Rivista di teoria e prassi antiautoritaria on line






Per la storia del movimento anarchico nel dopoguerra

 

Un'esperienza dell'anarchismo di classe: I Gruppi Anarchici di Azione Proletaria
di Guido Barroero

L'esperienza dei G.A.A.P. e della loro voce L'Impulso si consuma dapprima nel movimento anarchico italiano, poi a margine di questo, negli anni che vanno dal 1949 al 1957. I 79 numeri del giornale usciti sono la cronaca minuziosa di un esperimento ambizioso, e fallito, di traghettare il movimento anarchico - o almeno quella parte di esso non dedita alle pratiche del «nullismo» come dicevano i gaappisti - verso una precisa collocazione di classe in linea con le tradizioni storiche proletarie dell'anarchismo. Per far ciò, secondo i G.A.A.P., era necessario approfondire il patrimonio teorico dell'anarchismo, scrostarlo dagli ideologismi aclassisti e dargli una forte impronta organizzativa caratterizzata dal principio della responsabilità collettiva. L'esperienza come si è detto fallì, il gruppo più consistente di gaappisti diede vita ad una stretta alleanza con alcuni gruppi della Sinistra Comunista e in seguito si costituì in Lotta Comunista; altri compagni ritornarono nella F.A.I.; altri ancora scelsero diverse strade di impegno sindacale e politico. L'esperienza dunque fallì e le responsabilità non furono univoche, oggi tuttavia può essere di qualche interesse ripercorrere comunque le tappe di un'esperienza assolutamente originale e inedita, non per individuare colpe e colpevoli, ma per analizzare uno degli snodi della storia tormentata del nostro movimento che l'hanno confinato per anni in una situazione di pura sopravvivenza. E per trarne qualche lezione.
Conviene dunque, prima di tutto, ripercorrere alcune delle tappe che portarono la F.A.I. appena uscita dalla guerra alla crisi ed alla secessione (o estromissione a seconda dei punti di vista) dei G.A.A.P.

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Il movimento anarchico era uscito dalla lotta partigiana e dalla Resistenza ridimensionato rispetto all'ante-fascismo ma con una discreta consistenza e un radicamento non marginale tra il proletariato. Nell'alta Italia, la dove gli anarchici avevano partecipato in autonomia e in piena visibilità alla lotta contro i nazifascisti - in Toscana come in Emilia, in Liguria come a Milano e Torino - numerosi giovani erano accorsi tra le fila delle brigate libertarie. Si trattava per lo più di giovani operai avvicinati all'anarchismo dalla propaganda clandestina dei vecchi militanti anarchici e sindacalisti. Solo nel genovesato - dove avevano operato due Brigate SAP libertarie: la Malatesta e la Pisacane, diversi distaccamenti anarchici e molti compagni avevano combattuto nelle SAP Garibaldi e Matteotti, per un totale di oltre 400 partigiani libertari - si contavano alla fine del '45 circa 2.000 aderenti alla ventina di gruppi che costituivano la Federazione Comunista Libertaria Ligure a Genova. La presenza era forte nelle maggiori fabbriche del ponente cittadino (Ansaldo, Fossati, Cantieri, SIAC) e c'era un buon radicamento nel territorio. Lo stesso avveniva nel resto della Liguria, a Milano, Torino e in Toscana e specialmente nel Carrarese.
Il movimento rinasceva dalle sue ceneri con tante energie nuove e il rinnovato impegno di molti vecchi militanti ritornati alla lotta politica e sindacale dopo l'esilio o il confino e la lotta partigiana. Si aprivano sedi, si pubblicavano giornali e riviste (almeno un settimanale per le città maggiori: Era Nuova a Torino, Il Comunista Libertario e poi Il Libertario a Milano, L'Amico del Popolo a Genova, Volontà a Napoli, Umanità Nova a Roma, ecc.), si tenevano comizi e conferenze radiodiffuse, si partecipava attivamente e in forma organizzata alla lotta sindacale (si costituirono i Comitati di Difesa Sindacale come componente anarchica della C.G.I.L.) con buoni risultati nonostante la preponderanza numerica dei militanti del P.C.I.
I primi due congressi del movimento anarchico tenutisi nella seconda metà del 1945 marcarono le prime tappe di un processo riorganizzativo che pareva ineludibile (Ricordiamo che due convegni clandestini che si erano tenuti a Firenze nel 1944 avevano sancito la costituzione della Federazione Comunista Libertaria dell'Alta Italia, ma si era trattato di un atto - viste le difficili condizioni di azione - del tutto formale).
A Milano dal 23 al 25 giugno si svolgeva il primo congresso (denominato tuttavia convegno interregionale) delle federazioni e dei raggruppamenti comunisti-libertari e anarchici dell'alta Italia che dopo aver discusso dei «Postulati del comunismo libertario sul terreno politico, economico e sociale», della «Organizzazione sindacale e ... posizione di fronte al funzionamento delle Commissioni di fabbrica, in relazione alla gestione, alla produzione ed al consumo» e dei «Rapporti con i partiti politici sul terreno politico, sindacale e militare», invitava tutti i militanti a mettersi al lavoro per gettare le basi di un'organizzazione capace di potenziare azione e propaganda.
A Carrara dal 15 al 19 settembre si tenne il primo vero e proprio congresso nazionale. Parteciparono numerosi delegati di una grande quantità di gruppi e federazioni dislocati su tutto il territorio nazionale. Fu la prima vera occasione d'incontro tra militanti di diverse regioni - con le loro diverse esperienze della guerra e della lotta di liberazione -, tra militanti vecchi e nuovi - con il loro differente bagaglio politico e culturale-, tra militanti che avevano combattuto il fascismo in Italia o nell'emigrazione. Furono le prime vere assise del movimento anarchico dopo gli anni bui del fascismo. Tanto fu l'entusiasmo, tanti i temi trattati (la lotta politica; l'azione libertaria; l'azione sindacale e cooperativa; i Consigli di Gestione; i rapporti con i CLN; organizzazione nazionale e locale) seppur nella sommarietà dei tempi e nell'assenza, oltreché di un vero e proprio dibattito congressuale, di un'omogeneità teorica che andasse al di là di alcuni principi generali. L'impressione è che le differenze politiche e di impostazione generale che pur sussistevano forti anche a livello di federazioni locali risultassero attutite dal clima di entusiasmo e dalla scelta di puntare sull'unità del movimento anarchico sotto le bandiere della costituenda Federazione Anarchica Italiana.
Ben altrimenti andavano le cose in alcune grandi federazioni regionali e cittadine (Liguria, Milano, Roma, Livorno) dove il dibattito su alcune grandi questioni come quella sindacale o quella organizzativa si manifestò quasi da subito nell'evidenza di posizioni assai diversificate e di un dibattito piuttosto serrato. Per comodità di esposizione (abbondanza di documentazione), per la qualità politica del dibattito ligure (dapprima all'interno della Federazione Comunista Libertaria Ligure e poi, come si denominò in seguito, Federazione Aanarchica Ligure) e per la rilevanza dei futuri gruppi gaappisti liguri, seguiremo la storia degli anni che vanno dal '45 al '49 centrando l'attenzione sulle vicende liguri e sul loro rapporto con quel che avveniva nel resto del movimento.



