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Alternativa Libertaria/Federazione dei Comunisti Anarchici

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Lettera alle Organizzazioni Comuniste Anarchiche europee

Le compagne e i compagni di Alternativa Libertaria/FdCA ritengono che l'affermazione di un nuovo protagonismo dei lavoratori passa necessariamente attraverso una ritrovata capacità di mobilitazione e una progettualità internazionale, a tal fine hanno rivolto un appello alle organizzazioni sorelle europee per riannodare i fili dell'internazionalismo proletario rilanciando la lotta per una riduzione generalizzata dell'orario di lavoro. Di seguito la lettera che abbiamo inviato e alla quale hanno dato al momento un riscontro positivo l'UCL Francia e Die Plattform Germania. ......continua a leggere

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Referendum 20 - 21 settembre 2020

Immancabile, come sempre si apre lo scenario parlamentare e referendario.
Il referendum costituzionale del 20-21 settembre, nella stessa giornata si terranno anche elezioni amministrative e regionali, sta mettendo in luce per l’ennesima volta il reale stato della politica parlamentare in Italia.
Un referendum confermativo, senza quorum da raggiungere, che sarà probabilmente oscurato dai risultati delle regionali e delle amministrative.
Nella riforma approvata dal parlamento in ottobre 2019 sia il M5S che ne è stato il promotore, quanto quasi tutti i parlamentari degli altri partiti si sono detti favorevoli al taglio dei parlamentari sia per il Senato che per la Camera dei deputati, salvo poi dissociarsi e riposizionarsi al referendum su fronti contrapposti e nebulosi. E’ l’esempio della Lega di Salvini e del partito di Giorgia Meloni, che si sono espressi per tagliare il numero dei rappresentanti, ma ad oggi non si sono impegnati a sostenere il Si al referendum. Oppure del PD, partito che sempre più coincide con la propria classe dirigente, oltre a qualche vassallo qua e la per l’Italia, che si sta schierando a malincuore per il SI sacrificando ciò che rimane della sua base elettorale, propensa a difendere la Costituzione così com’è, per quel che vale.
Se il quadro politico è tanto desolante, la rappresentanza parlamentare oggi è rappresentanza diretta del potere economico e industriale, raramente come oggi nessun parlamentare rappresenta e persegue gli interessi reali delle classi subalterne: il centro della società d’altronde è l’impresa, cioè il mercato e il capitale, ed è in questo senso che viene ripensata la composizione parlamentare.
Riuscire a vedere (e vendere) come se fosse una questione di risparmio il taglio di un terzo del numero dei parlamentari, e una rivincita verso una classe politica corrotta e incapace, è operazione evidentemente meno che di facciata, simile all’abolizione delle provincie di alcuni anni fa. Riforma in cui ovviamente le provincie non vennero abolite, e oggi vengono amministrate da partiti e uomini della politica, senza elezioni, semplicemente per nomina diretta della classe politica ed economica.
La democrazia parlamentare è sempre più svuotata e, con i rapporti di forza tra le classi da tempo favorevoli al capitale, procede lo smantellamento con gli interessi di tutte le conquiste che le lavoratrici e i lavoratori avevano ottenuto con lotte durissime. Così nello scontro imperialistico per il controllo dei mercati le istituzioni democratiche borghesi sono di fatto esautorate, e contano sempre meno, e sono inevitabilmente adeguate ai tempi e ai modi dell’economia capitalistica. Considerando che le classi subalterne sono state sconfitte anche con l’ausilio delle ambiziosissime e fallimentari strategie del riformismo politico e sindacale che non hanno regolato e controllato il capitalismo, ma lo hanno rafforzato.
Non sarà quindi, come sempre, l’esito di questo referendum a modificare gli assetti di questo paese: entrambi gli schieramenti, tra demagogia e nostalgia costituzionale eludono, perché avversano o sottovalutano, la considerazione secondo la quale la democrazia è il prodotto del rapporto tra le classi sociali e non viceversa.
Serve invece fare la propria parte in questo mondo, giorno per giorno, contro la dittatura delle oligarchie finanziarie e industriali, contro il razzismo e la classe politica fascista che lo propaganda, contro il militarismo e la società patriarcale e sessista, per una battaglia ecologista ed anticapitalista, costruendo reti di opposizione sociale nelle piazze e non battagliando sui social.
Proprio perché siamo in una fase internazionale che svelerà presto le proprie risultanti dei rapporti di forza tra le classi e gli obiettivi del capitale, che sono quelli di riprendere il controllo della società, e sarà in quella mischia che dovremo batterci per la libertà e per la giustizia sociale, nel modificare i rapporti sociali imposti dallo Stato e dal capitalismo, a favore della nostra classe.
Alternativa Libertaria, settembre 2020


