IL PUNTO

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 Dopo la manifestazione del 4 aprile 2009

La manifestazione del 4 aprile indetta dalla CGIL è stata una grande manifestazione e, volendo sottrarsi al gioco delle cifre posto in essere da chi intende confondere le idee per annebbiare i cervelli, vale la seguente e incontestabile considerazione: in questi ultimi venti anni pochissime altre forze politiche e sociali sono state in grado di riempire di “gente” il Circo Massimo a Roma. La CGIL ce l’ha fatta almeno due volte: il 23 marzo del 2002 e il 4 aprile del 2009.
Ma oltre gli aspetti quantitativi, che misurano comunque la riuscita di una manifestazione, il piano posto in essere dal governo e dal padronato, con il sostegno di CISL e UIL, e rivolto ad isolare prima e a disarticolare poi la capacità di opposizione della CGIL per ridurla a più miti consigli non è, almeno per ora, passato. Il dato di fatto è che, dopo una serie di mobilitazioni di categoria sfociate nello sciopero generale del 12 dicembre 2008 la CGIL tiene, assolutamente in linea con le indicazioni del suo XV congresso. La domanda che ogni militante sindacale e politico dovrebbe allora porsi è la seguente: “Una CGIL non omologata e che intende resistere alla deriva neocorporativa, cioè una CGIL all’opposizione, giova o meno alla difesa degli interessi dei lavoratori?” Noi crediamo che giovi, crediamo che questa opposizione debba essere assolutamente sostenuta e che sia essenziale farlo dall’interno perché lo stare al di fuori costituisce un dispendio di risorse militanti che potrebbero e dovrebbero essere utilizzate per risultati più proficui.
Il ruolo di opposizione che la CGIL è in grado di svolgere in questa fase della crisi capitalistica confligge, ormai, con l’unità sindacale così com’è andata configurandosi in questi ultimi anni. L’accordo separato del 22 gennaio del 2009 ha, infatti, sancito una rottura strategica con CISL e UIL ormai avviate verso una deriva neocorporativa e, contemporaneamente, la CGIL si trova a fare i conti con la storia di questi ultimi trenta anni. Per questo sarebbe oggi più che mai opportuno ripercorrere il percorso politico e sindacale che dalla “Piattaforma dell’EUR” del lontano 1978 giunge fino ai giorni nostri, al fine di poter valutare obiettivamente e senza sopravvalutazioni sia la portata politica e le prospettive dell’attuale svolta della CGIL, insieme alla capacità di tenuta del suo gruppo dirigente. Un’altra domanda da porsi è, infatti, la seguente: la CGIL è oggi attrezzata per sostenere il ruolo d’opposizione che ha oggettivamente assunto? A ben guardare tornano oggi al pettine antichi nodi, ovvero vecchie sconfitte anche strategiche che, spacciate per vittorie dalle burocrazie sindacali confederali, hanno indebolito i lavoratori e l’organizzazione sindacale nella sua più ampia accezione. Il tentativo di spostare il ruolo del sindacato confederale sul piano istituzionale del controllo dei processi ha dimostrato tutta la sua inconsistenza strategica, avviandosi verso l’orizzonte corporativo di quegli “enti bilaterali” che rappresentano le uniche e inevitabili conseguenze della “concertazione”. La politica concertativa e “delle compatibilità” con il sistema capitalistico, la forzatura antistorica del salario quale “variabile dipendente” dal sistema dei prezzi e quanto altro di “strategico” sancito con la “Piattaforma dell’EUR”, avrebbe prodotto solo danni gravissimi al potere d’acquisto dei salari e alle condizioni di vita dei lavoratori e dei settori più deboli della società. La scelta strategica dell’EUR avrebbe inoltre agevolato il dispiegarsi delle privatizzazioni e prodotto piattaforme contrattuali deboli e del tutto inefficaci nel difendere gli interessi dei lavoratori. Anche gli strumenti di lotta sarebbero stati ridimensionati con la legge 146 del 1990 (diritto di sciopero) fortemente voluta dal sindacalismo confederale e dalla CGIL per contrastare la perdita di egemonia particolarmente nel settore dei trasporti. Conseguentemente la pratica della “concertazione” concretatasi, compromesso dopo compromesso, nella “politica dei redditi” avrebbe indebolito sia il sistema contrattuale nazionale sia la contrattazione collettiva nel privato e nel pubblico. L’onda lunga della ristrutturazione capitalistica internazionale, mai del tutto compresa dalla CGIL nel suo concreto dispiegarsi, agevolata dalle utopie del controllo riformista sui processi economici, avrebbe polverizzato la classe operaia ridimensionandone il ruolo nella società, drenato la ricchezza prodotta verso profitti e rendite, contemporaneamente realizzando quella disarticolazione del mercato del lavoro sancita dal sostanziale consenso confederale al “pacchetto Treu” (L. 196/97) e alla “legge 30”, (2003),non ostante la decisa ma tardiva opposizione della CGIL, ormai in grandissima difficoltà nel fronteggiare il precariato diffuso e nell’organizzarlo sindacalmente. La lunga serie dei pessimi accordi di un tempo ha così presentato un conto finale devastante. Per questi motivi la CGIL sconta tutte le conseguenze di una linea politica e sindacale subalterna al sistema capitalistico. Inoltre, il forte legame dei suoi gruppi dirigenti con il centrosinistra e con gli altri schieramenti massimalisti delle compagini parlamentari e poi extraparlamentari, legame che ha quasi del tutto neutralizzato l’azione sindacale durante il governo Prodi esponendola al ricatto del “governo amico”, ha privato la CGIL della possibilità di dimostrare ai lavoratori il concreto perseguimento dell’autonomia dalla politica parlamentare: quella stessa autonomia che oggi tenta di ricostruire dopo l’esplosione dell’opposizione, in uno scenario sfavorevole di crisi, con grandissima fatica e contraddizioni innumerevoli. Per tutti questi motivi la meritoria opposizione della CGIL è debole ed esposta a rischi anche interni. D’altronde la crisi economica è anche crisi delle forme politiche parlamentari e della stessa democrazia borghese, e l’avvicinarsi della scadenza del XVI congresso nazionale della CGIL comprime i suoi gruppi dirigenti e le stesse componenti interne di maggioranza e di minoranza sulle scomposizioni e ricomposizioni dei partiti politici d’opposizione che si vanno intersecando e confondendo. Così è che settori della precedente maggioranza si scompongono e si sovrappongono a componenti della minoranza interna, alla vana ricerca di una “sponda parlamentare” attraverso le variabili geometrie della crisi del parlamentarismo.
La CGIL, se vorrà continuare ad esistere come sindacato, dovrà iniziare a fare da se, ma sconta per intero tutti i limiti del riformismo: dovrà iniziare ora, da sola e in forte ritardo sulle dinamiche della crisi e della lotta di classe. Lo scenario non è favorevole e il risultato non è scontato, sia per l’organizzazione che per i lavoratori che per i settori sociali più deboli e travolti dalla crisi.
Crediamo infine che non basti essere coerenti e che, anzi, l’esserlo e basta si trasformi in autoreferenzialismo, che è il limite che anche gli anarchici scontano. Oggi è la CGIL a produrre un’opposizione sociale che è oggettivamente di classe: ma questa opposizione, che supera i livelli organizzativi e numerici dell’organizzazione così come tutte le mobilitazioni dimostrano, non può che configurarsi come transitoria poiché su di essa pesano le gravi ipoteche del riformismo, gli inevitabili tentativi di recupero da parte delle burocrazie sindacali e ogni altro ritorno alla ricostruzione di una sponda parlamentare. Ma i rivoluzionari, e tra loro gli anarchici e tutta l’area libertaria, devono sostenere questa opposizione sociale difendendone i contenuti di classe perché lascino un segno tangibile senza essere recuperati del tutto, consapevoli della loro inevitabile transitorietà, consci dei limiti, della fatica e delle contraddizioni che questo comporta, poiché le forme con cui si sviluppa il conflitto sociale mutano in qualità e quantità nei tempi del ciclo capitalistico. Gli anarchici e l’area libertaria devono assumere la consapevolezza del ruolo del riformismo e della necessità dell’intervento nell’organizzazione sindacale riformista, utilizzando al riguardo tutti gli strumenti organizzativi e politici della teoria, della strategia e della tattica. Ma devono farlo presto ed efficacemente, senz’altro all’interno della CGIL con tutte le implicazioni che questa scelta comporta, al fine di sostenere i contenuti di classe dell’opposizione interna, indebolita dalle sue contraddizioni e dal paralizzante rapporto con la compagine massimalista della sinistra ex parlamentare. Stare fuori dalla CGIL non è giustificabile né rispetto alla teoria e alla strategia rivoluzionaria, né alla difesa degli interessi dei lavoratori e dei settori sociali dispersi e indeboliti dalla crisi. Ogni altra ipotesi costituisce solamente un dispendio di energie militanti, non consente la difesa degli interessi dei lavoratori e condanna l’anarchismo all’isolamento dai concreti contesti di classe e a quella deriva politica che si manifesta, ormai, già da troppo tempo.