Subito dopo il Congresso di Carrara del settembre 1945 il movimento anarchico - nella quasi totalità organizzato nella F.A.I. - attraversa, come abbiamo accennato, un periodo di rilancio, anche sul terreno organizzativo. La Federazione Comunista Libertaria Ligure (uno dei più forti raggruppamenti regionali in Italia) si struttura efficacemente dapprima a livello provinciale con organismi di coordinamento politico e funzionale tra i gruppi (o sezioni come vengono chiamati questi nei primi anni): Il Comitato Direttivo, la Segreteria politica e la Commissione di Corrispondenza. In seguito, non appena i rapporti con gli altri gruppi liguri si intensificano si passa ad una organizzazione a due livelli, il primo quello delle federazioni locali di area geografica omogenea: Federazione del Ponente (Da Cogoleto a Cornigliano, comprendente Rossiglione); Federazione della Valpolcevera (da Pontedecimo a S.P.D'Arena), Federazione di Genova Centro e Federazione del Levante (da Quarto fino a Sestri Levante) e per il resto della Liguria: Federazione di La Spezia, della Val di Magra e Sarzana, di Savona e di Imperia. Il secondo è quello regionale che prevede un Consiglio formato da sette membri, ciascuno con un incarico preciso (segretario, cassiere, coordinazione, propaganda, difesa sindacale, vittime politiche, relazioni internazionali).
Complessivamente dal 1946 al 1948 il movimento cresce e si consolida, a livello ligure come a livello nazionale. Alcune questioni irrisolte tuttavia cominciano a pesare sulla Federazione. La prima è quella dell'unità del movimento nella F.A.I., assunta nell'entusiasmo dell'immediato dopoguerra come un fatto in qualche modo naturale e non come risultato di un processo di omogeneizzazione dei militanti (vecchi e nuovi) in una progettualità rivoluzionaria coerente e condivisa. Esistevano dunque nella Federazione diverse anime, alcune delle quali si distinguevano per una spiccata vocazione anti-organizzatrice e dunque non particolarmente propense a favorire l'attività federativa. Il ritorno di Armando Borghi in Italia (con tutto il peso del suo nome e dei suoi trascorsi) passato dalle originarie posizioni sindacaliste e classiste a sostenitore di un anarchismo "ideologico", la forte campagna condotta dai compagni de l'Adunata dei Refrattari contro l'efficentismo organizzativo inteso come una deriva verso posizioni autoritarie e cripto-marxiste, si integrava di fatto - secondo Cerrito (cfr. Il ruolo dell'organizzazione anarchica) - con alcune tendenze liberaleggianti esemplificate dalla redazione di Volontà. Il tutto al di là dei giudizi di merito, si risolveva in una difficoltà crescente della Federazione a tenersi al passo con le necessità imposte dal clima di duro scontro sociale. Una prima crisi si apre - prevalentemente a livello milanese - già alla fine del 1945. Antonio PietroPaolo, Mario Perelli, Germinal Concordia e altri militanti danno vita alla Federazione Libertaria Italiana sulla base di un'alleanza con elementi comunisti dissidenti. La F.L.I. è fortemente orientata alla partecipazione elettorale ma avrà breve vita e una parte dei suoi componenti ritornerà in seno al movimento anarchico. Non è nota l'entità della dissidenza genovese che seguì Pietropaolo, Perelli e Concordia ma a giudicare dalla veemenza con cui la F.C.L.L. condannò questa esperienza è possibile che qualche anarchico genovese si imbarcasse sul carro della F.L.I. A questo proposito un articolo di forte condanna della F.L.I. dal titolo "Precisazioni degli anarchici circa una pretesa crisi" viene fatto pubblicare dalla F.C.L.L. sulla stampa cittadina genovese nel febbraio del '46. Sicuramente più grave per il movimento genovese è l'abbandono della federazione da parte di alcuni compagni sindacalisti (tra cui Giovanni Mariani) possibilisti sull'uso in senso rivoluzionario di alcuni organismi cogestionali allora varati nelle fabbriche.
Il 1948 segna una svolta nel panorama politico e sociale italiano. Due avvenimenti tengono banco: la cacciata delle sinistre dal governo e la rottura dell'unità sindacale. Entrambi condizioneranno pesantemente le possibilità della Federazione di assumere un deciso protagonismo rivoluzionario. Il passaggio del PCI (e del PSI) all'opposizione, mentre conferma le tesi anarchiche contro l'impossibilità di volgere la politica di unità nazionale a favore di un riscatto anche solo parziale della classe operaia, d'altro lato produce una contrapposizione - formalmente dura sul piano politico e obbiettivamente aspra sul terreno sociale - tra conservazione e rinnovamento radicale, esemplificata sul piano internazionale dalla cosiddetta "guerra fredda". Chi si candida a egemonizzare l'opposizione sociale e politica è naturalmente il P.C.I. e lo fa - nel solco della sua tradizione stalino-togliattiana - con eccezionale efficacia. E' del tutto comprensibile che molti anarchici assumano un atteggiamento possibilista nei confronti del nascente Fronte Popolare anche a causa dell'atteggiamento sempre più rinunciatario assunto dalla F.A.I. e dal suo estraniarsi progressivo dal fulcro dello scontro di classe. Ricordiamo che “La revisione progressiva delle deliberazioni di Carrara, comincia nel Congresso di Bologna del 1947 che elimina, fra l'altro, il Consiglio Nazionale sostituendolo con una Commissione di Corrispondenza a cui si attribuiva l'esclusiva funzione di "buca per lettere".” (G.Cerrito, op.cit.).
Sul piano sindacale poi le cose non vanno meglio. Le scissioni socialdemocratica e democristiana mettono la C.G.I.L. nelle mani dei comunisti (e dei socialisti di osservanza moscovita). La corrente anarchica nella Confederazione è stretta alle corde e i Comitati di Difesa Sindacale, pur presenti ed attivi in numerose fabbriche, scontano l'impossibilità di una coordinazione politica efficace. Si pongono insomma le premesse per quella diaspora degli anarchici in tutto l'arco sindacale che dura a tutt'oggi. Neppure la ricostituzione tardiva dell'Unione Sindacale Italiana ad opera di vecchi militanti sindacalisti (a Genova Antonio Dettori, Libero Dall'Olio, Cristoforo Piana, ecc.) servirà ad invertire la linea di tendenza che porterà alla marginalizzazione del movimento anarchico dal fronte della lotta sindacale.
Proprio in questa situazione di crisi emergente si manifestano all'interno della Federazione inquietudini e spinte a riportare la F.A.I. al suo ruolo all'interno dello scontro di classe, elevando il livello teorico e politico dei militanti e la loro capacità di intervenire politicamente in maniera organizzata. Queste spinte provengono in massima parte da settori e gruppi di giovani operai entrati nel movimento anarchico durante lotta partigiana ma anche da vecchi militanti "organizzatori" (citiamo per tutti Lorenzo Gamba, savonese reduce da una trentennale militanza sindacalista e rivoluzionaria) e da giovani intellettuali come Piercarlo Masini, che proprio nel 1948-1949 diventa redattore di Umanità Nova. Queste spinte e questa inquietudine si manifestano - all'inizio - in modo differenziato: con una lunga serie di discussioni e di mozioni di cui troviamo ad esempio traccia nei verbali delle riunioni e dei convegni della Federazione Anarchica Ligure (così si chiama la F.C.L.L. a partire dal novembre 1946) e dei gruppi aderenti; con l'opera preziosa di battaglia contro la deriva riformista dei sindacati condotta con numerosi articoli e corrispondenze sulla stampa del movimento (da L'Amico del Popolo di Genova, a Umanità Nova, a Il Libertario di Milano) scritti da Lorenzo Parodi e altri quadri anarchici operai; al raccogliersi intorno ad alcuni gruppi (come quello di Roma-Centro di cui faceva parte Piercarlo Masini) di un'area di militanti di diverse regioni (Lazio e Toscana, ma anche Liguria) propensi al rilancio della Federazione in chiave "orientata e strutturata". A Genova malesseri e spinte di questo tipo si traducono nella fondazione - nel 1949 - di un gruppo di giovani che si da un nome significativo, "Inquietudine" (che pubblicherà il bollettino omonimo) e che è un po' il depositato di un paio di anni di discussioni e di convegni giovanili anarchici. Tra i redattori e i collaboratori del bollettino Inquietudine (ne usciranno tra il marzo 1949 e il gennaio 1950, otto numeri di cui il quinto sequestrato dalla polizia) citiamo Casimiro, Aldo Vinazza, Aldo Panzieri, Alberto Mondani, Rubino, Bruno De Lucchi, Lorenzo Parodi, Renata Lovarini e il savonese Arrigo Cervetto. Alcuni di loro saranno tra i promotori dell'esperienza gaappista ligure; altri come De Lucchi (uno dei tre autori dell'attentato al consolato spagnolo di Genova, appunto avvenuto nel 1949) rientreranno nell'ortodossia del movimento anarchico per poi riuscirne in una deriva sindacalista confederale.
Proprio nel 1949 le cose vengono a maturazione. Il III Congresso della F.A.I. che si svolge a Livorno dal 23 al 25 aprile 1949 (a cui partecipano tra gli altri i futuri gaappisti Ugo Scattoni, Renzo Sbriccoli, Piercarlo Masini e Lorenzo Parodi) da l'avvio ad un primo processo di sedimentazione organizzativa della tendenza a favore di un "movimento anarchico federato e orientato". Il nucleo trainante questo processo è sicuramente il gruppo di Roma-Centro in cui militano tra gli altri Scattoni, Masini, Marcello Cardone e Tancredo Maroncelli e che già da tempo pubblica un bollettino dal titolo Notiziario laziale. La saldatura più immediata è con una serie di compagni toscani (prevalentemente livornesi) con cui viene data vita al Comitato interregionale tosco-laziale poco dopo il citato Congresso livornese. Di poco successiva (settembre 1949) è la pubblicazione del primo numero de L'Impulso sottotitolato Notiziario anarchico per il Lazio e la Toscana. Essendo questa la prima uscita ufficiale dei futuri gaappisti conviene riportare per esteso alcuni passi che ne esplicitano la linea d'azione. "Questo comitato è sorto da una libera intesa fra compagni toscani e laziali, nel quadro di una collaborazione interregionale che sta dando i suoi buoni frutti, col proposito di intensificare un comune lavoro sul piano locale….Il comitato si propone di potenziare regionalmente la Federazione Anarchica Italiana e a questo scopo affianca l'attività delle cdc regionali e nazionali" recita un articoletto in prima pagina. Mentre nell'editoriale d'apertura titolato In cammino esordisce: "All'indomani del nostro ultimo congresso nazionale (Livorno, aprile 1949) in una serie di densi scambi di idee, i compilatori di questo foglio trassero alcune conclusioni che saranno a volta a volta su queste colonne approfondite e perfezionate". E più avanti: "Di qui la necessità di iniziare alla base un paziente lavoro di restaurazione teorica allo scopo di rianimare i compagni disorientati o ideologicamente deboli; di qui la necessità di riassestare consolidare potenziare, su un piano locale, il tessuto associativo minacciato da un avanzato processo di lacerazione. Così, frustrato ogni incentivo alla secessione o all'isolamento, riaffermato il principio della difesa e della valorizzazione della F.A.I., contro ogni tentativo di liquidazione, ci siamo messi al lavoro in ambito regionale". E ancora: "Il movimento anarchico non muore né va alla deriva. le sue risorse sono inesauribili. Ogni qualvolta sembra che, sotto l'assalto dei vari revisionismi ed opportunismi, il movimento stia per perdere l'equilibrio, ecco che intervengono energie nuove a ristabilire quest'equilibrio sull'asse di una inalterabile tradizione.". E conclude: "Abbiamo in pugno le armi teoriche che ci hanno consegnato i nostri maestri, collaudate oggi più che mai dall'esperienza. Con queste armi e con la responsabilità di cui tutto il movimento anarchico è investito dalla situazione storica, non si bizantineggia più intorno all'organizzazione: la si realizza.". Il profilo è apparentemente basso: lavoro politico locale, rafforzamento della F.A.I., lotta ai revisionismi e alle tendenze anti-organizzatrici. Nella sostanza però c'è in nuce un'estrema attenzione ai due cardini intorno ai quali si articolerà la strategia dei G.A.A.P.: la restaurazione teorica da intendere come il recupero della matrice di classe dell'anarchismo, le energie che emergono nei momenti di difficoltà a ristabilire la natura classista dell'anarchismo e, infine, l'estrema attenzione all'efficienza organizzativa: non si bizantineggia, la si pratica. Da queste premesse e considerando il peso che le tendenze anti-organizzatrici avevano ormai assunto nella Federazione e nel movimento (il duro scontro polemico che vedeva contrapporti Masini - redattore di Umanità Nova - e Zaccaria -redattore di Volontà - si conclude infatti con le dimissioni del primo) non poteva che generarsi uno scontro a tutto campo, del quale molti anarchici furono co-protagonisti abbastanza inconsapevoli. Il Convegno anarchico laziale di Civitavecchia del settembre 1949, quello di Firenze all'inizio del 1950, la costituzione della Unione Anarchica Laziale, a Frascati nel febbraio dello stesso anno e infine il Congresso della Federazione Anarchica Ligure, svoltosi a Pontedecimo il 19/3/1950 saranno le prime tappe delle alterne vicende che porteranno alla costituzione dei G.A.A.P. e alla loro successiva estromissione dal movimento anarchico e - comunque la si pensi - ad un indebolimento progressivo e irrimediabile della F.A.I.