Sul Referendum costituzionale del (29 marzo 2020) 20 -21 settembre

di Giulio Angeli

Prima di iniziare una riflessione sulla fase in atto è necessaria una breve premessa sul COVID-19, assurto alle cronache come “corona virus”. Senza entrare nel merito della così detta epidemia e delle sue complessità, è interessante notare che in prima linea c’è la sanità pubblica con tutte le sue strutture centrali e periferiche e, soprattutto, con il suo personale medico, paramedico, ausiliario, tecnico e amministrativo, a tempo indeterminato e precario, comunque impegnato a fronteggiare con spirito di abnegazione e con risorse limitate dai molteplici tagli al sistema sanitario già sconvolto dai processi di privatizzazione che ne hanno ridotto l’efficienza, l’insorgere e il diffondersi del virus: la sanità privata è semplicemente assente perché non è finalizzata alla pubblica utilità ma solo ed esclusivamente alla realizzazione del profitto. E’ questa una indicazione strategica che dovrebbe essere recepita in primo luogo dalle forze di resistenza del movimento sindacale le quali, anziché impegnarsi contro il taglio dei parlamentari dovrebbero rivedere i loro diffusi connubi e le subalternità ai processi di privatizzazione che dovrebbero invece essere efficacemente contrastati con una vertenza unitaria e di massa per la difesa e il rilancio dello stato sociale.

Invece si pensa al referendum sul taglio dei parlamentari che si celebrerà il 29 di marzo. 20 – 21 settembre.

Ci risiamo: l’ennesimo referendum inutile che per altro costerà agli italiani circa 300 milioni di euro, quando i problemi sono altri”; “Il taglio è una decisa risposta politica alle critiche e alle esigenze dei cittadini; non mutila la democrazia e non aiuta l’antipolitica”. “Limitare il numero dei parlamentari è limitare l’espressione dei cittadini. Il NO è chiamato ancora una volta a difendere la Costituzione e la democrazia”. Ecco in estrema sintesi, alcune posizioni correnti circa il prossimo referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari. Argomento controverso che da qualunque punto di vista lo si affronti appare obiettabile. C’è da dire che, se il paragone viene fatto con i comuni cittadini, i parlamentari assumono ingiustificate posizioni di privilegio economico, normativo e di status sociale a cui consegue una scarsissima efficienza delle istituzioni parlamentari che, quando operano, lo fanno spessissimo per comprimere gli interessi delle classi subalterne a esclusivo vantaggio delle classi e fazioni capitalistiche in generale il che, se associato all’elevato numero di pregiudicati, inquisiti, prescritti e mestieranti della politica che siedono in parlamento, crea disappunto e rabbia tra la categoria dei rappresentati che si allontanano sempre più dalle istituzioni statali e dal terreno della partecipazione democratica e rappresentativa, fino a sposare posizioni decisamente qualunquistiche che facilmente degenerano in un antiparlamentarismo autoritario, anticamera della reazione. Ma non è possibile ovviare a tutte queste degenerazioni della democrazia (borghese), spesso inevitabili proprio in quanto costituiscono il prodotto di una transizione storica che vede le istituzioni parlamentari al sevizio delle classi possidenti, diminuendo il numero dei parlamentari senza perseguire disegni demagogici e reazionari. In realtà, l’intento è un altro: quello di aprire le istituzioni parlamentari solo a quelle candidature forti, e potremmo anche dire occulte, al fine di limitare la rappresentanza e la democrazia costituzionale, accelerando le derive autoritarie che percorrono dal profondo la società: il che, effettivamente spaventa. Da questo punto di vista le ragioni del No al taglio dei parlamentari suonano meglio di quelle demagogiche del SI, anche se sono caratterizzate dall’innegabile difetto di lasciare le cose come stanno per quanto riguarda le degenerazioni concrete e evidentissime della pratica reale della democrazia parlamentare. Circa l’indistinta categoria dei cittadini elettori c’è da dire che di questi, nel segreto dell’urna, chi voterà SI lo farà per lo più reattivamente, proprio perché nel NO individua la difesa delle “status quo” che detesta. E’ una reazione se vogliamo “nichilista” ma che trova la sua concretezza nel fatto che per votare NO è necessario svolgere un ragionamento un poco sofisticato e astratto dai condizionamenti del reale, e interi settori di popolazione votante non lo svolgono. E’ quindi presupponibile che, ribaltando lo scenario e i risultati del referendum costituzionale del dicembre del 2016 contro la riforma Renzi – Boschi, questa volta prevalga il SI. Ma cosa devono fare i rivoluzionari e i comunisti anarchici in queste situazioni?

