per i tecnici militari, realizzando il popolo in armi, rimpiazzano l'armata separata dal corpo sociale e sottomessa all'arbitrio del potere di stato, o del governo, dove le giurie popolari hanno il compito di giudicare i conflitti nati a proposito dei contratti o degli impegni presi, rimpiazzano la repressione giudiziaria della borghesia.

La difesa della rivoluzione

In ciò che concerne la difesa della rivoluzione dobbiamo precisare che per ciò che concerne la nostra concezione teorica della rivoluzione e quella di un fenomeno internazionale distruggendo dunque ogni base del contrattacco della borghesia. E'  quando l'organizzazione  internazionale del capitalismo ha finito tutte le possibilità di sopravvivere, solo quando ha raggiunto la fase culminante della sua crisi, che si ritrovano riunite le condizioni ottimali per una rivoluzione internazionale vittoriosa. Il problema della sua difesa non si pone più allora che sotto la forma del problema della scomparsa completa della borghesia. Decapitata della sua potenza  economica, amputata del suo potere politico, essa non esiste più come classe, ma sconfitta, i suoi elementi sono tenuti sotto controllo dalle organizzazioni proletarie in armi, assorbiti poi da una società che tende verso il più alto grado di omogeneità. E questo lavoro deve essere assicurato direttamente senza il ricorso di un corpo speciale burocratico.
Il problema della delinquenza è vicino durante il periodo rivoluzionario a quello della difesa della rivoluzione. La scomparsa dei diritti borghesi e dei metodi giudiziari e penitenziari della società di classe non può far dimenticare che rimangono degli asociali (anche se poco numerosi di fronte al numero dei prigionieri nella società borghese prodotti nel maggior dei casi dalla condizioni sociali di vita:  ingiustizia sociale, miseria, sfruttamento) e che si pone il problema di qualche elemento completamente irrecuperabile della borghesia. Gli organi del potere diretto delle masse che noi abbiamo definito precedentemente sono obbligati ad impedire di nuocere e di controllarli.
Non si può con il pretesto della libertà lasciare libero e recidivo un omicida, uno squilibrato pericoloso o un sabotatore. Ma il metterli in prigione da dei servizi popolari di sicurezza non ha molto in comune con il regime penitenziario  avvilente della società di classe. L'individuo privato della libertà deve essere trattato più sotto l'aspetto della rieducazione che sotto l'aspetto giudiziario, aspettando che esso possa essere rimesso, senza danno, nella  società. Ma la rivoluzione non può realizzarsi fatalmente dappertutto nello stesso momento, ci possono essere dei casi reali di rivoluzioni successive ma che non conducono alla rivoluzione generale. Allora a fianco della difesa interna della rivoluzione diventa necessaria la difesa esterna, ma questa non è possibile che sulla base del popolo in armi organizzato nelle sue milizie e con l'appoggio del proletariato e con la possibilità dell'espansione della fase rivoluzionaria.. La rivoluzione muore se viene lasciata circoscritta e sotto il pretesto della difesa essa cade nella restaurazione dello Stato e dunque della società di classe. Ma la migliore difesa della nuova società risiede nell'affermazione dei suoi caratteri rivoluzionari, primo perché crea rapidamente le condizioni nelle quali nessun tentativo di restaurazione borghese trovi  delle basi sociali. La totale affermazione dei suoi caratteri socialisti all'interno è la migliore arma del territorio rivoluzionario anche perché crea l'energia e l'entusiasmo all'interno, il contagio e la solidarietà all'esterno. Questo fatto fu uno degli errori più negativi della rivoluzione spagnola che mise in sordina le sue realizzazioni per consacrarsi soprattutto  alle questioni militari della difesa.