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Obiettivi 1950: così titola l'articolo d'apertura del n.2 de L'Impulso del febbraio 1950. "Caro compagno, ascolta. Ti scriviamo questa lettera certi non solo che la leggerai ma anche che ci risponderai. Vogliamo che i nostri contatti diventino sempre più stretti e frequenti... Corriamo verso momenti difficili che esigono da ciascuno di noi impegno totale e la massima concentrazione di sforzi. In Italia siamo la sola minoranza rivoluzionaria che cammina contro corrente, che apre la strada ad altri per risalire la corrente" apre l'articolo, che si presenta come un appello ai compagni di "buona volontà" per serrare i ranghi di fronte ad una situazione di obbiettiva difficoltà per il movimento. "Non bisogna capitolare: ma piuttosto raccogliersi, rendersi conto di questa situazione e delle cause che l'hanno determinata, studiare attentamente i mezzi per uscirne. E lavorare con uno speciale stato d'animo: quello della minoranza che sa la sua forza, che conosce la sua strada, che vuole la sua rivincita". Riflessione, studio, rivendicazione del ruolo di avanguardia, questi sono i cardini del rilancio del movimento anarchico. E poi chiarezza sulla posizione politica e sull'internazionalismo: "Siamo dunque contro le due principali forze politiche in Italia: governo e opposizione. Ma siamo anche contro la loro politica il cui corso è egemonicamente diretto dalle centrali imperialiste sia che esso conduca... verso la pace imperialista, sia che esso... sbocchi nella guerra imperialista: tutti i partiti in Italia sono costretti in questa pazza alternativa. Positivamente, siamo per il superamento rivoluzionario della situazione sia su un piano nazionale che su un piano internazionale".
L'articolo poi prosegue descrivendo la struttura del Comitato Interregionale tosco-laziale, il suo funzionamento e il suo programma di lavoro: "Rafforzare in estensione il movimento" cioè privilegiare l'estensione del movimento a nuove località - dove non ci siano compagni - piuttosto che costituire nuovi gruppi in località dove ci sono già compagni presenti (critica del "municipalismo"). "Elevare il livello ideologico del movimento" con supplementi teorici de L'Impulso (il primo "Resistenzialismo, piano di sconfitta" - forte polemica con gli ambienti anarchici italo-americani e la loro attitudine difensivista e rinunciataria - sarà editato proprio in quel periodo), con le dispense della Piccola Enciclopedia Anarchica (ne usciranno solo le prime due), con il miglioramento dei servizi di libreria, con conversazioni a carattere culturale, ecc. "Allargare i nostri contatti con le masse", privilegiare dunque i rapporti con le masse lavoratrici, che ciò poi avvenga tramite i Comitati di Difesa Sindacale o i Gruppi Anarchici Aziendali, l'importante è che si converga allo stesso scopo. Infine "Migliorare qualitativamente il movimento" per non dover continuare a fare "l'inventario" di soggetti moralmente discutibili. "Sei d'accordo?" chiude l'articolo "Per quanto ci riguarda noi non lasceremo passare inutilmente il 1950". E a tutti gli effetti il 1950 non passerà, per il movimento anarchico, senza lasciare il segno.
Abbiamo dedicato tanto spazio a questo "proclama" perché è un appello circostanziato alle "forze sane" dell'anarchismo, un programma di lavoro fortemente orientato ed è il preludio alla battaglia politica che proprio in quei giorni i futuri gaappisti aprono nel movimento: "...i nostri sforzi saranno tesi concordemente all'approntamento di materiali per una dichiarazione programmatica che esca elaborata in modo organico da tutto un movimento il quale ne sia intimamente persuaso.." è scritto infatti nell'articolo citato. Come vedremo, proprio su una dichiarazione di principi ("Linee generali per una dichiarazione di principi") tradotta in mozione ideologica - presentata quasi contemporaneamente al Convegno di Frascati (in cui si sancì la costituzione dell'Unione Anarchica Laziale) e al Congresso di Pontedecimo della Federazione Anarchica Ligure del 19 marzo - si aprirà un duro scontro tra gli aderenti al Comitato tosco-laziale, a cui si aggiungono i liguri, e una parte della Federazione che giudica dannosa, pericolosa e cripto-marxista la dichiarazione stessa e frazionisti gli intenti dei suoi presentatori. Il secondo motivo di tanta attenzione è che proprio nel 1950 (diciamo dal febbraio - Convegno di vari gruppi anarchici toscani a Firenze - al dicembre - IV Congresso della F.A.I. ad Ancona) si sviluppa, cresce e muore il tentativo di trasformare la F.A.I. in un "movimento orientato e federato", in un'organizzazione di tendenza e di classe.
Facciamo dunque un passo indietro e torniamo alle vicende liguri. Del Congresso di Pontedecimo purtroppo non disponiamo del verbale. Sappiamo che fu preceduto da un accentuato protagonismo dei futuri gaappisti liguri (Parodi, Vinazza, Cervetto e altri) che intervenivano puntualmente alle riunioni e ai convegni della F.A.L. e dei suoi gruppi esprimendo l'esigenza di un recupero delle origini classiste e proletarie dell'anarchismo, la necessità di una maggiore efficienza dal punto di vista organizzativo e che queste istanze riportavano sulla stampa del movimento (ricordiamo a questo proposito la costante collaborazione di Lorenzo Parodi a Umanità Nova, specialmente sulla questione sindacale). Sicuramente si dovettero intensificare i contatti e i rapporti a livello ligure e interregionale. Certamente si concordò una strategia d'intervento nei confronti del movimento e della Federazione che diede come risultanze le due mozioni presentate a Frascati e Pontedecimo (quella ideologica di cui abbiamo detto e quella organizzativa di cui diremo).
Non sappiamo con certezza chi partecipò al Congresso di Pontedecimo. Sicuramente i Gruppi Anarchici Riuniti di Genova (Né Dio né padrone, Lucetti e Berneri), i gruppi di S.Pier d'Arena (Malatesta), Cornigliano, Pegli, Vado, Pietra Ligure, Sestri Ponente, Sestri Levante (P.Gori), ma probabilmente anche molti altri. Le mozioni furono presentate dai gruppi di Savona, Vado e altri. Una delle due mozioni "gaappiste" fu probabilmente illustrata da Umberto Marzocchi . Non risulta che il dibattito sia stato particolarmente acceso e contrastato. Le mozioni infatti furono entrambe approvate dai delegati dei gruppi presenti al Congresso. La battaglia dunque all'interno della FAL sembrava vinta, senza nemmeno troppi sforzi. E "conquistata" la FAL, il progetto del comitato tosco-emiliano di orientare e strutturare la Federazione acquistava le gambe per camminare, tanto più che una buona parte del movimento organizzato guardava con simpatia se non con aperto interesse all'esperimento: da buona parte della Federazione Lombarda alla redazione de Il Libertario che con Mario Mantovani dava e avrebbe dato spazio e voce alle posizioni "gaappiste", per finire a Umanità Nova che con Umberto Consiglio aveva riconosciuto l'esigenza di una disciplina ideologica all'interno della Federazione che sembrava correre nella stessa direzione de "l'orientamento" richiesto dai gaappisti.
Così si spiega l'entusiasmo con cui un compagno romano, attivo fautore de L'Impulso, saluta le notizie che arrivano dalla Liguria :
"Cari compagni, finisco ora di leggere il vostro notiziario, che riporta il verbale del vostro congresso. E' ormai fuori dubbio che il movimento sta rinascendo … nonostante i cavilli e i cavillatori, la febbre gialla della disorganizzazione scomparirà. L'organizzazione non si mette in atto se non vi sono dei documenti, come il patrimonio ideologico non vale se non viene ripulito dalle solite rimasticature. Il Libertario dovrebbe diventare un foglio di battaglia, di orientamento, politico (nostra politica) e la si finirà con il solito luogo comune del partitismo. Il pericolo del partitismo è in relazione diretta con l'ignoranza dei compagni, e più forte sarà la nostra preparazione ideologica, più sarà allontanato tale pericolo. Le masse sono nei partiti proprio perché ancora non hanno una loro posizione precisa. La necessità della dichiarazione di principi!…".
Così si spiega che L'Impulso a partire dal n.3-4 del marzo-aprile 1950 sottotitolerà Bollettino Anarchico mensile, a cura del Gruppo d'Iniziativa "Per un movimento anarchico orientato e federato" e che nello stesso numero dedicherà l'articolo d'apertura (Affermazioni) al successo della strategia perseguita: "L'iniziativa per un movimento orientato e federato presa dal nostro gruppo (già com. int. tosco-laziale) ha avuto nel mese di marzo due pratiche applicazioni al convegno laziale di Frascati ed al convegno ligure di Pontedecimo. Come già scrivemmo, noi crediamo alla necessità che la FAI cessi di essere una finzione od un simbolo, e che diventi un movimento orientato da una dichiarazione di principi ed organizzato da un patto federativo… A Frascati e a Pontedecimo infatti per la prima volta sono stati adottati, su piano regionale, una dichiarazione di principi e un patto associativo. Questi due documenti hanno un valore provvisorio ed approssimativo…solo confrontandosi con altri testi… essi si arricchiranno di nuovi elementi; e soprattutto essi costituiranno del materiale utile per la formulazione di un corpo di idee e di impegni, valido sul piano nazionale. Ma intanto l'Unione Anarchica Laziale e la Federazione Anarchica Ligure si sono autodefinite il loro indirizzo e le loro interne strutture ed hanno proporzionalmente aumentato la loro potenza di attrazione verso l'esterno." Più avanti nello stesso numero la notizia dello scioglimento del Comitato Interregionale tosco-laziale e nella rubrica "Come si studia" la comparazione dei testi delle mozioni presentate a Frascati e a Pontedecimo.
Proprio all'analisi di questi documenti - così poco conosciuti, quanto, in modo inversamente proporzionale, tanto citati - dedicheremo nel seguito la dovuta attenzione per capire come si sia potuto passare da una loro sostanziale accettazione alla levata di scudi contro "la deriva neo-marxista" che porterà all'allontanamento dalla Federazione del Gruppo d'Iniziativa, che successivamente costituirà i G.A.A.P.


Documenti:

LINEE GENERALI PER UNA DICHIARAZIONE DI PRINCIPI
(Presentata al Congresso della Federazione Anarchica Ligure tenutosi il 19 marzo 1950 a Pontedecimo)

1) La storia della società è, sotto l'aspetto sociale, la storia degli antagonismi di classe, cioè dei conflitti fra le classi dominanti e le classi subalterne. Soltanto nell'epoca moderna, nell'epoca cioè in cui l'avvento del capitalismo e la formazione del proletariato hanno rafforzato questo antagonismo, le classi subalterne hanno preso esatta coscienza della loro condizione, del dramma storico al quale partecipano ed infine del loro compito rivoluzionario.
2) Il compito rivoluzionario del proletariato come classe trascende l'immediato obbiettivo costituito dall'esautoramento e dalla espropriazione del suo antagonista e si afferma positivamente e universalmente, come volontà edificatrice di una società nuova, di una società senza classi, dalla quale siano state definitivamente allontanate le cause del presente disordine economico e sociale.
3) La società senza classi è una forma superiore di vita associata nella quale l'amministrazione delle cose sarà gestita da una rete di assemblee civiche federate e da una rete di consigli operai e contadini federati. Il suo ulteriore progresso storico si realizzerà nella libertà individuale e nell'ordine sociale, senza le contraddizioni della società divisa in classi.
4) L'atto del passaggio dalla società divisa in classi alla società senza classi è offerto dalla rivoluzione in quanto intervento diretto e generalizzato dalle grandi masse lavoratrici della città e delle campagne, scese in aperta guerra civile contro i propri nemici di classe. La rivoluzione, in quanto operazione orientata verso certi scopi e organizzata in certe forme, si realizzerà per iniziatva della minoranza rivoluzionaria che l'avrà preparata.
5) Essendo lo Stato lo strumento massimo di dominio della classe dominante, l'oggetto di contesa fra i gruppi cospiranti al potere e particolare sede di privilegi costituiti, esso deve essere distrutto in tutti i suoi elementi materiali e morali, fisici e giuridici. Uguale destino attende ogni potenza ad esso subordinata o alleata, in primo luogo la Chiesa, in secondo luogo i partiti politici, in terzo luogo i sindacati di Stato, ecc.
6) Essendo la proprietà privata il massimo istituto della società divisa in classi, il prodotto concreto dell'appropriazione di pochi a danno di molti ed il costante obiettivo della più disordinata concorrenza, deve essere distrutta e con essa devono essere abbattuti i suoi sostegni ausiliarii: la libera concorrenza, il profitto, la rendita, il diritto di eredità, ecc.
7) La distruzione di ogni potere politico ed economico coincide con la dissoluzione delle classi. Ogni tentativo di mantenere o di restaurare, sia pure a titolo provvisorio, una parte di potere politico ed economico, contraddice al compito storico del proletariato e, se ha successo, denuncia - non importa se in dipendenza di cause obiettive o soggettive - il fallimento della rivoluzione.
8) La premessa soggettiva per l'atto rivoluzionario è l'esclusione assoluta e pregiudiziale da parte del proletariato dei metodi elettoralistici-parlamentari o di quanti altri metodi possano costituire un raccordo palese od occulto fra le forze attive della rivoluzione e l'ordine costituito. Sotto questo aspetto il movimento di classe non può che respingere procedure e strutture delle istituzioni borghesi, in particolare quelle del partito politico tradizionale. In fase pre-rivoluzionaria la sola arma per indebolire le resistenze conservatrici, in possesso del proletariato, è costituita dall'azione diretta extra-parlamentare su tutti i fronti di lotta (politico, economico, culturale).
9) La premessa obiettiva per l'atto rivoluzionario è la crisi della società capitalista nel suo insieme, sia su piano nazionale che su piano internazionale. La crisi della società capitalista ha raggiunto la sua fase estrema nell'epoca imperialista contraddistinta dalle grandi guerre mondiali, dai cataclismi economici e dai tracolli finanziari. E' in questa fase che il capitalismo concentra nel proletariato le energie che ne faranno saltare l'impalcatura. Ogni tentativo inteso a offuscare questa prospettiva non può considerarsi che diversionista e controrivoluzionario. Condizione essenziale per una soluzione della crisi capitalista e l'immediato intervento delle masse lavoratrici lanciate rivoluzionariamente ad affrettare il processo di decomposizione sociale.
10) I punti sopra enunciati, risultanti dalla viva esperienza storica che trova le sue punte massime nei periodi rivoluzionari del 1917 in Russia e nel 1936 in Ispagna e che aumenta immensamente il patrimonio ideologico e, soprattutto, di esperimentazione libertaria della classe operaia e contadina. Specie nelle realizzazioni libertarie spagnole crediamo poter trovare i principi ispiratori per una società collettivizzata che trova la sua armonia tra socialismo e libertà sulla base di un'economia nuova di tipo anarchico, hanno avuto nel passato coerente formulazione da parte di una minoranza proletaria restia ad ogni compromesso, pronta ad ogni sacrificio: gli anarchici. Sotto questo aspetto, come gli anarchici furono ieri fedeli interpreti dell'esperienza storica del proletariato, così oggi l'anarchismo costituisce in quanto dottrina (più sopra per sommi capi riassunta) l'interpretazione puntuale ed esatta degli interessi collettivi e permanenti della classe lavoratrice.






