Teoria e prassi antiautoritaria








PIETRO GORI

Rosignano a Pietro Gori

Gori
15 maggio 1960

Parte prima

ROSIGNANO A PIETRO GORI
di Demiro Marchi
Sindaco di Rosignano Marittimo

«O Rosignano, giù dai poggi cari,
onde a’ primi anni miei tanta dolcezza
arrise, e tanta fede ai giorni amari
de la mia giovinezza,
mi vedesti, soavissimo paese,
trascinar via con le catene ai polsi,
e nel fremer del tuo popol cortese
il tuo saluto accolsi » (1).


Con questi versi Pietro Gori salutava Rosignano il 25 agosto 1892 dal Carcere di S. Matteo di Pisa, e ricordando questi versi, oggi 15 maggio 1960, Rosignano ricambia il tributo di affetto con le manifestazioni indette in Suo onore dalla Civica Amministrazione e da un Comitato rappresentativo di tutta la cittadinanza.
L’idea di ricordare degnamente Pietro Gori sorse alcuni anni fa, e, dopo un breve periodo di elaborazione, si costituiva nel 1959, per iniziativa della Civica Amministrazione, un Comitato, al quale aderirono i Partiti e le Associazioni laiche di Rosignano Marittimo. Al Comitato furono associati anche alcuni vecchi amici personali di Pietro Gori e personalità del movimento anarchico:
Ezio Bartalini, Armando Borghi, Ugo Fedeli, Pietro Castiglioli, Umberto Marzocchi, Giovanni Magrassi, Giorgio Campi, Giovanna Berneri, Lorenzo Marianelli, Tebaldo Menchi, Giorgio Amadori, Francesco D’Ercole.
Dopo un lungo e paziente lavoro di preparazione, la primitiva idea trova oggi la sua pratica realizzazione, che si concretizza in alcune iniziative destinate a perpetuare il ricordo di Pietro Gori nelle giovani generazioni, l’istituzione di una Sala, nel Museo Civico, destinata a raccogliere ed a conservare ricordi, cimeli e scritti di Pietro Gori, colma una lacuna troppo vivamente sentita a Rosignano. Il materiale raccolto fino ad oggi è molto limitato, ma il Comitato confida nel futuro, sicuro che la dotazione iniziale si arricchirà sensibilmente mercé l’apporto di tutti coloro che stimolati dall’esempio vorranno cedere ciò che ancora conservano gelosamente.
Il collocamento di un busto, dono degli anarchici di Genova, nella Piazza centrale omonima, costituisce l’omaggio più sentito della cittadinanza verso il Concittadino, che ancora oggi i vecchi rosignanini ricordano con affetto e venerazione.
A testimonianza di un periodo infausto della vita politica del paese e a monito per le giovani generazioni, nei locali del Museo Civico, è stato riposto per la conservazione il busto decapitato e mutilato in periodo fascista. Questo il testo dell’epigrafe, che l’amico Elio Zeme ha voluto dettare per la circostanza:
«In ricordo del busto con l’amica sembianza - del vate libertario - Pietro Gori donato dagli anarchici della rubesta Versilia – il Comune di Rosignano Marittimo - a questo mutilato marmo – che l’oltraggio dei vandali rese più venerando - volle qui dare degno ricetto . il XV Maggio MCMLX »
Il presente opuscolo poi, ha lo scopo di riunire, alcuni articoli e scritti su Pietro Gori, di uomini che gli furono amici o che più da vicino ne seguirono l’opera.
Non ha la pretesa perciò di essere uno studio completo sul pensiero di Gori e tanto meno sul posto che spetta all’anarchismo nella storia del movimento operaio, né un giudizio poteva essere dato in questa sede su tale problema. A noi basta aver adempiuto ad un duplice impegno morale: ricordare Pietro Gori a coloro che lo seguirono, ne condivisero le idee e lo amarono, e indicare agli altri e, soprattutto ai giovani, attraverso la sua opera, il lento e faticoso travaglio delle idee di emancipazione, di libertà e di progresso sociale.
Per gli studiosi e per quanti desiderano approfondire le loro conoscenze sulla storia del movimento operaio in genere e del movimento anarchico in particolare, è stata istituita infine una Sezione apposita dedicata a Pietro Gori, presso la Biblioteca Comunale. In essa troveranno posto opere e studi sulle varie correnti di pensiero e testimonianze sulle attività dei Partiti politici nei secoli XIX e XX, al fine di ampliare sempre più la conoscenza dei nostri cittadini su di un periodo storico particolarmente intenso ed interessante.
La Civica Amministrazione è lieta quindi di aver potuto contribuire, con l’aiuto di tutto il Comitato, a ricordare nel modo più opportuno e più degno la figura di uno dei suoi migliori concittadini, pensatore ed agitatore anarchico, oratore acuto ed armonioso, scrittore forbito ed elegante, poeta pieno di spontaneità e di sentimento, avvocato e studioso di sociologia e criminologia.