Giulio Angeli

Aprile 2009


Conferenza dell’EUR” (Roma, 1978), da cui seguì l’omonima piattaforma (Piattaforma dell’EUR) nella quale si definì una linea di cospicui sacrifici da parte dei lavoratori per risanare il paese, completamente ignorando la portata epocale dei processi internazionali di ristrutturazione capitalistica che avrebbero ridisegnato gli assetti economici, sociali e istituzionali del mondo, dell’Europa e dell’Italia, nel quadro dinamico di un processo imperialistico internazionale in profondo mutamento. Risale a quel periodo la riproposizione dell’antichissimo equivoco circa il salario quale “variabile dipendente” dal sistema dei costi di produzione e dei prezzi, elevando definitivamente a teoria ciò che la borghesia italiana e i suoi teorici avevano nella pratica perseguito da sempre. Il fatto è che la CGIL e l’intera sinistra parlamentare prendono a prestito dagli archivi della storia del pensiero economico classico e del movimento operaio, un concetto efficacemente e definitivamente respinto da Marx fin da 1865 quando chiarì, in “Salario prezzo e profitto”, (vedi K. Marx “Salario prezzo e profitto” Editori Riuniti, Roma 1977) che gli aumenti salariali influiscono sul saggio di  profitto e non sui costi di produzione, che proprio la medesima cosa non è. La Confindustria plaudì entusiasticamente, finanche con i giornali propri, a questa tesi mistificante vecchia di oltre 200 anni secondo la quale, in pratica, i prezzi delle merci sarebbero aumentati all’aumentare del salario operaio penalizzando così la concorrenza delle merci italiane sui mercati internazionali. Conseguenza: per accrescere la competitività della nostra economia bisognava comprimere i salari. Conclusione: sacrifici subito per consentire “il rilancio dell’economia nazionale”, aumenti salariali dopo. Questa politica avrebbe consentito alla borghesia imprenditoriale italiana di incrementare enormemente i propri profitti lucrando sui salari dei lavoratori e, coerentemente alla propria arretratezza, avrebbe accuratamente evitato di reinvestirli nella produzione accentuando così la “finanziarizzazione” del capitalismo italiano con tutte le conseguenze del caso.