La prima cosa da fare è contestualizzare.

In questi ultimi cinquanta anni, dopo la legge 352 del 1970 che applicava il dettato costituzionale, la stragrande maggioranza delle materie sottoposte a referendum non hanno riguardato, o non riguardano più, la difesa delle condizioni di vita e degli interessi delle classi subalterne come ad esempio accadde per i referendum sul divorzio (1974), sull’aborto (1981) e per altri versi per quello sulle centrali nucleari (1986) e sull’acqua pubblica (2011), vinto e mai applicato, comunque tutti sostenuti da forti, radicati e consapevoli movimenti di massa, il che non si è verificato nelle altre scadenze referendarie ad eccezione del referendum istituzionale del 2 giugno 1946 (monarchia o repubblica) che con la percentuale dell’89,1% registrò la più alta partecipazione al voto. In totale dal 1946 ad oggi vi sono stati n. 1 referendum istituzionali; n. 1 referendum di indirizzo; n. 3 referendum costituzionali (quello del prossimo marzo sarà il quarto); n. 67 referendum abrogativi; per un totale di n. 72 scadenze referendarie effettuate: una vera e propria inflazione. Si è così definita una vera e propria scorciatoia che ha istituzionalizzato, depotenziandola, l’azione di massa e di classe avviandosi verso una prassi referendaria autoreferenziale e intrecciata con le dinamiche istituzionali, che ha illuso e illude che queste ultime possano essere plasmabili dal suffragio universale, e dalla partecipazione “popolare” e interclassista, replicando quanto già affermarono Marx e Engels nel lontano 1852 e che non ci stanchiamo di ripetere:

Cretinismo parlamentare, infermità che riempie gli sfortunati che ne sono vittime della convinzione solenne che tutto il mondo, la sua storia e il suo avvenire, sono retti e determinati dalla maggioranza dei voti di quel particolare consesso rappresentativo che ha l'onore di annoverarli tra i suoi membri, e che qualsiasi cosa accada fuori delle pareti di questo edificio, - guerre, rivoluzioni, costruzioni di ferrovie, colonizzazione di interi nuovi continenti, scoperta dell'oro di California, canali dell'America centrale, eserciti russi, e tutto quanto ancora può in qualsiasi modo pretendere di esercitare un'influenza sui destini dell'umanità,- non conta nulla in confronto con gli eventi incommensurabili legati all'importante questione, qualunque essa sia, che in quel momento occupa l'attenzione dell'onorevole loro assemblea”.

(Engels "Rivoluzione e controrivoluzione in Germania" 1851 – 1852)

Ora sbaglierebbe chi ritenesse le sopraddette considerazioni come ideologiche. Questo è, francamente, un trito luogo comune per giungere a conclusioni precostituite, quando le sopraddette considerazioni sono in realtà gravide di concretezza storica in quanto quello referendario è un terreno fragilissimo e insidioso da usare quindi con grande cautela proprio perché tende a coinvolgere l’astratta categoria delle elettrici e degli elettori, chiamando al voto strati sociali che perseguono interessi di classe diversificati e talvolta avversi (vedi il referendum del giugno del 1985 sul taglio dei punti della scala mobile, referendum proposto dall’allora PCI e sostenuto dalla maggioranza della CGIL e clamorosamente perso). Viceversa, il piano del conflitto sociale che trae consenso dalla difesa degli interessi materiali delle classi subalterne è ben più solido e suscettibile di replicarsi nel corso della storia, anche in circostanze avverse. Facciamo un esempio per evidenziare quanto il “cretinismo parlamentare” sia una categoria tutt’altro che astratta ed anzi ben rappresentata in quantità e qualità:

  1. Piano della politica.

Si consideri il Partito democratico e le sue esperienze di governo. Il referendum costituzionale del dicembre del 2016, che prevedeva “disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari” secondo la riforma Boschi – Renzi, fu vinto dallo schieramento di opposizione al governo Renzi che, invece, ne fu promotore: in quell’occasione i No stravinsero, raggiungendo il 59,1% contro i SI che si attestarono al 40,9%. E’ interessante evidenziare un dato universalmente rimosso: essendo stata la percentuale dei votanti del 65.5% i NO vinsero con una percentuale assoluta pari al 38,7 degli aventi diritto. Alle elezioni Europee del 2014 il partito democratico ottenne il 40,8% dei voti (percentuale dei votanti pari al 57,22%) mentre alle elezioni europee del 2019 lo stesso partito democratico avrebbe ottenuto il 22,84% (-18,07%) su una percentuale dei votanti pari a 54.5%.

Al prossimo referendum costituzionale è legittimo supporre un risultato dei SI suscettibile di ribaltare il precedente successo dei NO.

Se alla conferma di questa ipotesi si associa il crollo del PD alle ultime elezioni Europee e che consistenti fluttuazioni di voto riguardano molte forze politiche, si descrive la fragilità del sistema referendario ormai troppo distante dai movimenti di massa, dal conflitto di classe e inevitabilmente condizionato dalle schermaglie parlamentari. La crisi della politica è, in realtà, crisi di consensi sociali: le alleanze elettorali e politiche pesano non tanto e non solo per il numero dei voti che raccolgono, quanto per le alleanze sociali e di classe che sono in grado di esprimere. Alleanze sociali stabili consentono politiche organiche; alleanze sociali fragili determinano fluttuazioni e improvvisazioni elettorali con tutte le conseguenze del caso, come sta accadendo nel teatrino della politica parlamentare.

  1. Piano del conflitto di classe.

Il 20 maggio del 1970 viene approvata la Legge n. 300, meglio nota come “Statuto dei lavoratori”. Non è questa la sede per affrontare i contenuti della legge e certamente può essere detto che essa interpretò al ribasso il grande ciclo di lotte e il protagonismo di classe degli anni ’60 del ‘900 e che, obiettivamente, di quelle lotte consentì il parziale recupero ma, non ostante i suoi limiti e ritardi, lo Statuto dei Lavoratori avrebbe certamente costituito una grande conquista del movimento operaio e sindacale nell’Italia di quegli anni: una conquista strappata con lotte unitarie, dure e capillari alla classe padronale che a distanza di 50 anni non ha ancora smesso di fargli la guerra.

Si potrebbe obiettare che lo Statuto dei Lavoratori fu possibile per l’opera del precedente ministro del lavoro il socialista Giacomo Brodolini (ex sindacalista CGIL) e del ministro del lavoro del governo allora in carica, il democristiano Carlo Donat Cattin (ex sindacalista CISL); dell’azione parlamentare dei partiti di opposizione (PCI, PSIUP) che, pure, votarono in pratica contro lo “Statuto”. Ma tutte quelle azioni politiche fondamentali costituirono non l’origine ma la conseguenza che il conflitto aveva determinato sul padronato e sulle istituzioni borghesi che, sia pure temporaneamente, erano state costrette a cedere sotto la pressione di durissime lotte unitarie che in taluni casi avevano scavalcato anche il sindacalismo confederale.

Ecco perché, a differenza della politica parlamentare e alle sue alterne vicende fragili e talvolta effimere, così profondamente caratterizzate da “cretinismo parlamentare”, lo Statuto dei Lavoratori, quale conseguenza del conflitto di classe, dura ancora oggi e continua a turbare i sonni del padronato, del parlamentarismo e delle burocrazie sindacali. Dopo cinquanta anni.

Rilanciare il conflitto sociale.