(1) «Nuove Manette» - in Pietro Gori - «Prigioni» . Vol. I - Editrice Moderna - Milano 1946-47.

IL POETA
di Ezio Bartalini

Avrei preferito che il compito di ricordare Gori poeta fosse stato affidato ad altri per la ragione che dirò, ma quella stessa ragione m’offre l’opportunità di raccontare un episodio, che non disdice alla figura d’uomo, che si vuol celebrare, anzi singolarmente la illumina. L’amicizia nostra fioriva, e i miei rapporti con lui erano quelli d’un precoce militante felice di viver nell’alone di un grande fratello maggiore, quando una delle non rare disavventure della nostra vita di propagandisti eterodossi mi costrinse a lasciar provvisoriamente Genova, dove si pubblicava la mia Pace, che gli fu cara.
Mi sostituì per qualche mese Gigi Salvatori, laureando in legge, un po’ meno giovane di me, oratore smagliante, scrittore forbito, che fu poi deputato comunista e coraggioso antifascista.
Durante la mia non desiderata vacanza giunse in redazione una raccolta dei versi di Gori, inviata dall’editore perché ne fosse fatta la recensione.
Salvadori, che amava e ammirava Gori per la sua fede e per la sua facondia, recensì liberamente i versi con una certa severità.
Ricordo una frase lambiccata, in cui si tirava in ballo Carducci, conterraneo di Salvatori versiliese e, in un certo senso, anche di Gori, per aver soggiornato a Bolgheri dei cipressetti, non lungi da Rosignano.
L’allusione a queste circostanze natalizie suggerì al giovane Aristarco una frase infelice (comunque non necessaria in quella sede), in cui presso a poco si diceva che Gori non era fratello né maggiore né minore di Giosué Carducci. Eran di moda allora questi accostamenti per misurare poeti di larga fama.
La recensione tuttavia si chiudeva con parole gentili: il critico severo non decretava un ramo d’alloro al poeta libertario, ma gli offriva un rametto d’olivo palladio colto sulla via polverosa e operosa di Versilia, lungo la carreggiata del marmo faticato, che la teoria lenta dei buoi portava giù al mare dalle Apuane.
Naturalmente, quando lessi la recensione, ci rimasi male, ma peggio rimasi, quando ricevei una lettera impertinente d’un certo avvocato Tironi, che prese la difesa del poeta. Era costui un delegato di pubblica sicurezza, che aveva dato teatralmente le dimissioni dopo avere ascoltato una conferenza di Gori e, valendosi della propria laurea in legge, desiderava esercitar la professione all’ombra del nostro grande amico.
Il suo intervento mi dispiacque, soprattutto perché non potevo giustificarmi agevolmente: La Pace usciva di rado né aveva spazio per polemiche letterarie. Mi proposi perciò di risolver la faccenda direttamente al primo incontro con Gori, e lo feci non senza trepidazione: ma il poeta, sorridendo del mio imbarazzo, mi mise una mano sulla bocca dicendo: e ma Gigi ha ragione: i versi vanno limati, e chi ha tempo? ». Quindi volle assolutamente cambiar discorso.
Non so se mi fa velo il grande amore per l’indimenticabile amico, ma mi par proprio che, da quel giorno, egli divenisse più affettuoso con me, fino all’ultimo giorno: e questo pensiero mi dà la gioia di poter associar senza rammarico la sua memoria incancellabile a quella del caro Salvatori: senza la sua impertinenza non sapremmo forse, con certezza, come il grande oratore giudicasse il poeta.
Non sarebbe la prima volta che un avvocato illustre si crede ispirato dalle muse: basta pensare a Cicerone, che aveva sott’occhio Lucrezio, e perpetrava un poema sul proprio consolato.
Ma Gori, Livornese d’adozione, malgrado la sua bella fede, limpida come acqua di polla, non poteva sottrarsi a quell’atteggiamento scanzonato, che fra Bocca d’Arno e l’Ardenza, fa dell’autolesionismo formale una specie di pudicizia contro il rischio della vanagloria.
Infatti c’è un documento che parla chiaro, e toglie all’Uomo, che sta per noi tanto in alto, ogni sospetto di fatuità: la prefazione alla modesta raccolta delle prime rime, quella intitolata Prigioni, in cui l’autore si protesta innocente dei delitti politici, che gli si attribuiscono, ma vuoi confessare un delitto vero perpetrato in carcere (le sue poesie) e accompagna i lettori alla ricerca della responsabilità di quei... versucciettacci (la parola è di suo conio), mentre la prefazione si chiude con l’accusa al Questore ed ai Giudici, che lo costrinsero, innocente, agli ozi della prigione, complici necessari nella perpetrazione del suo canzoniere, Ma son poi veramente quei versi così brutti o soltanto mediocri come l’autore pretende, forse perché altissimo è l’ideale bersaglio, a cui è diretto lo strale d’oro del suo poetare impetuoso?
Obiettivamente no.
