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Per il rilancio dell’egualitarismo nell’azione sindacale quale premessa per l’unità di classe di tutti gli sfruttati.

            Le più recenti indagini statistiche dimostrano che in questi ultimi venti anni il 60% della ricchezza prodotta è andato a incrementare i profitti e le rendite, mentre solo il 40% ha incrementato i salari. L'Italia è quindi, in termini di reddito, un paese profondamente diseguale là dove  il  10%  delle famiglie italiane detiene il 45% della ricchezza. Questa stratificazione sociale è cresciuta nei cicli della crisi e della ristrutturazione capitalistica ma sarebbe miope attribuire a queste dinamiche l’intera responsabilità dell'attuale disgregazione sociale.
            Dal punto di vista dell'analisi, non è infatti possibile comprendere l'evoluzione della ristrutturazione capitalistica in Italia senza una critica obiettiva alla strategia riformista che si concreta nella svolta dell'EUR, sostenuta dalle organizzazioni sindacali confederali a partire dal gennaio del 1978.
            Con la proposta dell’EUR il “sindacato infatti si fa garante dello sviluppo e pilastro centrale di sostegno delle istituzioni. Assume a interesse supremo e prioritario la salvezza dell'economia italiana e sceglie definitivamente la politica delle compatibilità. Il salario da variabile indipendente, quale era durante le lotte del '69 '70, diviene variabile dipendente ed anzi connessa strettamente alle compatibilità nel rigoroso rispetto del sostegno ai profitti . La politica che si sceglie nei fatti è quella così detta dei due tempi. Il sindacato concede unilateralmente al padronato un'autolimitazione delle richieste salariali in cambio di investimenti, sopratutto nel mezzogiorno, ed una lotta alla disoccupazione che non verranno mai”.
(Professionalità mito sindacale – Firenze 1982).

            Si definisce ancor più il lento processo di integrazione del sindacalismo confederale nel sistema capitalistico e la sua subalternità  nei confronti dell’imperialismo italiano che impediscono al sindacato un punto di vista autonomo nei confronti della crisi, non consentendo la comprensione e la critica ai processi di ristrutturazione che, d’altronde, si rinuncia a contrastare.

“L'illusione fondamentale è che lo sviluppo tecnologico abbia ormai creato alcune nuove figure professionali che vanno valorizzate se si vuole vincere da un lato la battaglia contro l'assenteismo e dall'altra quella per una maggiore produttività degli impianti. C'è da dire che la prima volta che la classe operaia prova a contrastare il padronato sulla ristrutturazione aziendale la lotta si conclude con una grossa sconfitta (Fiat autunno 1980) che dà la misura della distanza fra direzione sindacale e reale situazione di fabbrica”.
(“Professionalità mito sindacale”- Op. cit.).

            Si liquida la lotta di classe come un retaggio del passato e si coniano nuove definizioni per rimuovere ogni residuo egualitario. Così è che definizioni quali “uguaglianza delle chances di partenza”, meritocrazia, incentivazione, nuove professionalità, imprenditorialità diffusa che già avevano caratterizzato ampi settori della sinistra parlamentare e della CGIL, iniziano a contaminare interi settori di classe, non solo nell'industria ma anche nel terziario e nella Pubblica Amministrazione.
            Successivamente, il meccanismo della contingenza (scala mobile), già alleggerito di 4 punti nel 1984 dal governo Craxi, è abolito del tutto dall’accordo del 31 luglio del 1992, a cui segue  il protocollo del 23 luglio del 1993 siglato tra CGIL – CISL  - UIL, Confindustria e Governo in materia di politica dei redditi inaugurando la stagione della concertazione.
            Queste scelte non contrasteranno la ristrutturazione ma anzi l’agevoleranno, aprendo la strada ad altre devastanti scelte quali la flessibilità dei diritti, concretatasi con la legge n. 196 del 1997 nota come “pacchetto Treu”.
            Ma è con la legge n. 30 del 2003 che la precarietà inizierà a dispiegare la propria disgregante influenza sull'organizzazione del lavoro e sulla qualità della vita, minando prima e abolendo poi storiche conquiste del movimento sindacale, agevolando la profonda polverizzazione e divisione di classe già indotta dalla crisi, a cui seguirà l’insorgere del corporativismo e dell’intolleranza: crescono reazione e qualunquismo indebolendo l’organizzazione sindacale e aprendo la strada alla recente pratica degli accordi separati.
  