Potere rivoluzionario e libertà

La lotta rivoluzionaria e il consolidamento della trasformazione rivoluzionaria pongono la questione della libertà delle tendenze politiche tendenti a mantenere, a restaurare lo sfruttamento. Questo è uno degli aspetti del potere diretto delle masse, e della difesa della rivoluzione.
Non può trattarsi di libertà propriamente detta che (esistita fino ad ora allo stato di aspirazione) si realizza giustamente per mezzo della rivoluzione: soppressione dello sfruttamento, dell'alienazione, gestione per mezzo di tutti, dunque partecipazione attiva alla vita sociale , quindi democrazia reale per tutte le correnti partigiane della società senza classi (e dunque senza stato) di esprimere le loro soluzioni particolari e le loro divergenze. Tutto ciò è evidente.
Ma non è più lo stesso qualora si tratti di correnti e di organizzazioni che si oppongono, più o meno apertamente alla gestione operaia, e all'esercizio del potere per mezzo degli organismi di massa. Si può trattare sia di correnti burocratiche, pseudo socialiste, che di correnti borghesi in rotta.
Bisogna distinguere. Prima, durante il periodo violento della lotta, bisogna sconfiggere violentemente le formazioni e le tendenze che difendono o vogliono restaurare la società di sfruttamento. E non si può permettere al nemico di organizzarsi abilmente o di demoralizzare o di spiare. Questo sarebbe la negazione della lotta, l'abbandono. Sia Makhno che i libertari spagnoli si sono trovati di fronte a questi problemi e li hanno risolti con la soppressione della propaganda del nemico. Ma nei casi in cui l'espressione delle ideologie reazionarie non può avere delle conseguenze per la riuscita della rivoluzione, per esempio dopo il consolidamento delle realizzazioni rivoluzionarie, queste ideologie possono esprimersi se esse ne vedono ancora interesse e se ne hanno ancora la forza. Esse non sono più allora che un soggetto di curiosità e l'appoggio di massa alla rivoluzione toglie loro ogni nocività. Se esse si esprimono soltanto sul terreno ideologico non possono che essere combattute che sul piano ideologico e non con la repressione. La totale libertà di espressione, nel seno delle masse coscienti non può essere che un fattore di coscienza.
Senza dubbio, la distinzione fra una "espressione reazionaria ideologica" e una "attività reazionaria caratterizzata" è spesso difficile da stabilire. Mkhno si trova davanti un caso delicato di questo genere a Kharkov a proposito della stampa dei bianchi.
La distinzione deve dunque essere esaminata caso per caso, pena l'involuzione verso la burocrazia o il capovolgimento dei rapporti di forza a favore del nemico.
Resta da precisare che il giudizio e la decisione spetta sempre, su queste questioni come sulle altre, agli organismi popolari, al proletariato in armi.
Ed è in questo senso che la libertà fondamentale, quella per cui la rivoluzione si è fatta, è mantenuta e protetta.


ll ruolo dell'organizzazione anarchica e ruolo delle masse

La concezione della rivoluzione che abbiamo fin qui sviluppato sottintende un certo numero di condizioni storiche: crisi acuta della vecchia società, da una parte, e d'altra parte presenza di un movimento di massa cosciente e di una minoranza agente bene organizzata e ben orientata.
E' la stessa evoluzione sociale che permette lo sviluppo della coscienza e delle capacità del proletariato, l'organizzazione dei suoi strati più avanzati, e lo sviluppo dell'organizzazione rivoluzionaria. Ma questa organizzazione rivoluzionaria sviluppa la sua azione sull'insieme delle masse andando a sviluppare le loro capacità di autorganizzazione. Abbiamo visto, a proposito dei rapporti fra l'organizzazione rivoluzionaria e le masse, che nel periodo pre-rivoluzionario, l'organizzazione specifica non può che proporre dei fini e dei mezzi e  non può farle accettare che attraverso la lotta politica e l'esempio.
Durante il periodo rivoluzionario essa deve operare allo stesso modo; pena la degenerazione burocratica e la trasformazione dell'organizzazione anarchica in corpo specializzato, in potere politico distinto dalle masse, in Stato.
Senza dubbio, l'organizzazione d'avanguardia, politica, la minoranza agente, può farsi carico nel corso della  rivoluzione di compiti particolari (per esempio la liquidazione di forze nemiche), ma essa non può in generale che essere la coscienza del proletariato. Ed essa deve alla fina riassorbita, dissolversi nella società man mano che, da una parte si compie il consolidamento della società senza classi e la sua evoluzione dalla fase inferiore verso la fase superiore del comunismo, e dall'altra le masse nella loro totalità hanno sviluppato tutta la coscienza necessaria.
Sviluppo della capacità d'autogoverno delle masse, vigilanza rivoluzionaria, questi devono essere i compiti dell'organizzazione di specifico una volta attuata la rivoluzione. Le sorti della rivoluzione dipendono in gran parte dall'attitudine dell'organizzazione di specifico, del suo modo di concepire il proprio ruolo in quanto la vittoria della rivoluzione non è predeterminata: le masse possono desistere, e l'organizzazione della minoranza rivoluzionaria può venir meno ai suoi compiti di vigilanza, lasciando ristabilire le basi della restaurazione borghese o della dittatura burocratica o ancora trasformarsi essa stessa in potere burocratico. A nulla servirebbe nascondersi questi pericoli o, per evitarli, rifiutare l'azione organizzata. E' con molta lucidità che noi dobbiamo combattere ed è nella misura in cui noi saremo lucidi e vigilanti che l'organizzazione anarchica potrà compiere totalmente il suo compito storico.