Dunque i due Convegni dell'inizio del 1950 - quello della Federazione Anarchica Ligure a Pontedecimo e quello di costituzione dell'Unione Anarchica Laziale a Frascati - segnano l'avvio dell’esperienza gaappista. Le mozioni presentate, ed approvate, sono, salvo alcune piccole differenze formali sostanzialmente simili. Inizialmente ci soffermeremo sulla mozione teorica del Convegno ligure
Nei primi tre punti troviamo una chiara riaffermazione della concezione classista della storia della società, dei compiti del proletariato e del passaggio, rivoluzionario, ad una forma superiore di società. Nulla di particolarmente innovativo rispetto, ad esempio, alle elaborazioni del F.U.L. (Fronte Unico dei Lavoratori) sotto la cui sigla gli anarchici genovesi avevano operato durante il periodo resistenziale. Nel quarto punto si riafferma la natura di massa del processo rivoluzionario, ma "la rivoluzione ... si realizzerà per iniziativa della minoranza rivoluzionaria che l'avrà preparata" . Si introduce dunque un forte elemento di soggettivismo politico nell'azione anarchica. Nel quinto punto viene poi rimarcata la natura di classe dello Stato, il suo essere concreto apparato della borghesia, al di là di ogni giudizio etico sulla sua natura. I restanti punti ribadiscono alcuni cardini del pensiero e dell'elaborazione critica dell'anarchismo: la distruzione necessaria della proprietà privata e di ogni potere politico ed economico, l'esclusione pregiudiziale dei metodi elettoralistici. Il nono punto invece introduce come premessa oggettiva per l'atto rivoluzionario la crisi capitalistica su scala internazionale, la sua dimensione, diremmo oggi, globale e planetaria. Il decimo punto si sofferma sul ruolo degli anarchici e dell'anarchismo come interpretazione puntuale ed esatta degli interessi permanenti della classe lavoratrici. Un ruolo dunque di avanguardia e se di tale vastità sono i compiti, potremmo aggiungere, coesa ed efficiente. E quest'ultimo punto ci riporta alla questione organizzativa. Sempre nello stesso Convegno veniva approvata, pressoché all'unanimità, una mozione organizzativa dal titolo "Linee generali per un patto federativo" di cui riportiamo sinteticamente i tratti più importanti. "Il presente patto federativo .... è un libero patto d'unione fra i gruppi anarchici della Liguria che hanno accettato o accetteranno le aggiunte linee generali per una dichiarazione di principi"; "La Federazione ... trova la sua espressione collettiva nell'assemblea generale dei gruppi (convegno regionale)" e detto convegno "discute sui problemi sollevati dai gruppi e iscritti all'O.d.G.", le risoluzioni elaborate in seguito alla discussione "sono impegnative per coloro che le hanno accettate". Sul piano del coordinamento "La Federazione possiede un suo organismo permanente di servizio e collegamento nella Comm. di Corr. regionale" la quale "organizza tecnicamente i Convegni .... ne compila l'O.d.G. su istanza dei gruppi .... redige il bollettino regionale .... convoca convegni straordinari". Fino a qui nulla di straordinario, che possa cioè giustificare una qualunque accusa di accentramento organizzativo o di dirigismo. Gli ultimi due punti tuttavia trattano di questioni tradizionalmente "spinose" per il movimento anarchico e cioè il principio di una qualche sorta di responsabilità collettiva e i rapporti tra maggioranza e minoranza. "I gruppi sono autonomi nel loro ambito (territoriale, aziendale, funzionale), quando cioè non ledano l'autonomia altrui" recita il quinto punto, mentre il sesto - nel caso in cui si formino all'interno della federazione schieramenti contrapposti in merito alle risoluzioni da prendere - stabilisce che i loro rapporti "saranno la risultanza di un accordo cercato ad ogni costo da tutti i compagni e tenderanno a concedere alla minoranza la possibilità di diramare le sue comunicazioni e tutti i documenti riguardanti la sua posizione". D'altra parte "impegno morale è preso da tutti i compagni della minoranza di non intralciare le iniziative e le attività della maggioranza". Come si può vedere le soluzioni cercate non sono delle più radicali e soprattutto largamente compatibili con le prassi seguite in più di un'occasione all'interno del movimento anarchico organizzato in Italia e non solo.
E' dunque giustificato il giudizio che quanto uscì da Frascati e Pontedecimo fosse in "aperta contraddizione con il 'Programma' malatestiano" e che "nonostante il proposito evidente di offrire al movimento le linee di un anarchismo rinnovato ed efficiente .... riecheggiava i principi sanciti dai principali testi marxisti. Parlava di orientamento unico, negando in sostanza l'autonomia dei gruppi e delle individualità ....; di movimento di classe, di minoranza cosciente interprete delle istanze delle masse e di rivoluzione come fenomeno rispondente a cause perfettamente razionali, scontate; di società futura comunista-anarchica escludente qualsiasi possibilità di libera sperimentazione"?
Forse - al di là della tritta e ritrita consuetudine di definire marxisteggiante ogni tentativo di ricollocare la storia sociale e dello scontro di classe sui piedi ancorandola alla realtà materiale dello sfruttamento - se ci atteniamo alla nuda significanza dei concetti espressi, ma non è questo il problema politico bensì l'aderenza di queste proposte al "sentire" comune della maggioranza dei compagni più attivi della Federazione. Entra qui in gioco, come abbiamo accennato in precedenza, la peculiare natura della F.A.I. così come si era ricostituita nel dopoguerra.
"La F.A.I." scrive L'Impulso "veniva ricostituita al Congresso anarchico di Carrara del 14-20 settembre 1945. Ma purtroppo la nuova organizzazzazione mentre nella forma esteriore si presentava con tutti gli orpelli del burocraticismo senza principi caro agli 'organizzatori', nel contenuto non si peritava d'incorporare notevoli forze antifederaliste.... La F.A.I. sorgeva sulla base dell'amorfismo ideologico, fomite di equivoci e di contraddizioni. Nel corso di tutto il Congresso .... nessuna questione di fondo veniva infatti affrontata e risolta. Perciò la risultante organizzativa non poteva che essere un coarcervo di elementi e aggruppamenti eterogenei, tenuti a malapena insieme da vecchie e scarse riserve di sentimentalismo unitario". Questo ritratto a forti tinte, forse ingeneroso per la F.A.I. del '45 comunque ricca di entusiasmi e di quadri operai militanti formatisi nella lotta partigiana, descrive con una certa verosomiglianza la situazione del '50. Esiste una componente della federazione attestata, più che su posizioni anti-organizzative o individualiste, sul ruolo di testimonianza - etica o sentimentale - di un anarchismo che ha già detto ed espresso tutto, per cui l'unica azione possibile è la propaganda di principi diventati intangibili. Lo stesso richiamo ai "padri fondatori" dell'anarchismo è spesso rituale e rifugge da tentativi di attualizzazione. Solo in parte questa componente può essere identificata con l'area di compagni referente italiano de L'Adunata dei refrattari, con la rivista Volontà o gli elementi più vicini ad Armando Borghi, si tratta piuttosto di un atteggiamento mentale, ancor minoritario ma abbastanza diffuso, che si manifesta in forme di "nullismo" politico.
La reazione contro i deliberati dei convegni non tarda a manifestarsi - sia sul piano locale, che su quello nazionale - e si articola su due piani: la denuncia di manovre frazionistiche (la presentazione di mozioni sostanzialmente uguali ne offre il destro) e il carattere neo-marxista delle tesi gaappiste. Non c'è quasi mai una critica politica circostanziata al contenuto delle tesi o se c'è, è molto debole, ma si sa, il richiamo all'ortodossia è sufficiente a se stesso. Ma andiamo ai fatti.
Tra i primi di marzo e la fine di aprile tutta una serie di gruppi aderenti alla F.A.L. si pronuncia sulle mozioni di Pontedecimo, dopo che la C.d.C. ligure li aveva invitati a ratificare quanto espresso dai propri delegati. I gruppi di Sestri Levante, di Nervi, i Gruppi Anarchici Riuniti di Genova, i gruppi di Alassio, S.Stefano e Ventimiglia respingono a vario titolo le deliberazioni del convegno, altri tacciono e aspettano. Il gruppo di Savona risponde alle critiche con una lettera al bollettino interno della F.A.L. pubblicata il 20 aprile. La federazione ligure è profondamente divisa.
A livello nazionale, specialmente dalle colonne di Umanità Nova, si scatena un attacco concentrico contro gli "orientatori" e così pure avviene sul Bollettino Interno della F.A.I. Per quanto riguarda Umanità Nova il quadro è all'incirca il seguente: fino ai primi di marzo l'atteggiamento nei confronti degli "orientatori" è quello delle "pari opportunità" nei confronti di altri indirizzi, scrivono sul giornale, in più occasioni, Masini, Cervetto e Vinazza. Proprio da un articolo di Cervetto scaturisce una prima replica di Umberto Consiglio (redattore del giornale) alle tesi dei futuri gaappisti. Il pluricitato Congresso di Frascati (III Congresso regionale della Federazione Anarchica Laziale) è la scintilla che fa divampare le polemiche. L'esclusione di un gruppo di anarchici romani provoca l'abbandono dai lavori da parte dei gruppi anarchici di Trastevere e di Civitavecchia. La polemica si trasferisce sulle pagine di Umanità Nova e coinvolge presto le risultanze del Congresso, la neo-costituita Unione Anarchica Laziale e in generale le tesi e l'operato degli “orientatori”. Non possiamo qui scendere nel dettaglio ci limitiamo a segnalare che dopo un'iniziale presa di posizione contraria alle mozioni, espressa da individualità romane, gruppi anarchici di Ancona e della Federazione Anarchica messinese, non c'è praticamente numero del settimanale che non pubblichi uno o più articoli di pesante critica ai futuri gaappisti. Si distinguono in questo attacco Umberto Consiglio nella rubrica settimanale "Parole semplici" e Gigi Damiani con numerosi e polemici articoli. Altri articoli fortemente critici sono di A.Paolinelli e A.Chessa, mentre posizioni più equilibrate vengono da Alfonso Failla, Ugo Fedeli e Carlo Doglio .
Mentre Umanità Nova è, per così dire, la palestra degli avversari dei "revisori" dell'anarchismo, di tutt'altro segno è la posizione de Il libertario che, redatto da Mario Mantovani, continua ad essere aperto ai contributi che provengono dall'area "orientatrice". Scrivono sul giornale, nel corso del 1950, Lorenzo Parodi, Arrigo Cervetto, PierCarlo Masini , Aldo Vinazza, Piero Parisotto e altri. Ma è su L'Impulso, principalmente, che prosegue con forza la battaglia politica per orientare e strutturare la Federazione. Nel n.9-10 del settembre-ottobre del 1950 nell'articolo "Anarchici" l'attacco contro le posizioni dei "conservatori" si fa serrato: "Perciò in ultimo si finisce per capire, dietro questo insistente scongiuro di 'non compromettere l'anarchismo', si finisce per capire che qualcosa di diverso dall'anarchismo noi stiamo davvero compromettendo: un paesaggio di cari pregiudizi, di falsi dogmi e di false eresie.... Essi hanno ragione. Essi si conoscono e ci conoscono. Essi sanno che se in Italia sorgerà un forte movimento anarchico orientato e federato con un programma suo, con una organizzazione sua, con un metodo suo di lotta, tutto il preesistente partito-famiglia imbastito su una certa vegetazione di circoli e di amicizie è destinato a scomparire" e ancora "E loro a gridare che ... il movimento è davvero minacciato dai 'classisti', dai neo-anarchici, dai giovani, dai revisionisti .... E noi a spiegare che il movimento non è minacciato da nessuno e non ha bisogno di essere salvato da nessuno: ha solo bisogno di orientarsi sul piano teorico, di organizzarsi sul piano pratico, di impegnarsi più a fondo nella lotta delle masse lavoratrici". Più avanti: "Eppure, nonostante tutto, noi siamo e restiamo anarchici. Operiamo e parliamo da anarchici; giorno per giorno documentiamo il nostro diritto a proseguire il corso storico dell'anarchismo; giorno per giorno possiamo provare la nostra capacità di fare dell'anarchismo. Ripetiamo ad alta voce, per quelli che non avessero capito: NOI SIAMO E RESTIAMO ANARCHICI.". Infine, sulle accuse di preparare una scissione: "E sono gli altri che vogliono precipitare una scissione ed hanno convocato un intempestivo congresso per consacrarla, anche se nell'attuale situazione del movimento non si comprende quale significato possa avere la parola scissione. Se per scissione si intende separazione di responsabilità da un determinato gruppo, con il quale si constata e si prova di non aver niente in comune, noi abbiamo da tempo operato una separazione di tal fatta .... Ma se scissione significa scomposizione di una determinata compagine politica, noi oggi stiamo facendo proprio il contrario: stiamo facendo un lavoro di riunificazione degli anarchici intorno ad un definito indirizzo programmatico, stiamo appunto superando nel movimento anarchico uno stato di confusione teorica e di dispersione oranizzativa che si risolveva in un grave stato d'inerzia". Ma sarà proprio di scissione, anzi di espulsione dei gruppi aderenti al progetto di movimento orientato e federato che si parlerà ai primi di dicembre di quell'anno nel congresso della F.A.I. che si terrà ad Ancona. Arriverà poi il Convegno di Pontedecimo e la nascita ufficiale dei G.A.A.P.