In questa difficile situazione il piano da privilegiare è quindi quello del conflitto sociale, con tutte le sue implicazioni politiche, sindacali, e organizzative. Da questo punto di vista assume un’importanza fondamentale la capacità di riunificare la nostra classe su obiettivi semplici e immediati, per tornare a vincere. Iniziamo a difendere i contenuti più estensivi della costituzione che derivano dalla resistenza armata al fascismo e dalle lotte del movimento operaio e sindacale, superando i prevalenti enunciati astratti, esigendo una concreta ed equa redistribuzione della ricchezza sociale prodotta, capace di migliorare le condizioni materiali delle classi subalterne. Una grande vertenza su salario, riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, lotta al precariato, servizi sociali e previdenza. Sono questi gli obiettivi da contrapporre all’astratta difesa delle istituzioni borghesi.

07/08/2020

 

 


lotta di classe al tempo del corona virus

lotta di classe al tempo del corona virus

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L’italia con sessanta milioni di abitanti ed al vertice, insieme a Germania e Giappone, della classifica delle popolazioni più anziane, ha centocinquantamila posti letto nella sanità pubblica e quarantamila in quella privata. Complessivamente fra le strutture pubbliche e le strutture private, cinquemila sono i posti letto abilitati per la terapia intensiva. Oltre 3600 sono nelle strutture della sanità pubblica, mentre gli altri 1400 sono nelle strutture private convenzionate. Lo sforzo e l’obiettivo che il governo nazionale insieme alle Regioni, come si sa titolari della sanità pubblica e convenzionata, stanno mettendo in campo è quello di arrivare per fine di questo mese a disporre di 6100 posti letto. Se questi sono alcuni dati generali ciò che è necessario capire e su cui riflettere è per quale motivo ci stiamo tragicamente avvicinando a quel punto limite nel quale possono mancare posti letto di terapia intensiva. Stiamo concretamente rischiando di arrivare a porsi il dilemma di dover sceglier chi salvare (intubare) e chi no. Occorre ricordare inoltre che per ogni posto di terapia intensiva necessario a una persona in grave rischio di vita, bisogna avere, oltre alle attrezzature mediche, personale medico e infermieristico specializzato, secondo standard definiti di 12 medici e 24 infermieri per unità di 8 posti letto, oltre al personale non specializzato (OSS) e dei servizi generali . La logica privatistica introdotta nella sanità pubblica, l’estensione del concetto della competitività con il corrispettivo allargamento di quella privata, ha portato ad una costante ed ineluttabile riduzione di posti letto complessivi. Chiusure di Ospedali “minori” riduzione di presidi territoriali, applicazione alle ASL della stessa logica di centralizzazione e concentrazione del capitale privato manifatturiero, applicando alla sanità gli stessi approcci produttivistici come il just in time, la riduzione delle scorte, ecc.. come se la nostra salute fosse una merce qualsiasi. In italia siamo passati da oltre 10 posti letto per 1000 abitanti nel 1975 a 3,6 nel 2012 (ultimo dato disponibile) Ciò ha determinato che abbiamo un posto di terapia intensiva ogni cirva 11870 abitanti mentre in Germania abbiamo un rapporto di un posto letto ogni 3000 abitanti, essendo i posti letto complessivi di terapia intensiva 28000, oltre cinque volte di più dell’italia pur non essendo affatto e la popolazione tedesca il quintuplo degli italiani. Oltre a questa falcidia nel 2015 il Governo Renzi nel regolamento per gli standard ospedalieri definito con decreto (Decreto n70 del 02\04\2015) ha stabilito che un utilizzo medio dell’ 80/90 % dei posti letto durante l’anno deve essere ritenuto sufficiente. I Reparti di rianimazione quindi, in assenza di corona virus, sono quasi al completo . Ciò significa che dei circa 5000 posti letto nei Reparti di terapia intensiva quelli liberi per l’emergenza Covid-19 in realtà sono meno di un migliaglio a livello nazionale. Quindi basta che i pazienti di Covid-19 raggiungano il 10/20 % dei posti letto di rianimazione a disposizione per saturare i Reparti. Sappiamo che nei casi di corona virus rilevati, uno su cinque, sviluppa complicazioni polmonari serie o gravi e la metà deve essere ricoverato in terapia intensiva, pena una rapida morte per asfissia. Quindi uno su dieci ha bisogno di essere intubato. Dunque, il punto di crisi, in condizioni normali, della sanità italiana è di circa cinquantamila. Ipotizzando che il contagio da corona virus possa arrivare a cinquantamila (attualmente, mentre scriviamo queste note i dati disponibili dell’ infezione sono arrivati a oltre 20000) si saturerebbero completamente i posti letto disponibili e dopo questo numero chi dovesse avere un infarto, o un decorso post operatorio complesso rischierebbe di morire per assenza di trattamento idoneo. Inoltre lo stato dell’arte della sanità italiana è caratterizzata dalla mancanza cronica di medici e infermieri. In Italia mancano 10mila medici, 53mila infermieri e 70mila OSS e sono oltre 2mila tra medici e infermieri i contagiati durante le ore di servizio fino a questo momento. Non possiamo accettare che le necessarie misure di contenimento della malattia ricadano sulle spalle delle lavoratrici e dei lavoratori così come sulle nuove generazioni di precari e precarie, lavoratrici e lavoratori autonomi. A fronte del divieto di mobilità, oramai sul tutto territorio nazionale ed alla chiusura delle attività commerciali ad esclusione delle filiere alimentari, non sono state fermate le fabbriche e gli altri posti di lavoro, non sono state organizzate al loro interno forme sufficienti di garanzia e protezione rispetto alla possibile epidemia del virus. I Padroni, attraverso Confindustria, hanno fortemente condizionato il governo per non arrivare al blocco totale della produzione. Questo ha determinato e sta determinando un crescendo di scioperi aziendali indetti da parte della maggioranza delle strutture sindacali tutte, dalla CGIL passando per la CISL e la UIL fino ai sindacati di base. La richiesta minima di queste agitazioni, che in alcuni casi stanno subendo gravi intimidazioni e repressioni, è quella di dotarsi di DPI (dispositivi di protezione individuale) fino alla giusta richiesta di non perdere salario o il lavoro a causa del corona virus. Lo stesso protocollo di sicurezza per i lavoratori siglato fra Confindustria e Organizzazioni Sindacali non rappresenta una soluzione effettiva in quanto il rispetto dello stesso protocollo viene demandato alle strutture aziendali. RSA, RSU ed RSL, non tenendo minimamente di conto, in maniera pilatesca, della situazione delle migliaia di picccole o piccolissime fabbriche e posti di lavoro non sindacalizzati o dove il ricatto padronale è forte o la dove queste realtà spesso lavorano dentro la fliera dell’aziende industriali più grandi e se noin si ferma la capofila non possono fermarsi nemmeno loro.