Per un giudizio, che oggi può esser maturo, bisogna intendersi, al solito, sull’idea di poesia, né lasciarsi condurre per mano (o menar per il naso) dai preconcetti del Croce, infausti a ben altre muse.
I versi di Gori son certo poesia per lo stesso loro contenuto e la sincerità dell’impeto, che li esprime, della luce, che li guida. Chi scrive, or non è molto dové combattere una battaglia alla Università popolare di Firenze per indurre i giovani recalcitranti ad ascoltar versi di Rapisardi, perché ignoravano il nome del fecondo poeta catanese: e nessuno legge più Fatalità o Tempeste di Ada Negri, che pur dette alla letteratura italiana Maternità e Il libro di Mura. Non parliamo di Adolfo De Bosis, che sta, paterno, fra l’ombre virginali di Lauro e di Shelley, con Icaro alato e Prometeo liberato, e attende sereno l’ora sua, immancabile, dietro il sipario sanguinoso e fangoso della guerra interminata.
Dopo l’onanismo intimista e il cardiopalma ballonzolante della musica sincopata, un critico decente, oggi, non può mettere in tavola il pane casalingo della cosiddetta poesia sociale, a cui appartengono i versi di Pietro Gori, a contraddire il gusto dei coprofagi e lo starnazzar delle Arpie sulla mensa dell’arte contemporanea.
Valga perciò soltanto una rapida notazione bibliografica dalla raccolta più completa (quella di Pasquale Binazzi del 1922) per la nostalgia degli adulti e la curiosità legittima dei giovani dal gusto non pervertito, Prigioni, che, in epigrafe, porta i versi di De Musset (triste comme la porte d’une prison...) a giustificazione dell’argomento non lieto, è il primo volume, sostanzialmente autobiografico, e può servire a chi voglia ricostruir la vita interiore del poeta, messo precocemente a contatto con una ben cruda realtà, ma non disarmato d’una salda corazza d’ottimismo e di fiducia nell’avvenire.
Si tratta di versi scritti di soppiatto «su spazietti marginali di brandellucci di lettere familiari» o, d’estate, sui muri del carcere dei Domenicani di Livorno, «refrigerio all’arsura della gran caldana di quel monastero sfratato» o su foglietti fortunosamente avviati alla stampa libertaria, come la lirica Giustizia, che apparve sul Sempre avanti, «uscita dal carcere», dice l’autore, «parecchi mesi prima di me e «scritta per darmi l’aria di non esser tanto solo».
L’intermezzo funebre è invece dedicato all’acerbo trapasso di Luigi Mori, che, dal suo letto di morte, sposò la sorella del poeta, alla vigilia del suo processo: «Mesta e dolce sorella, la triste battaglia ho perduta — e solitario torno alla fredda cella... — E tu forte, tu buona, tu vergine e vedova, in atto — dolce, inghirlandi l’erma dei tuoi pensieri».
Battaglie con Ceneri e faville contiene la massima parte dei versi posteriori e il poemetto Alla conquista dell’avvenire, scritto con fiammiferi carbonizzati sui muri del penitenziario San Giorgio di Lucca e ricostruito poi a memoria.
Sono in queste raccolte le nostalgiche liriche destinate all’Elba e quella per la morte di Messina, patria del poeta, con l’esaltazione dei marinai russi, che fraternamente la soccorsero immediatamente dopo il terremoto.
E vi sono gl’inni festosi Ai lavoratori del mare, Ai lavoratori della terra, Addio, Lugano bella..., caro agli anarchici, e il popolare Primo Maggio, che, sull’aria del Nabucco, accompagnò per trent’anni le manifestazioni operaie, a gara con l’inno dei lavoratori: «Vieni, o Maggio, t’aspettano le genti, ti salutano i liberi cuori: - dolce Pasqua dei lavoratori - vieni e splendi alla gloria del sol».
L’ultima strofa di questo inno, coi fiori ai ribelli caduti e «al veggente poeta che muor», par presagire la fine immatura dell’autore, che sopravvisse appena in tempo a condannare i carnefici di Francisco Ferrer col Castello maledetto e una serie d’epigrafi lapidarie.
Da notare in tutte le raccolte l’assenza quasi assoluta di versi dedicati a donne, che non sian la madre o la sorella, suggerita certo da uno squisito ritegno, che trapela in una breve lirica di sapore stecchettianò: «Senti: il profilo della donna amata - io non lo vendo in pallidi elzeviri... ».
Nella ristampa della raccolta di Binazzi c’è anche un volume supplementare, Canti d’esilio, ripubblicato da edizioni frettolose, una di quelle, forse, che non piacque al nostro Salvatori.
Ma oggi, dopo tanti anni e tanta lava di vulcani atroci piovuta sulla terra a cancellar con le piccole tracce delle cose futili anche le vestigia di tante cose belle, mentre la voce melodiosa dell’oratore incomparabile non si può svegliare dall’eterno sonno, i versi, tutti i versi del poeta libertario son lì a testimonianza d’una fede, la sua fede, che, in mezzo secolo, attraverso esperienze apocalittiche, ineluttabilmente procede alla conquista del mondo.