Con il 1950 si chiude (Congresso nazionale della F.A.I. di Ancona) l'esperienza dei gaappisti all'interno del movimento anarchico organizzato e si apre con il 1951 (I° conferenza nazionale dei G.A.A.P. di Pontedecimo) l'esperienza autonoma di questa componente classista e organizzatrice dell'anarchismo italiano. In realtà ad Ancona i G.A.A.P. non saranno presenti, per loro scelta (forse determinata da un percorso tattico minuziosamente delineato o forse dalla legittima preoccupazione di incontrare un clima ostile ed una sconfitta sui numeri). In ogni caso la scelta, col senno di poi, si dimostrerà sbagliata, infatti non ci saranno soverchie difficoltà per i loro avversari a far passare una dura mozione di condanna delle loro posizioni, anche se smussata da una sorta di apertura finale: "....
Il Congresso .... conferma il concetto tradizionale del movimento anarchico aperto: non esclusivamente politico, con una ideologia molteplice pur nell'unità del suo orientamento antiautoritario, non strutturato nella sua organizzazione in cui trovino sede e mezzi tutte le volontà di lavoro anarchico; constata l'unanime opposizione del movimento al tentativo di accentrarne ideologicamente e strutturalmente il lavoro comune e prende atto della deliberata assenza dei gruppi aderenti al progetto di linea politica per un movimento orientato e federato i quali in tal modo si sono posti fuori dalla F.A.I., certo che l'esperienza di questa separazione riporterà i giovani, oggi deviati, nella famiglia comune"; e più avanti e più esplicitamente: "... auspica che i gruppi che seguono il periodico 'L'Impulso' si convincano che il metodo da essi seguito contrasta con quelli dell'anarchismo conducendoli a involuzioni autoritarie; e ritornino liberati dalle loro incrostazioni ideologiche marxiste, da anarchici, in seno al Movimento e alla F.A.I."
Scelta sbagliata perché alienerà le simpatie di settori della federazione, obbligherà ad una scelta di campo gli indecisi e isolerà alcuni gruppi e aderenti alla F.A.I. che seguivano con interesse l'esperienza gaappista. Di ciò si renderanno presto conto Masini, Cervetto e gli altri militanti più influenti dei G.A.A.P., ma un tardivo passo indietro - la richiesta di partecipazione al V Congresso F.A.I. di Civitavecchia che si terrà dal 19 al 22 marzo del 1953 - sarà respinto senza appello .
La Conferenza nazionale di Pontedecimo un vero e proprio congresso di fondazione della nuova organizzazione. Alcuni dei critici più attenti dell'esperienza gaappista hanno centrato l'attenzione sul documento organizzativo prodotto in quell'occasione , liquidando sbrigativamente le tesi programmatiche come portato di un marxismo ottocentesco. In questo senso la successiva svolta leninista di una parte dei membri dei G.A.A.P. parrebbe il prodotto di una povertà ideologica associata ad una sorta di fanatismo organizzativo, dirigista e accentratore che diventa, in questo modo, l'elemento attivo della deriva. Francamente eccessivo. Al di là di mitologie e demonizzazioni, tessere ed efficentismo organizzativo dicono assai poco sul ruolo che i rivoluzionari attribuiscono al proprio agire. Le cosidette tesi di Pontedecimo , in calce riportate, invece dicono abbastanza sul percorso intrapreso dai G.A.A.P. specialmente se si fa l'esercizio di spingere alcuni punti fino alle estreme conseguenze.
Tre sono le enunciazioni "forti" delle Tesi. Innanzi tutto l'accentuazione del ruolo della teoria rivoluzionaria. Questa, intesa come "modello" della crisi capitalistica e come evidenziazione delle possibilità di rottura rivoluzionaria nelle sue varie fasi si pone dunque in rapporto necessario con le lotte, i movimenti e le pratiche dei militanti al loro interno. Ma il decantarsi dalle pratiche così come dalla critica più immediata e radicale espressa dalla lotta implica il disegnare strumenti adeguati.
Così che il tutto finisce, quasi inevitabilmente, per trasferirsi sul piano della scienza come corpus di proposizioni coerenti disciplinato razionalmente da protocolli e metodi condivisi. La scienza rivoluzionaria appunto. Conformemente ad un concetto "forte" di scienza, per l'eredità ottimista e positivista di fine ottocento (che poi è il brodo di cultura di tutte le concezioni rivoluzionarie, non solo del marxismo), la sistematicità dell'elaborazione deve tuttavia essere garantita da "addetti" specializzati, da militanti che studiano e approfondiscono, da un ceto separato e qualificato che diventa in qualche modo coscienza separata. Il secondo punto concerne la liquidazione dello Stato.
Questa, come chiarisce Cervetto nella relazione sull'enunciato delle Tesi , é altro rispetto alla sua estinzione in una indefinita fase transitoria o alla sua abolizione rivendicata da molti tra gli anarchici come atto di principio e di giustizia (curiosa forma di feticismo tra i più fieri spregiatori delle leggi). Liquidazione è l'eliminazione dell'apparato di classe della borghesia, lo Stato appunto, che sarà aggredito e demolito dall'opera congiunta delle organizzazioni di massa del proletariato e dalla minoranza rivoluzionaria. Proprio a quest'ultima spetta il compito più delicato: aggredire e impegnare, fino alla loro demolizione "le sovrastrutture politiche del regime capitalistico".
Di qui una duplice, potenziale, conseguenza: la specializzazione dei ruoli tra l'organizzazione di massa e l'organizzazione della minoranza rivoluzionaria e la distinzione tra lo Stato nel suo complesso di apparato e le già citate sovrastrutture del regime capitalistico che in esso esistono. Sul primo punto torneremo fra poco, sul secondo si affaccia una perplessità di fondo perché una tale distinzione implica chiaramente l'esistenza di un pezzo dell'apparato statale che non è immediatamente sovrastruttura politica capitalistica. Dunque un meccanismo - più o meno neutro - su cui far leva per la liquidazione del dominio politico del capitalismo.
In questo senso liquidazione piuttosto che distruzione diventa qualcosa di più di una preferenza stilistica. La specializzazione dei ruoli richiama invece il terzo punto caldo delle Tesi: la dicotomizzazione fra organizzazioni proletarie di massa e movimento politico della classe lavoratrice. Le prime, individuate nei consigli di fabbrica, nelle collettività agricole o in generici comitati popolari, avranno il compito di espropriare il regime capitalistico delle sue strutture economiche ed assumerne la gestione diretta e collettiva. Qui ci sono due significative caratterizzazioni: la prima è l'assenza del sindacato che, possiamo supporre, nel fuoco della lotta sconterà la sua intima contraddittorietà, la sua essenza tradeunionistica, scomparendo soppiantato da nuove e originali forme di organizzazione proletaria, soviet o consigli. La seconda è che a queste ultime - circoscritto il loro ambito d'azione all'espropriazione economica dei capitalisti - viene negata la capacità di riprogettare rapporti sociali e produttivi diversi.
Se il comunismo, per le masse proletarie, diventa espropriazione e gestione diversa e collettiva dell'esistente, allora può essere del tutto conseguente attribuire alla minoranza politica rivoluzionaria non solo il ruolo di guida nel travaglio rivoluzionario ma anche quello di una sorta di architettura sociale per la società che si andrà a costruire. Tuttavia a questo punto "la reintegrazione indifferenziata del movimento politico di classe (minoranza rivoluzionaria) nella società senza classi" viene affidata alla buona volontà. E questo non è né materialistico, né razionale. Queste considerazioni, che riprenderemo più oltre nell'ambito della vexata questio delle inclinazioni marxiste dei G.A.A.P. e in sede di bilancio di quell'esperienza, non vogliono essere ingenerose verso quei compagni. Lo sforzo teorico e analitico dei G.A.A.P. è stato notevole, agguerrito e, per certi versi, originale ed efficace.
Lo stesso si può dire per l'opera di recupero del patrimonio storico dell'anarchismo di classe. Basti citare a questo proposito la Piccola Enciclopedia Anarchica , le letture di Bakunin e Malatesta , lo studio di Masini sull'esperienza consiliare di Torino e, in generale, molti articoli de L'Impulso dedicati a questioni teoriche (alcuni rilevanti di G.Fontenis) o anche semplicemente a orientare il militanti nello studio , e infine all'istituzione del collettivo di studio che pubblicava il bollettino Il Cantiere . Se a questa generosità di intenti non ha sempre corrisposto altrettanta qualità molto è dovuto alla difficile situazione nella quale i G.A.A.P. dovettero operare e alla limitatezza delle loro risorse. Nelle pagine seguenti analizzeremo appunto la consistenza e il radicamento dei gaappisti, le loro campagne politiche, le modalità del loro intervento sindacale, i loro rapporti internazionali e l'involuzione che determinò la fine della loro esperienza organizzata.