            In questa transizione che abbiamo inteso schematizzare con alcuni caratteristici e qualificanti passaggi, non vi è oggi più spazio per il concetto di uguaglianza.
            I giovani stessi sono educati alla competizione come valore e sono esortati a “mettersi in gioco” per accaparrarsi la parte più succulenta della torta. Noi siamo contro la competizione tra i lavoratori, nella società e nella vita. Siamo anche contro il merito e la sua distorta conseguenza, la meritocrazia. Siamo contrari perché non siamo liberali ma comunisti anarchici e non proponiamo la competizione tra esseri umani ma la solidarietà e, in subordine, il pareggio; continuiamo a credere alla necessità dell' abolizione dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo per un mondo di liberi ed uguali, là dove il lavoro manuale assuma la medesima dignità e importanza di quello intellettuale, là dove non vi siano più differenze tra sessi, razze e credi politici e religiosi perché siamo convinti che gli esseri umani siano tutti uguali, e che le differenze nelle quali sono relegati non costituiscano una storica necessità, ma una prerogativa della società capitalistica e della conseguente divisione in classi dell’umanità.
            Continuiamo anche a credere, proprio in quanto comunisti anarchici e militanti sindacali, che i costanti richiami al senso di responsabilità e alla collaborazione di classe provenienti dalla sinistra parlamentare e replicati da ampi settori del sindacalismo confederale, unitamente alla deriva corporativa di CISL e UIL, tendano ancora una volta verso il miraggio di un rilancio imperialistico sui mercati internazionali per tentare di ridare benessere al paese. E’ opportuno chiarire che da questo miraggio non scaturirà benessere, ma la concorrenza tra i lavoratori italiani e stranieri che comporterà la disperazione e la rabbia dei perdenti, dei disoccupati autoctoni contro gli immigrati visti non come alleati ma come concorrenti da respingere, oltre allo scontro tra settori lavorativi più forti contro quelli più deboli e meno tutelati, così come le intolleranze a sfondo razzista, le proposte di gabbie salariali e le recenti vicende FIAT dimostrano.

            In questo contesto apprezziamo l’opposizione della CGIL, l’unica vera opposizione sociale esistente nel nostro paese e che, d’altronde, abbiamo sostenuto in ogni istanza: ma sappiamo anche che essa, per essere vincente, deve costantemente rinnovarsi per abbandonare definitivamente la zavorra delle compatibilità con il sistema capitalistico e sviluppare strategie che abbiano alla base un chiaro concetto egualitario, rilanciare l’unità e la solidarietà tra i lavoratori e cioè l’unità e la solidarietà di classe.
            D’altronde la nostra analisi materialistica ci porta ad affrontare la realtà partendo dalle sue caratteristiche reali che, in questa fase, non sono quelle che noi vorremmo ma quelle indotte dalla crisi e dalla ristrutturazione, dai cedimenti del riformismo e dalla smobilitazione delle coscienze che questi ha operato con le sue strategie subalterne al capitalismo. Sappiamo benissimo che l’attività sindacale rende inevitabile il compromesso e che spesso è necessario dire e fare cose che non corrispondono completamente alle nostre posizioni ma sappiamo anche, parafrasando i vecchi e insuperati teorici del socialismo, che ciò è legittimo solo a due condizioni: “di non crederci noi e di non farci credere gli altri”.
 
            Noi intendiamo rivolgerci a tutto il variegato assetto dei nostri interlocutori sociali in un mondo ormai internazionalizzato,  in cui le barriere nazionali e le politiche di contenimento non possono nulla contro le migrazioni di donne e uomini alla ricerca naturale di migliori condizioni di esistenza, e che non hanno altro da vendere se non la propria forza lavoro.
            Siamo inoltre consapevoli come l’egualitarismo sia una prassi irrinunciabile di azione sindacale e politica, e come la solidarietà stessa sia un prodotto di questa prassi; un punto di arrivo e non di partenza, raggiungibile con un costante lavoro per il  soddisfacimento dei bisogni primari al quale deve seguire un inevitabilmente lento processo di consapevolezza di classe. Dobbiamo quindi sviluppare un programma di ricomposizione sociale basato su di un collante egualitario e su pochi ma essenziali obiettivi unificanti:  salario – diritti – tutele