La morale comunista libertaria
  
La concezione anarchica rivoluzionaria esprimendo degli obiettivi da raggiungere e nel precisare la natura del ruolo dell'organizzazione delle avanguardie nel rapporto con le masse, riflette anche un certo numero di regole di condotta. E' dunque necessario precisare ciò che noi indichiamo per "morale".

Noi combattiamo le morali

Le morali di ogni società riflettono in una certa misura le condizioni di esistenza, il livello di sviluppo di questa società e in conseguenza, si esprimono in regole molto severe, non ammettendo alcun errore in alcun senso (il superamento, la volontà di modificare queste regole è un crimine). Allo stesso modo le morali (che esprimono una certa necessità nel quadro della vita sociale) tendono all'immobilità.
Esse non esprimono dunque semplicemente una necessità pratica, media, in quanto entrano in contraddizione con le nuove condizioni d'esistenza che possono prodursi. D'altronde, esse sono affette da un carattere religioso, teologico o metafisico, e presentano le loro regole come espressione di un imperativo soprannaturale, le azioni conformi o non alle regole si gloriano di un carattere mistico: virtù o peccato, e la "rassegnazione" che in realtà non dovrebbe essere che il riconoscimento del limite dell'uomo davanti a certi fatti, diventa la prima delle virtù e può spingere anche alla ricerca della sofferenza, divenendo la virtù per eccellenza.
Il cristianesimo è, da questo punto di vista, una delle morali più odiose. La morale dunque, non si codifica solo sotto forma di sanzione esteriore, ma è ancorata negli individui sotto forma di "coscienza morale" essendo questa coscienza morale ottenuta e mantenuta soprattutto grazie al carattere religioso soprannaturale. Essa diviene così estranea alla semplice traduzione nella coscienza dell'uomo delle necessità della vita sociale.
Infine e soprattutto le morali anche quando non esprimono apertamente la divisione della società in classi o caste, sono utilizzate dalle categorie privilegiate per giustificare e assicurare il loro dominio. Come il diritto e la religione (religione, diritto, morale non sono che espressioni, in campi vicini, della stessa realtà sociale), la morale sanziona le condizioni e relazioni esistenti nel senso del dominio e dello sfruttamento.
Le morali esprimono l'alienazione dell'uomo nelle società di sfruttamento, come le esprimono le ideologie, i codici, le religioni ecc.., essendo caratterizzati dall'immobilità, la mistificazione, la rassegnazione, la giustificazione e il mantenimento dei privilegi delle classi, si concepisce che gli anarchici abbiano portato una grande parte dei loro sforzi a denunciare i veri caratteri delle morali.