DOCUMENTI SULLA LIQUIDAZIONE DELLO STATO COME APPARATO DI CLASSE
(Tesi programmatiche approvate alla 1° conferenza nazionale dei Gruppi Anarchici d'Azione Proletaria,tenuta a Genova-Pontedecimo nei giorni 24-25 febbraio 1951)
PREAMBOLO
CONSIDERANDO che una efficace azione rivoluzionaria non può svilupparsi senza la guida di una teoria rivoluzionaria; e che una teoria rivoluzionaria non si manifesta in modo fortuito ed astratto ma si elabora sulla scorta di determinate esperienze concrete; e che una elaborazione teorica è vitale solo in quanto non pretende di sottrarsi al collaudo ed alle integrazioni di sempre nuovi contatti con la realtà; e che quindi il programma di una organizzazione rivoluzionaria della classe lavoratrice non può racchiudersi in un dettato ideologico prestabilito ma deve esprimersi in un costante e progressivo svolgimento di tesi, ognuna delle quali si ponga come risultato attuale di una corrispondente esperienza storica;
CONSIDERANDO che il movimento anarchico in quanto organizzazione rivoluzionaria della classe lavoratrice trova anzitutto la sua ragione di presenza storica da una parte e di autonomia politica dall'altra nell'attenzione e nell'impostazione che esso fin dal suo sorgere ha assegnato in forma propria ed organica al problema della liquidazione dello Stato come apparato di classe; e che nella presente congiuntura il movimento anarchico, in diretto rapporto alle flagranti conferme che quelle sue impostazioni teoriche stanno registrando sul terreno dei fatti, vede enormemente accresciute le sue responsabilità di organizzatore e di guida della classe lavoratrice;
CONSIDERANDO che le più recenti esperienze del proletariato mondiale non solo hanno ulteriormente maturato e fatto avanzare nel campo della realtà il problema della liquidazione dello Stato, già avvicinato per sempre più strette approssimazioni nel campo della dottrina, ma hanno anche posto al primo comma dell'o.d.g. di tutta l'azione di classe lo sblocco completo e definitivo di questo problema come condizione pregiudiziale per nuovi balzi in avanti; e che gli elementi positivi scaturiti da queste esperienze in ordine a detto problema vengono o tendono a coincidere proprio con i postulati del pensiero rivoluzionario in generale e del pensiero anarchico in particolare; si ritiene possibile fissare, sulla base del travaglio storico di tutto il movimento operaio, alla luce di antiche e nuove indicazioni dell'anarchismo ed in funzione della stessa unità ideologica della classe i seguenti punti:
ENUNCIATO
1. La rivoluzione sociale, instauratrice di una società senza classi, si compie con la simultanea liquidazione della borghesia come classe e dello Stato come apparato di classe;
2. Questa simultaneità dell'atto rivoluzionario si realizza tramite l'intervento congiunto contro il regime borghese delle organizzazioni proletarie di massa (consigli di fabbrica, collettività agricole, comitati popolari) e del movimento politico di classe (minoranza rivoluzionaria) che ne è l'espressione e la guida;
3. E' compito del movimento politico della classe lavoratrice (minoranza rivoluzionaria) aggredire, impegnare e demolire nello Stato le sovrastrutture politiche del regime capitalistico;
4. E' compito delle organizzazioni proletarie di massa (consigli di fabbrica, collettività agricole, comitati popolari) espropriare il regime capitalistico delle sue strutture ed assumerne la gestione diretta e collettiva;
5. L'assunzione della gestione diretta e collettiva della vita associata da parte delle organizzazioni proletarie di massa (consigli di fabbrica, collettività agricole, comitati popolari) comporta obiettivamente la reintegrazione indifferenziata del movimento politico di classe (minoranza rivoluzionaria) nella società senza classi.

Lo scorso articolo (I) concludevamo chiedendoci quali fossero la consistenza reale dei G.A.A.P. e il loro radicamento. La risposta non è semplice; le dinamiche di un’organizzazione fortemente strutturata, come era quella gaappista, che rovesciava il modello organizzativo anarchico basato su gruppi locali di affinità federati a livello cittadino o regionale e poi a quello nazionale su program¬mi, patti associativi, progettualità largamente mediati, implicavano l’idea di un nucleo “forte” di militanti che si diramava sul territorio cercando di costituire gruppi (o piuttosto sezioni) anche molto piccoli, ma fortemente coesi rispetto al nucleo fondatore dell’organizzazione. Dal centro alla periferia invece che dalla periferia al centro. Fermo restando che Liguria, Lazio e Toscana furono i capisaldi dei G.A.A.P. e siamo in grado, per alcune città, di valutare a grandi linee la consistenza dei gruppi gaappisti (per il loro pregresso di gruppi anarchici aderenti alla F.A.I.) non altrettanto pos¬siamo fare per le numerose sezioni locali che sono citate ne L’impulso o nei bollettini interni quali promotrici di iniziative o anche semplicemente di sottoscrizioni per la stampa. Mentre nuclei di sicura consistenza esistevano a Roma, Livorno, Genova (Sestri Ponente e Nervi) e Savona, altre sezioni diei G.A.A.P. potrebbero essere state costituite semplicemente da pochissimi militanti. Nel complesso non sembra irrealistico valutare la consistenza media dei G.A.A.P da cento a due¬cento militanti per il periodo che va dal ‘50 al ‘56. Una trascurabile minoranza se misurata sul metro delle dimensioni di massa dei partiti della sinistra, pochi anche se misurati con il movimento anarchico organizzato nella Federazione e con esigue risorse rispetto all’importanza dei compiti che come minoranza rivoluzionaria si attribuivano. Tuttavia una minoranza attiva, intellettualmen¬te e politicamente attrezzata a riprendere le fila di una critica rivoluzionaria della società capitalista, degli imperialismi, dello stalinismo, delle degenerazioni del movimento operaio sia sul terreno politico che su quello sindacale; tutto questo sulla suggestione di un anarchismo di classe che aveva appena manifestato le sue potenzialità negli anni immediatamente precedenti.
La prima importante campagna politica dei G.A.A.P. che si dispiega fra la I Conferenza Nazionale (Pontedecimo) e la 11 (1 e 2 giugno 1952 - Firenze) è quella per il terzo fronte, sulla scia di quanto va facendo la Federazione Anarchica Francese, che in quel momento è sotto l’influenza di Georges Fontenis, con la quale i G.A.A.P. intrattengono rapporti privilegiati.
Il terzo fronte è “la linea dell’opposizione di classe contro l’imperialismo, la linea della resistenza e della controffensiva operaia contro la guerra imperialista in atto” così recita il primo degli otto punti di programma (che sono riportati in appendice) con i quali si tenta di dare sponda al raggruppamento di tutte le forze rivoluzionarie antimperialiste e antistaliniste. Si tratta di un pro¬getto teso a ricreare un humus internazionalista tra il proletariato rompendo e scardinando le gabbie partitiche e nazionali nelle quali viene compresso, riaprendo il fronte dello scontro di classe ovunque sia possibile. Il terzo fronte va aperto nelle fabbriche e nel]e campagne come proclamano due articoli di apertura de L’impulso. Nelle prime “…. alla classe dominante non basta che il proletaria¬to sia politicamente diviso ad opera degli agenti d’affari dei due blocchi imperialisti; non basta che ad opera di questi agenti, ad opera di questi partiti, abbia offuscata la sua coscienza rivoluzionaria e frazionate le sue forze. Malgrado ciò il proletariato può ancora reagire, spinto dalla crisi, mani¬festando la sua opposizione di classe dall‘interno della fabbrica, poiché in essa si manifestano chiari i rapporti e gli antagonismi di classe e strutturalmente la fabbrica unisce ciò che i fattori esterni tendono a dividere o a contrapporre più o meno artificialmente”; dunque “Resta appunto il fatto che essendo appunto la guerra la reazione scatenata .... questa per trionfare deve passare prima nella fabbrica, dove ha la sta sede naturale il movimento operaio. Ora un partito può giun¬gere a monopolizzare questo movimento e a deviarne il corso per i propri fini ; resta tuttavia il fatto della presenza di una lotta di classe, che ha continuato, che continua a svilupparsi malgrado tutto, a sprigionare ogni giorno insopprimibili conflitti sociali” . L’iniziativa per un terzo fronte rivoluzionario anti-imperialista de ‘c quindi penetrare nelle fabbriche e poi da esse svilupparsi per propagarsi all’intero tessuto social Nelle campagne invece dove “Contadini, fanteria - e carne da cannone sono da cento anni una cosa sola” e dove i governi sono sempre riusciti “… a formare il nerbo degli eserciti con le leve contadine perché sui miserabili lavoratori della terra il miraggio del “soldo” e la possibilità di evadere da una peggiore servitù…” magari con la promessa di terre nelle avventure coloniali, “...faceva maggior presa che su altri strati della popolazione”, ma “… i conta¬dini hanno imparato quanto crudele fosse questo inganno” e per questo “…. Oggi…non vogliono più saperne di guerre. E dopo l’esperienza partigiana i contadini hanno capito che è possibile opporsi praticamente alla guerra, rifiutarsi al massacro, creare nelle campagne un fronte contro le misure di guerra, contro le requisizioni, contro gli ammassi, contro i prelevamenti di uomini e di cose da parte del governo sempre straniero”. Fare propaganda per il terzo fronte nelle campagne, tenendo conto che nelle menti di molti l’opposizione alla guerra si esprime in astratte istanze di pace, significa innanzitutto “…aiutare i contadini a capire che la pace non può scaturire dal pre¬sente regime (il capitalismo sul piano interno, l’imperialismo sul piano internazionale) perché questo regime è gravido di guerra che occorre quindi inserire la lotta contro la guerra nella più grande lotta contro il capitalismo a !l ‘interno, contro l’imperialismo sul piano internazionale; e che infine non è concepibile una lotta contro il capitalismo senza battersi contro l ‘imperialismo, che non è concepibile una lotta contro “imperialismo senza contemporaneamente battersi contro tutti i suoi rappresentanti” .
Ci siamo soffermati abbastanza a lungo sulla campagna per il terzo fronte (che comunque si esauri¬rà dopo poco più di un anno al mutarsi della situazione internazionale e di fronte al sostanziale monolitismo della classe operaia, ingabbiata negli apparati stalinisti politico-sindacali) per alcuni motivi rilevanti.
Il primo è che essa rappresenta il ‘battesimo del fuoco” dei G.A.A.P., ovvero la prima campagna politica in autonomia rispetto a quelle classiche del movimento anarchico, che si cimenta con temi impegnativi quali la costruzione di in fronte anti-imperialista in situazione di crisi e di una assoluta egemonia, sul fronte interno, del partito stalinista sulla classe operaia. C’è poi il tema, abbastanza complesso, del coinvolgimento nel ‘iniziativa degli strati più politicizzati del proletariato - spesso militanti di base di altri partiti della sinistra - che riecheggia la strategia degli anarchici liguri nel Fronte Unico dei Lavoratori degli anni ‘44-’45, quasi a rimarcare una continuità - non solo di suggestione - fra due esperienze dell’ anarchismo di classe.
Il secondo motivo è che la campagna del terzo fronte è un po’ il culmine dell’attività politica dispie¬gata dei G.A.A.P. Ci saranno in seguito altre battaglie politiche, altre campagne (comprese quelle sul terreno sindacale che affronteremo più innanzi), ma in chiave non più propulsiva, protagonista, ma ‘difensiva”, nell’ambito di un ripiegamento, di una riflessione sulle prospettive strategiche,
sulle peculiarità e regolarità dello sviluppo im¬perialista e sulla necessità di attrezzarsi teorica¬mente e organizzativamente per una lotta di lun¬ghissima durata.
Il terzo motivo è che l’iniziativa del terzo fronte permette il cementarsi di alcuni rapporti inter¬nazionali con altre organizzazioni comuniste li¬bertarie, come allora era la Federation Anarchi¬ste Française, nella prospettiva della costru¬zione dell’Internazionale Comunista Libertaria. Il quarto e ultimo motivo, che è del tutto contin¬gente e che esula in senso stretto dall’ambito del¬la ricerca storiografica, è che in una fase, come quella attuale, in cui i disastri della guerra impe¬rialista sono alle porte è comunque istruttivo ri¬leggere pagine in cui compagni della nostra tra¬dizione politica seppero affrontare con lucidità e acutezza problemi e questioni che oggi sono palestra per gli opportunismi della peggiore spe¬cie. Siccome non siamo accademici, la storia non è per noi considerazione astratta e dunque acco¬gliamo con rispetto le lezioni che ci vengono dal passato.