            In questo senso è inaccettabile lo sventagliamento in innumerevoli livelli di inquadramento e categorie salariali, specialmente in una fase avanzata della ristrutturazione dei cicli lavorativi là dove lo sviluppo tecnologico tende a unificare le mansioni se non a banalizzarle, riducendo o modificando al ribasso la professionalità di antiche figure.
            Il proliferare dei livelli apicali e di posizioni organizzative e di responsabilità, così come accade nella Pubblica Amministrazione (vedi Legge Brunetta con l’introduzione della vice dirigenza), risponde esclusivamente a logiche di controllo dell’organizzazione del lavoro, alla divisione dei lavoratori e a rendere ancora più difficoltosa l’organizzazione e l’attività sindacale. E’ allora inaccettabile continuare a dissertare sulla questione salariale, quando l’obiettivo da articolare non può che essere il seguente:

            aumenti salariali uguali per tutti con compensazione per i livelli più bassi per sanare, almeno parzialmente, le profonde discriminazioni di reddito per come si sono sviluppate, specialmente tra soggetti deboli e dotati di minor potere contrattuale.  Le inevitabili  differenziazioni dovranno tener conto dell'utilità sociale del lavoro, dei livelli di rischio e di responsabilità  e, solo successivamente, dei titoli di studio e dell'inquadramento per livelli. Questi ultimi dovranno essere ulteriormente ridotti, in quanto non può essere consentito il continuare astrattamente a dissertare sulla professionalità  proprio quando, lo ripetiamo, lo sviluppo tecnologico ha comportato una degradazione del lavoro con una banalizzazione di funzioni un tempo importanti e qualificate. Sarà per tanto  necessario procedere verso un opportuno accorpamento di categorie, figure, livelli e mansioni: cioè procedere a unificare i contratti collettivi diminuendone il numero, proprio per combattere il loro sventagliamento e per meglio difendere il contratto in quanto strumento collettivo di tutela, valido per tutti su tutto il territorio nazionale. Ma è necessario guardare oltre i confini e all’internazionalizzazione capitalistica opporre l’internazionalismo di classe con la costituzione di un forte sindacato europeo per i contratti dei lavoratori d’Europa.

            E' inoltre indispensabile respingere la contrapposizione tra contratto nazionale e contrattazione decentrata affermando la logica che questa sarà tanto più articolabile quanto più lo strumento contrattuale sarà rafforzato, definito e generalizzato.

            Le brevi note all’inizio di questa comunicazione, là dove si accennava alla distribuzione della ricchezza nel nostro paese, dimostrano principalmente due cose:
           

  1. che la ricchezza esiste perché è stata accumulata a scapito dei salari;
  1. che potrebbe essere redistribuita più equamente attraverso una nuova politica salariale e dei redditi e una politica fiscale che combatta l’evasione, la rendita e la speculazione finanziaria.

 

Ciò consentirebbe di contenere gli effetti degenerativi della crisi e della ristrutturazione capitalistica, di contrastare la precarietà del lavoro e del vivere quotidiano per combattere concretamente la disgregazione sociale con politiche territoriali che pongano al centro la difesa e l’ampliamento della qualità della vita, di potenziare l’assistenza e la previdenza, le politiche per la casa e i servizi di qualità, di investire concretamente su scuola, università ricerca e beni culturali: in altre parole ridare speranza, idee prospettive per un mondo migliore poiché questa è la nostra forza, soprattutto rispetto ai giovani.

 

            Con questa comunicazione non ci proponiamo certamente di esaurire tutte le implicazioni relative a un rilancio dell’egualitarismo quale premessa di un processo di difesa degli interessi delle classi subalterne, di unità di classe e di coesione sociale, né di identificare nel dettaglio i soggetti fisici sociali ai quali ci rivolgiamo (giovani, immigrati, precari, donne, lavoratori…) e che vorremo invece approfondire per meglio identificarli e per poter desumere obiettivi idonei per le tutele. Né intendiamo banalizzare le difficoltà, i mezzi e gli strumenti necessari ad attuare questo percorso. Ma riteniamo che il dibattito debba essere iniziato su questi riferimenti per intravedere, poiché è possibile, il nuovo orizzonte che deve essere costruito da subito, per il superamento della società capitalistica e per l’abolizione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Giulio Angeli

Livorno, 02 aprile 2011