Alternativa Libertaria/FdCA

sezioni di Livorno e Lucca







Maastricht per chi?

di Cristiano Valente

da “Comunismo Libertario” N. 30 novembre 1997



La crisi del Governo Prodi, superata tramite l'accordo politico sulla riduzione d'orario e sulle pensioni di anzianità, tra Rifondazione Comunista e il Governo stesso, ha messo in luce un dato su cui, seppur brevemente, vorremmo riflettere.

La maggioranza del cosiddetto popolo di sinistra, compreso la base, non solo elettorale, di Rifondazione Comunista ha oramai interiorizzato una cultura, valori, riferimenti e persino linguaggi della cultura dominante.
Niente di antagonismo, ne vagamente alternativo. Nei giorni successivi alla crisi politica, lavoratori, studenti, pensionati, casalinghe pur sinceramente comunisti o comunque simpatizzanti ed elettori di sinistra si stracciavano le vesti per la paura che la crisi di Governo ci impedisse di "entrare in Europa".
E' stato questo il ritornello costante riportato dai media e amplificato da tutte le forze politiche e sociali indistintamente vicine al Governo o all'opposizione. Le sorti possibili di una crisi di Governo venivano immolate sull'altare di questo nuovo mito moderno dell'Europa di Maastricht.

Crediamo necessario, per questo, tentare di capire per chi può essere importante e cosa può realmente significare l'ingresso in Europa, intendendo chiaramente non la nostra collocazione geografica, ma le strutture economiche e monetarie del progetto europeo

Lo facciamo attraverso un lungo intervento del Presidente del Cento studi Nomisma, N. Cacace (nota 1), del quale ci colpisce, non solo la franchezza dei contenuti, tipici dei centri studi e degli economisti in generale, ma lo stesso linguaggio estremamente crudo e significativo

"Si sta scatenando in Europa una nuova guerra, la guerra per attrarre nuovi investimenti esteri diretti (Ide), soprattutto investimenti "green field" prato verde, vale a dire nuovi stabilimenti, nuovi centri di ricerca, nuove infrastrutture turistiche".

L'importanza di attrarre investimenti produttivi che creano nuova occupazione è un dato significativo perché "in epoca di globalizzazione come l'attuale, la logica del capitale è la stessa, sia venga dal Veneto, che dai Mutual Funds (Fondi Pensionistici) americani e non essere attrattivi per i capitali esteri significa non esserlo nemmeno per i capitali nazionali".

Ricordando dati OCSE si evince che nel '95 gli Ide sono quasi raddoppiati nella UE (da 64 a 120 miliardi di dollari) ma si sono così distribuiti: 30 miliardi alla Gran Bretagna, 20 alla Francia, 14 alla Svezia, 10 all'Olanda, 9 al Belgio, 9 alla Germania, 8 alla Spagna e 4 all'Italia.

Ponendosi la domanda retorica del perché la multinazionale Coreana Luky Goldstar ha chiuso lo stabilimento di frigoriferi a Caserta, attuando un investimento di 4 mila miliardi in Galles, con 6 mila posti di lavoro diretti e 22 mila indotti e utilizzando uno studio del Financial Times sulla locazione degli investimenti esteri in Europa, si afferma "che uno dei motivi che rendono fortemente competitiva l'Inghilterra è il basso costo del lavoro", mentre gli elementi che più scoraggiano l'investitore estero e quindi quello nazionale in Italia "è la rigidità del mercato del lavoro e l'altissimo costo del lavoro... Se fossimo nella condizione di credibilità e competitività internazionale di questi paesi avrebbero ragione quanti predicano che rinviare di qualche anno l'ingresso nell'Europa monetaria non sarebbe un gran male. Ma l'Italia deve recuperare decenni di ritardo in tema di affidabilità internazionale".

Si riduce a tanto la dotta argomentazione, così come gli innumerevoli studi, dibattiti fra esperti sulle progressive sorti del nostro ingresso in Europa.

Entrare in Europa significa ridurre i diritti acquisiti dei lavoratori italiani e ridurre il costo del lavoro, cioè i salari.
Non si poteva essere più chiari.

Il divario che dovremmo riempire per avere le stesse opportunità degli altri paesi europei, magari come quelli asiatici o del vecchio blocco sovietico, sono brutalmente le peggiori condizioni di vita delle masse lavoratrici
C'è infine da notare che questo Governo, in armonia con i precedenti, sta rispettando in pieno tale programma.
Sulla previdenza oramai lo scontro, si fa per dire, è solo sui tempi di liquidazione di un vecchio sistema previdenziale che garantiva maggior copertura salariale ai pensionati, avendo definito il nuovo sistema esclusivamente sulla base contributiva.

Lo stesso vale per la Sanità, in questi giorni tristemente salita agli onori della cronaca, a causa degli 11 morti nella camera iperbarica della clinica privata di Milano del Signor Ligresti.

Si stanno facendo sempre più palesi le responsabilità dolose e le connivenze istituzionali di tale dramma legate al calcolo economico di puro "business" che anche oramai la salute rappresenta.

Ma nella stessa struttura pubblica, nonostante la tardiva e pelosa autocritica di alcuni esponenti dell'Ulivo (nota 2) a seguito del dramma, la strada oramai imboccata, attraverso l'aziendalizzazione degli Ospedali, è comunque quella privatistica

Così come sul salario quello reale; in seguito alla scomparsa della Scala Mobile e dei successivi accordi detti di concertazione, la stragrande maggioranza di lavoratori percepisce salari non superiori al milione e mezzo, quando la soglia di povertà definita dalla Commissione sulla Povertà e sull'Emarginazione istituita presso la Presidenza del Consiglio e presieduta da Carniti ha indicato nel '96 a 1.143.355 lire al mese la soglia di povertà per una famiglia di due persone.

Infine sull'orario di lavoro.

L'orario di fatto è molto maggiore delle stesse 39 ore che l'ultima legge stabilisce come orario legale (Legge Treu).

Il forte utilizzo degli straordinari è il surrogato per racimolare salari reali in parte corrispondenti ai bisogni materiali, impossibilitati a essere soddisfatti con salari ufficiali poco sopra alla soglia di povertà.

Solo nel settore auto nel '97 si sono raggiunte 120 ore annue di straordinario, il che vuol dire lavorare quasi 13 mesi su 12.

I pochi nuovi occupati, nella stragrande maggioranza sono di fatto precari perché assunti con le nuove forme di contratti a tempo determinato introdotte dal Pacchetto Treu o dai vecchi Contratti di Formazione Lavoro e da quella babele di normative tendenti tutte a ridurre i diritti acquisiti ed a flessibilizzare la forza lavoro.

Allora Maastricht per chi?


Note

1. l'Unità 3/3/1997

2. l'Unità 1/11/1997 - Editoriale "Il COMMENTO. Il dovere di garantire la sicurezza" di Giovanni Berlinguer. "Nella Sanità Pubblica sono intervenute, negli ultimi anni, due trasformazioni. Essa è stata riorganizzata in forma di aziende, che sono per definizione "organismi composti di persone e di beni rivolti al raggiungimento di uno scopo determinato". Ma gli scopi devono essere la salute, la sicurezza e la qualità dell'assistenza. I direttori e i dirigenti delle aziende ospedaliere e sanitarie sono però premiati con incentivi solo se fanno quadrare i bilanci di cassa, non se migliorano i servizi o se fanno quadrare i conti della salute. Si può tentare dopo anni in cui la politica si è occupata di sanità solo in rapporto all'economia o all'amministrazione, di porre al centro il fine, cioè la salute e di subordinare ad essa i mezzi per raggiungerla?"