Otto punti per il terzo fronte
1) Il terzo fronte è la linea dell’opposizione di classe contro l’imperialismo, la linea della resi¬stenza e della controffensiva operaia contro la guerra imperialista in atto.

2) Il terzo fronte si oppone all’imperialismo come fenomeno unitario e indivisibile, come contraddizione tipica della organizzazione inter¬nazionale della società in stati capitalistici con¬correnti; il terzo fronte si oppone conseguente¬mente alle due massime centrali del mondo im¬perialista - gli Stati Uniti d’America e l’Unione Sovietica - che nel loro conflitto rappresentano concretamente quel fenomeno e quella contrad¬dizione.

3) Il terzo fronte si oppone all’imperialismo e a tutta la sua politica; da quella particolare dei sin¬goli stati che si sviluppa in stipulazioni diplo¬matiche ed in coalizioni economiche, politiche e militari, a quella generale che ha il suo massi¬mo istituto permanente nell’O.N.U.

4) Il terzo fronte si oppone all’imperialismo e a tutte le sue succursali politiche, economiche, re¬ligiose e culturali, gestite in ogni paese dai par¬titi politici ufficiali, dalle chiese, dai sindacati e dai molteplici apparati al loro servizio.

5) Il terzo fronte non è una combinazione meccanica e burocratica di partiti politici, ma è lo schieramento di tutte le forze rivoluzionarie de¬cise ad opporsi ad entrambi i blocchi imperiali¬sti e a tutte le loro agenzie.

6) Il terzo fronte non è un’organizzazione a ca¬rattere elettorale o parlamentare in quanto alle pregiudiziali e alle riserve anti-elettorali ed anti¬parlamentari di principio esso assomma la con¬danna delle competizioni elettorali e delle as¬semblee parlamentari, rispettivamente come epi¬sodi e focolai della guerra imperialista.

7) Il terzo fronte definisce e condanna il difensi¬vismo, il neutralismo, il terzaforzismo, nonché il pacifismo tradizionale come atteggiamenti che. quando non si riducono ad importanti ed inge¬nue trovate della provincia borghese, si pongo¬no come insidiosi espedienti di guerra escogita¬ti dall’imperialismo per confondere e fiaccare la resistenza delle masse.

8) La propaganda ispirata ai principi dell’inter¬nazionalismo operaio, lo smascheramento del pa¬triottismo e del nazionalismo, l’organizzazione di tutte le energie conseguentemente anti-impe¬rialiste, la valorizzazione delle più sane tradi¬zioni rivoluzionarie del proletariato, l’agitazio¬ne e la lotta contro gli apparati dell’imperiali¬smo in ogni paese, la riscossa di classe; ecco il programma del terzo fronte.


Tre le questioni ancora da affrontare prima di chiudere questo schema di ricerca sulla storia dei G.A.A.P.: la questione sindacale, ovvero l’at¬teggiamento dei gaappisti nei riguardi delle lotte nel mondo del lavoro e la tattica nei confronti delle organizzazioni sindacali; i rapporti interna¬zionali con altre organizzazioni propugnanti un ritorno all’anarchismo di classe (segnatamente la F.C.L. francese) e che sfociò nella costituzio¬ne dell’I.C.L.; la chiusura dell’esperienza gaap¬pista e la diaspora dei suoi principali esponenti verso svariate direzioni.
Per quanto riguarda l’attività sindacale i G.A.A.P., fin dalla loro costituzione, seguono le indicazio¬ni del Congresso F.A.l. di Carrara del 1945, ovvero la strada dei Comitati di Difesa Sindaca¬le nella C.G.I.L. Costituire una corrente anar¬chica nella Confederazione è l’obbiettivo di tutti gli sforzi dei militanti operai gaappisti. In diver¬se fabbriche lavorano insieme ai militanti F.A.I., raggruppati nei C.D.S., come Gruppi Anarchici Aziendali . La ricostituzione dell’Unione Sinda¬cale Italiana, avvenuta tra nel 1950 , vede i gaap¬pisti rimanere nella C.G.I.L., arroccati sulle loro posizioni di intervento “nelle lotte di carattere sindacale in forma responsabile ed organizzata in modo da imporsi un orientamento nel senso del comunismo libertario” . La strategia sinda¬cale dei G.A.A.P. non cambia nel tempo, il riferi¬mento è sempre la C.G.I.L., il sindacato di mas¬sa dei lavoratori che deve essere liberato dalla degenerazione burocratica e filo-padronale. “Por¬tiamo la nostra parola di rinnovamento e di ri¬scossa sindacale, in tutte le sedi, in tutte le istanze della CCII.” titola L’impulso in una lunga dichiarazione della corrente Anarchica Difesa Sindacale al IV Congresso della C.G.I.L. La V e la VI Conferenza nazionale si esprimono in ter¬mini quasi identici per quanto riguarda la strate¬gia sindacale, anche se in quest’ultima c’è at¬tenzione ad un possibile processo di riunifica¬zione sindacale ed alle prospettive nuove che po¬trebbero aprirsi . Nel complesso l’azione dei gaappisti nella C.G.I.L. è limitata alle realtà di fabbrica dove il numero esiguo di militanti sin¬dacali permette una qualche influenza (l’Ansal¬do di Genova in particolare); a ciò fa da contral¬tare la puntuale e lucida analisi delle battaglie sin¬dacali in una fase di profonda ristrutturazione dell’industria italiana che, principalmente, Lo¬renzo Parodi conduce dalla colonne della stam¬pa anarchica, dapprima Umanità Nova, in se¬guito Il Libertario e L’Impulso
Per quanto riguarda i rapporti internazionali dei GA.A.P. dobbiamo invece rifarci a quanto ac¬cadde in Francia nel movimento anarchico nel dopoguerra. Ricordiamo che la F.A. francese costituita nel 1946 vedeva il coesistere di diver¬se tendenze, da quelle individualiste e antiorga¬nizzatrici a quella comunista-libertaria e classista. Verso il 1950 per superare l’impasse in cui si trovava la F.A.F. alcuni membri del Comitato Nazionale tra cui Georges Fontenis costitui¬scono l‘O.P.B. (Organisation Pensée Bataille), un’organizzazione non dichiarata che si propo¬ne di trasformare la federazione in un’organiz¬zazione strutturata e classista. I militanti del¬l’O.P.B. riescono a insediarsi in incarichi di re¬sponsabilità a livello regionale e nazionale. Nel Congresso F.A.F. di Parigi del 1950 la federa¬zione francese adotta un Patto Associativo sulla spinta dell’azione dell’O.P.B. Nel Congresso nazionale del maggio 1953 la F.A.F. assume il principio della “responsabilità collettiva” e secon¬do Cerrito questa è “la goccia che fece traboc¬care il vaso del malcontento. La dissidenza esplose e si estese rapidamente, le dimissioni si succedettero numerose” . Fontenis e i suoi com¬pagni tuttavia procedono sulla via prefissata e alla fine del 1953 la F.A.F. diventa Federation Communiste Libertaire (F.C.L.) e la sua storia si intreccia con quella dei GA.A.P.
L’Internazionale Comunista Libertaria viene co¬stituita ai primi di giugno del 1954 dalla Federazione Comunista Libertaria Francese, dai G.A.A.P. e dalla F.D.S.A. (Federazione Sociali¬sta Anarchica di Germania) . I suoi principi guida si articolano intorno all’unità ideologica dell’internazionale e ad una autonomia tattica delle singole sezioni dell’I.C.L., temperata pero da una discussione preliminare sulle singole scelte . L’I.C.L. avrà poco più di due anni di vita; nel 1955 la F.C.L. francese partecipa alle elezioni politiche con risultati deludenti, con una scelta definita “spregiudicata” ma “realistica” dallo stesso Fontenis. L’anno successivo la F.C.L. francese si scioglie confluendo in una nuova or¬ganizzazione insieme a gruppi trotskisti della ten¬denza lambertista e l’I.C.L. si esaurisce.
Ritorniamo alle vicende dei G.A.A.P. La stretta collaborazione con i francesi all’interno del¬l’I.C.L. comporta un adeguamento anche orga¬nizzativo in base al principio della responsabilità collettiva. La V Conferenza nazionale di Pisa del 30-31 ottobre e I novembre 1955, stabilisce tra l’altro che le decisioni delle Conferenze d’organizzazione diventino vincolanti per i gruppi e gli aderenti e che, mentre per le deliberazioni riguardanti il programma e gli statuti era necessaria l’unanimità, per le questioni riguardanti l’indirizzo politico, la tattica e l’organizzazione ba¬sti la maggioranza dei due terzi. Con la stessa maggioranza, nell’impossibilità di convocare una conferenza, un referendum tra i gruppi aderenti poteva decidere di questioni urgenti . Il dibattito su tutto l’arco delle questioni in gioco, dall’assetto organizzativo alle vicende del¬l’l.C.L., alle scelte elettoralistiche della F.C.L. francese e fino alle questioni teoriche di caratte¬re più generale, è ricco e vivace tra i gaappisti. Il bollettino interno L’Agitazione è la palestra in ¬cui si confrontano almeno tre posizioni: quella più legata alla tradizione anarchica organizzatri¬ce, quella di Masini innovatrice e propugnante una sorta di sintesi tra le concezioni marxiste e quelle anarchiche e quella di Cervetto e Parodi decisamente su posizioni marxiste e sempre più
sbilanciata verso il leninismo. Particolarmente vivace è il dibattito che precede la VI Conferenza Nazionale
Nel 1956 i G.A.A.P. diventano Federazione Co¬munista Libertaria (VI Conferenza nazionale dei G.A.A.P. di Milano del 13-15 ottobre 1956) . Proprio in occasione del dibattito sulla nuova denominazione, Cervetto ed altri spingono con vari toni per l’accettazione della formula “ditta¬tura del proletariato”. Cervetto in un lungo e ar¬ticolato intervento dalle pagine de L’Agitazione , dopo aver tratteggiato un quadro della fase presente, controrivoluzionaria, nella quale i G.A.A.P. sono e saranno costretti ad una “tatti¬ca di/ensiva” rileva la necessità di un adegua¬mento della tattica. Di qui la necessità di ripen¬sare un approccio alle tradizioni dell’anarchismo che non sia un “...antistorico porre il compito di riprendere funzioni che sono state superate appunto dalla realtà storica”. Allora e invece, non è forse “...rivoluzionario enucleare tutti gli aspetti positivi del passato anarchico per tra¬sferirli in un superamento teso a creare un nuo¬vo partito rivoluzionario?”. Ancora “Se I ‘anar¬chismo è rimasto tagliato fuori dalla realtà è perché è stato superato dalla storia. E’ inutile recriminare. E’ utile, invece, studiare tutti gli aspetti del superamento”. La rottura con il pas¬sato è cauta, ma chiarissima. Con chi interlo¬quire nella fase di “superamento”? “Vi sono forze potenzialmente rivoluzionarie che la ten¬denza di sviluppo porterà a cercare e a creare un ‘organizzazione autonoma. Il gruppo ‘Azio¬ne Comunista’ è solo un aspetto di queste forze, anche se oggi è il più significativo”. Infine l’ul¬timo tabù: “... consiglio però, di accettare la istanza di ‘dittatura del proletariato’. Per molti militanti che verranno al partito e lo formeran¬no, ‘dittatura del proletariato significa lotta ri¬voluzionaria contro il capitalismo e lo stato bor¬ghese. Con questo termine vogliono caratteriz¬zare la loro intransigenza e volontà rivoluzio¬naria...”. Altri sono molto più irruenti L’op¬posizione di Masini non è decisa e prevalgono i toni interlocutori: “Ritengo un errore l’accetta¬zione della formula ‘dittatura del proletariato’ (dico formula e non concetto, perché sul con¬cetto, altrimenti definito da Saletta come ‘pote¬re operaio diretto‘ siamo d’accordo…” e tutta¬via “ritengo che non solo tra le mie opinioni e quelle di Saletta, ma anche fra le posizioni del¬la FC.L. e quelle delle altre minoranze rivolu¬zionarie sia possibile un ‘intesa su questa contraversa questione della ‘dittatura del proleta¬riato’.Iintanto due punti sembrano acquisiti: niente dittatura di partito, i consigli sono lo strumento della ‘dittatura”
Qui si chiude, con tutta evidenza, 1a fase anar¬chica dei GA.A.P. Il nocciolo qualificante del patrimonio anarchico è superato; il movimento anarchico non è più un riferimento. Altre organizzazioni, come Azione Comunista, diventano gli interlocutori.
Azione Comunista si costituisce nel 1956 ad opera di fuoriusciti dal P.C.I. il primo numero. del giornale omonimo esce a Milano il 21/6/1956. Redattore e responsabile ne sono, rispettivamen¬te, Bruno Fortichiari e Luciano Raimondi.
Il 16/12/1956 si tiene a Milano il primo Convegno della Sinistra Comunista. Viene deliberata la costituzione di un Comitato d’Azione della Sinistra Comunista che, attraverso il confronto delle rispettive posizioni, intende portare avanti l’elaborazione di una posizione ideologica unitaria e promuovere iniziative comuni tra le varie organizzazioni aderenti: Azione Comunista, Federa¬zione Comunista Libertaria, Gruppi Comunisti Rivoluzionari e Partito Comunista Internaziona¬lista. Scrivono articoli su questa iniziativa espo¬nenti delle varie organizzazioni, rispettivamente:
Bruno Fortichiari, Pier Carlo Masini, Livio Mai¬tan e Onorato Damen inizia una fitta collabo¬razione al giornale da parte dei gaappisti, scrivo¬no articoli Parodi, Masini e Cervetto.
Nel maggio del 1957 un comunicato congiunto di Azione Comunista e Federazione Comunista Libertaria (intanto si sono persi per strada bor¬dìghisti e trotskisti) sancisce l’unificazione delle due organizzazioni nel Movimento della Sinistra Comunista . Di li a poco L’impulso cessa le pubblicazioni e qui finisce la storia autonoma dei GA.A.P.
Qualche parola ancora sugli elementi propulsori dell’esperienza gaappista. Masini, Cervetto, Parodi, Vinazza, Scattoni e altri continuano a mili¬tare nella nuova organizzazione e a collaborare al giornale. Alla fine del 1958 Masini si allonta¬na dal Movimento della Sinistra Comunista e di li a poco entra nel P.S.I. Vinazza si dedica quasi esclusivamente alla militanza sindacale nella Cgil. Altri, come Lorenzo Gamba, rientrano nel movimento anarchico. Cervetto, Parodi e altri continuano il loro percorso di rielaborazione del leninismo nella nuova organizzazione.
Azione Comunista cessa le pubblicazioni nel 1966 Già da qualche mese si è costituita Lot¬ta Comunista” di cui sono leader indiscussi e carismatici Arrigo Cervetto e Lorenzo Parodi.