il diritto alla nostra salute viene prima del loro profitto

Occorre subito una forte assunzione di infermieri e Operatori Socio-Sanitari (OSS) e internalizzare stabilizzandoli, tutti i lavoratori precari della Sanità. Fare un grosso piano di assunzioni con bandi rapidi e agevolati. Occorre uno stanziamento di risorse straordinarie, anche attraverso una patrimoniale, per la garanzia dei posti di lavoro, compreso per i precari che lavorano negli appalti e per la copertura integrale del salario. E’ altresì necessario contrastare il tentativo di promuovere un nuovo clima di “unità nazionale”. Non è accettabile che in nome dell’ennesima emergenza si occulti le responsabilità della classe dominante e dei governi dei tagli e delle privatizzazioni alla sanità cosi come lo scadimento e la riduzione dei servizi. Occorre promuovere e sostenere tutte le mobilitazioni dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati vei disoccupati che c’erano  e di quelli  nuovi creati dall’emergenza sanitaria, per il lavoro e il reddito. Occorre trasformare questa gravissima e pericolosissima pandemia in un processo di unità e autonomia internazionale del movimemnto dei lavoratori nei confronti di tutti i governi, intenti esclusivamente a sostenere le classi dominanti e le rispettive borghesie nazionali preoccupate esclusivamente di non perdere quote di mercato rispetto ai competitori europei e/o mondiali. La motivazione di non fermare totalmente le produzioni ad esclusione dei beni di prima necessità come i generi alimentari e quelli farmaceutici risponde esattamente a questa insaziabile sete di profitto a scapito della stessa salute dei propri operai, confermando vieppiù l’assioma della produzione capitalistica e la sua sostanziale irrazionalità e la necessità di una società comunista e libertaria per non sprofondare nella barbarie.

I militanti e le militanti di Alternativa Libertaria/FdCA sono all’unisono accanto ed a sostegno delle lotte delle lavoratrici e dei lavoratori, dei loro bisogni, della loro capacità organizzativa.

15/03/2020