Si può spesso sottolineare che le morali possono evolversi, modificarsi, che una morale può essere sostituita da un'altra nel seno stesso della società di sfruttamento. Ci sono state delle sfumature, degli adattamenti o delle variazioni legate alle condizioni d'esistenza ma in realtà queste salvaguardano gli stessi valori essenziali: rassegnazione e rispetto della proprietà, per esempio. Non è meno vero che questi adattamenti sono stati combattuti e che i loro promotori spesso sono stati perseguitati (Socrate, Cristo) e che la morale ha tendenza all'immobilità.
Non sembra, ad ogni caso, che gli asserviti abbiano potuto produrre nelle morali dei valori che sino loro propri.
Ma ciò che importa è di sapere se gli sfruttati e i rivoluzionari che esprimono le loro aspirazioni possono avere dei valori e una morale propria.
Se noi non vogliamo accettare la morale della società nella quale viviamo, se rifiutiamo questa morale perché questa riconosce, per mantenerlo, uno stato sociale di sfruttamento e di dominio e perché è impregnata d'astrattismo, di ideali metafisici, su cosa possiamo noi basare una nostra morale? C'è una soluzione a questa contraddizione apparente: è che la riflessione, la scienza sociale ci permettono di intravedere un divenire che sia la possibilità per l'uomo di una totale emancipazione, e questo divenire non è d'altronde altro che le aspirazioni generali degli oppressi, espresse attraverso il vero socialismo, attraverso il comunismo libertario. Il nostro fine è dunque rivoluzionario ed è il nostro ideale, il nostro imperativo. E' sì un ideale, un imperativo sul quale si può fondare una morale, ma è un ideale che si fonda sul reale e non su una rivelazione religiosa o metafisica.
Questo ideale è un umanesimo, ma un umanesimo basato su una trasformazione rivoluzionaria della società e non su un umanesimo sentimentale fondato sul nulla e che camuffa le realtà della lotta sociale.
Quali sono i valori che manifestano nel proletariato questo ideale?
Questa morale si esprime per mezzo di regole, di precetti?
E' evidente che non si può agire e giudicare in funzione di nozioni di "bene" e "male", in funzione delle morali che noi combattiamo, non più di quanto non possiamo lasciarci trascinare alle futili discussioni sui termini, sulla questione di sapere se la causa dell'azione deve chiamarsi "egoismo" o "altruismo".
Ma fra gli atti che sono assicurati normalmente dai giochi affettivi e dai sentimenti (l'amore materno, la simpatia, la salvaguardia d'un simile in pericolo, ecc..) e gli atti che rilevano dei contratti, dei patti scritti o costumi, dunque il diritto, vi è tutta una gamma di relazioni sociali che rilevano delle concezioni e una coscienza morale.
Qual'è la garanzia del rispetto sincero delle clausole del contratto? Quale deve essere l'attitudine di un uomo nei confronti dei suoi avversari? Quali armi gli sono vietate usare? Non c'è che una morale che possa guidare, che possa assegnare limiti, che possa evitare di ricorrere senza tregua alle contestazioni e alle giurie.
Noi scopriamo, nella pratica rivoluzionaria, nella vita del proletariato cosciente dei valori come la solidarietà, il coraggio, il senso di responsabilità, la lucidità, la tenacia, il federalismo o la democrazia reale delle organizzazioni operaie e anarchiche che raealizzano contemporaneamente la disciplina e lo spirito d'iniziativa, il rispetto della democrazia rivoluzionaria cioè la  possibilità per tutte le correnti sinceramente legate alla creazione della società comunista, la possibilità di esprimersi, di criticare, e così il perfezionare la teoria e la pratica rivoluzionaria.
La base rivoluzionaria che noi abbiamo fissato come imperativo ci dispensa evidentemente da ogni morale di fronte al nemico, di fronte alla borghesia che tenta di far pesare sui rivoluzionari, per sua difesa, i divieti della sua morale. E' evidente che in questo campo solo il fine detta la nostra condotta. Ciò significa che essendo il fine riconosciuto, scientificamente stabilito, i mezzi non sono altro che gli strumenti e di conseguenza possono essere considerati tali solo quando sono compatibili con lo scopo.
Ciò non vuol dire qualsiasi mezzo, oppure che i mezzi non si devono "giustificare". Bisogna quindi respingere la formula equivoca : "il fine giustifica i mezzi"  e dire più semplicemente: "i mezzi non esistono, non sono scelti che in vista del fine al quale essi sono legati, compatibili, e non devono essere giustificati d'avanti all'avversario e in funzione della sua morale".
Ma per contro, questi mezzi rientrano necessariamente nel quadro della nostra morale, poiché essi sono adeguati all'ideale e questo ideale, il comunismo libertario, suppone la rivoluzione che a sua volta suppone una presa di coscienza delle masse. Per esempio, essi implicano la solidarietà, il coraggio, il senso di responsabilità, ecc.. che abbiamo citato prima come "virtù della nostra morale".
C'è un punto sul quale bisogna soffermarsi, un punto della nostra morale che si potrebbe ricollegare al senso di solidarietà ma che, in realtà, è il carattere stesso di tutta la nostra morale: la verità. Come è normale ingannare il nostro avversario, la borghesia, che usa ogni furbizia, così è necessario dire la verità non solo fra compagni, ma anche alle masse.
Come potremo fare altrimenti poiché è necessario prima di tutto accrescere la loro coscienza, quindi le loro conoscenze  e la  loro capacità di giudizio? Quelli che hanno voluto procedere altrimenti non sono riusciti che ad avvilirle e scoraggiarle, facendo perdere loro tutto il senso della verità, dell'analisi, della critica.
Il cinismo immorale non ha nulla di proletario o di rivoluzionario. E' l'espressione di elementi decadenti della borghesia che constatano il vuoto della morale ufficiale ma sono incapaci di trovare in un ambiente vivo una morale sana.
L'immoralista è in apparenza libero in tutti i suoi  movimenti, ma egli non sa più dove va e inganna se stesso dopo aver ingannato gli altri.
Non basta avere uno scopo, c'è anche bisogno di una bussola.
L'elaborazione di una morale, in seno al movimento comunista-libertario, consolida la teoria rivoluzionaria e apporta un contributo importante alla preparazione di una nuova cultura, negando la cultura borghese.