Allegati:

Principi dell’Internazionale Comunista Libertaria

1) - Il fenomeno “imperialismo”, espressione dell’attuale struttura della società.
All’ordine di tutte le profonde contraddizioni dell’epoca moderna sta il principio della produzione per il profitto, cioè il sistema capitalista.
Nel fenomeno “imperialismo” si produce la massima con¬traddizione della società divisa in classi: questo fenomeno rappresenta la estrema e più pericolosa fase del capitalismo e tende all’unificazione ed alla concentrazione delle forze e degli apparati di sfruttamento; da una parte generando la crisi internazionale del sistema e dall’altra suscitando una reazione unitaria delle masse sfruttate di tutti i paesi. Il feno¬meno “imperialismo” si manifesta non solo con un accre¬sciuto sfruttamento ma anche con la necessità di una eco¬nomia di guerra e con la preparazione di conflitti che posso¬no rappresentare provvisorie soluzioni per il sistema.

2) - Necessità della trasformazione rivoluzionaria.
In queste condizioni si pone il problema della distruzione della società di classi e conseguentemente il problema della riorganizzazione radicale e generale della società attraverso la liquidazione definitiva del capitalismo e l’instaurazione di una forma nuova e superiore dei rapporti di produzione che non siano più in contrasto con gli interessi generali dell’umanità. L’iniziativa della liquidazione della vecchia struttura sociale ed il compito della creazione di un nuovo ordine spettano alla classe lavoratrice.
Il rovesciamento delle attuali sovrastrutture del sistema ca¬pitalista si realizza sul piano mondiale attraverso la lotta armata del proletariato; la creazione della nuova società si compie con il passaggio della gestione dell’economia so¬ciale alle organizzazioni di massa esistenti già prima dell’atto rivoluzionario o create dalla classe lavoratrice nel corso stes¬so della rivoluzione. La liquidazione del potere della bor¬ghesia non può essere opera di un gruppo politico ma delle grandi masse popolari messe in movimento sotto l’impulso di una congiuntura favorevole di crisi internazionale dell’imperialismo e sotto l’influenza e l’orientamento del¬l’organizzazione rivoluzionaria: l’internazionale.

3)- Il comunismo libertario
Questa concezione della liquidazione della società di classi e della costruzione della società senza classi è il comunismo libertario, ideologia scaturita dall’esperienza storica delle masse sfruttate, attraverso le loro lotte, i loro successi, le loro disfatte.
Il comunismo libertario è caratterizzato dalla collettivizzazione degli strumenti di produzione e dall’appropriazione collettiva dei prodotti del lavoro.
Esso organizza una società senza classi e senza stato, orga¬nizzata dal basso in alto sulla base del federalismo libertario, cioè della democrazia diretta e sostanziale, Nell’ordine sociale nuovo risultante dalla rivoluzione tro¬verà la sua applicazione il principio fondamentale del vero comunismo: “da ciascuno secondo i suoi mezzi, a ciascuno secondo i suoi bisogni”, essendo la soddisfazione dei biso¬gni condizionata dal progressivo sviluppo della produzio¬ne socialista. La distribuzione non sarà attuata con i pro¬cessi dell’economia mercantile ma direttamente dal produt¬tore al consumatore tramite gli organismi prodotti dalle masse e da queste controllati, organismi ai quali saranno devolute le funzioni tecniche ed amministrative relative all’organizza¬zione della produzione e del consumo. L’economia dei biso¬gni succede all’economia basata sul profitto. La nuova realtà sociale conoscerà uno sviluppo e un pro¬gresso indefiniti, resi possibili dall’eliminazione del sistema capitalista e dall’introduzione delle nuove condizioni socia¬li in cui la soluzione dei problemi e delle contraddizioni ine¬renti al meccanismo produttivo ed alla vita associata non sarà più negata dall’interesse e dall’antagonismo di classe, ma sarà trovata nell’ambito stesso della società e delle isti¬tuzioni.

4) - Necessità, natura e ruolo dell’internazionale.
L’internazionale è l’avanguardia organizzata delle masse sfruttate di tutti i paesi.
Essa esprime nel suo programma e nella sua azione le aspirazioni generali e profonde, manifestate dalle masse nel corso delle loro lotte. Essa è dunque l’espressione più avanzata della coscienza del proletariato.
La sua ideologia, il suo programma non costituiscono dunque una filosofia astratta, zampillata dal cervello di alcuni pensatori e rappresentante un ideale dell’Uomo astrat¬to; la sua ideologia e il suo programma si basano sulla realtà della lotta di classe e se essi costituiscono una filosofia umanista ciò è nel senso che il trionfo del proletariato significherà la fine della società di classi.
L’Internazionale deve dunque, per contribuire alla preparazione delle condizioni rivoluzionarie, dare al proletariato ed alle masse popolari la più chiara coscienza del loro stato e delle loro aspirazioni.
Per questo essa deve legarsi alle lotte contingenti ed immediate delle masse, nel senso dell’azione diretta e dell’auto-organizzazione; i suoi membri devono partecipare a tutte le lotte contro la struttura della società fondata sullo sfruttamento.
Il ruolo d’orientamento e di guida dell’Internazionale non deve essere concepito buro¬craticamente; questo ruolo d’orientamento e di guida si realizza attraverso un perma¬nente lavoro di chiarificazione ideologica, attraverso la presenza e l’esempio dei suoi membri nelle organizzazioni di massa.
L’internazionale pone la prospettiva dell’assalto rivoluzionario per l’instaurazione del comunismo libertario nell’aggravamento progressivo della crisi dell’imperialismo e nella possibilità d’intervento delle masse popolari in questa crisi secondo il piano generale dell’opposizione integrale ai due blocchi imperialisti, vale a dire il piano di lotta terzo Fronte. L’internazionale assume il compito della direzione della lotta imperialista in tutti i paesi. L’internazionale funziona sulla base dei seguenti principi interni:
a) unità ideologica sulla base dei presenti principi;
b) unità tattica all’interno di ciascuna sezione, membro dell’Internazionale;
e) possibilità di tattiche differenti fra una sezione e l’altra, adeguate alle condizioni particolari dei diversi paesi, ma previa discussione in seno all’Internazionale, secondo gli statuti in vigore, in modo da evitare qualsiasi interpretazione abusiva dei presenti principi.
Gli statuti dell’Internazionale sono la applicazione di questi principi interni.

5)-Metodi di lotta.
Le sezioni dell’internazionale risolveranno sul piano tattico il problema dei metodi di lotta contro l’imperialismo nelle sue manifestazioni concrete e nella sua politica, all’interno del loro paese, restando fedeli ai principi sopra enunciati circa la posizione verso i due blocchi imperialisti.
Uno dei compiti principali delle sezioni è quello di intervenire attivamente nelle lotte di carattere sindacale in forma responsabile ed organizzata in modo di importarvi un orientamento nel senso del comunismo libertario.
Le sezioni interverranno egualmente e nel medesimo modo in tutte le altre lotte ed in tutte le altre organizzazioni a larga base — economica e culturale — per portarvi l’influenza comunista libertaria.
Le sezioni dell’internazionale appoggeranno le lotte dei popoli coloniali per l’indipen¬denza poiché queste lotte contribuiscono ad indebolire l’imperialismo, lo mettono in crisi e fanno avanzare la prospettiva rivoluzionaria nelle metropoli e nel mondo intero. L’appoggio dato a queste lotte non comporta, in caso di vittoria dei movimenti per l’indipendenza dei paesi coloniali, l’appoggio ai governi creati dal capitalismo indigeno, destinato del resto a rientrare nell’orbita di questa o di quella centrale imperialista, ma questo appoggio comporta la solidarietà con il proletariato coloniale nella lotta che esso non mancherà di sviluppare contro lo sfruttamento e contro l’imperialismo.