PIETRO GORI ORATORE
di Umberto Marzocchi

Tutti siano concordi nel magnificare la parola e nel volere che i discorsi assumano un tono elevato per profondità ideologica e forma letteraria. La purezza dello stile, l’argomentazione logica e concreta, il vigore dialettico, l’aspetto fisico e l’intonazione della voce, sono doti necessarie a chi è oratore nel senso proprio della parola, ma l’esigenza di una mente sveglia e avida di nuove conoscenze, la cura della documentazione esatta e rigorosa, una vasta cultura ed una innata modestia, l’orrore del melodrammatico e la concordanza delle idee espresse con la condotta pubblica e privata, sono accessori indispensabili per tutti gli oratori veri e coscienti della propria
missione educatrice. Pietro Gori era l’oratore anarchico per eccellenza: un ragionatore carico di potenza e di vita, il cui vocabolario era una tavolozza magnifica. Egli sapeva persuadere e suscitare passioni, elettrizzare le folle, attrarre le assemblee, convincere i giudici. Le sue conferenze, efficacissime e dotte, possono figurare nella migliore antologia di scritti scelti. Luigi Galleani, altro oratore anarchico poderoso suo contemporaneo, così ci descrive Pietro Gori e l’impressione che gli fece la prima volta che lo intese parlare, il 12 aprile 1891 al teatro della Cannobiana a Milano, in occasione di un Comizio Internazionale del Lavoro: « ... smilzo, alto,
pallido, dalla bella fronte incorniciata da un casco raccolto di capelli scuri, parlava con una serenità insolita ai pubblici comizi e accompagnava con un gesto largo della mano il ritmo del pensiero audace in una gamma strana tra pastosa e colorita che pervadeva il pubblico, lo soggiogava, lo incatenava per sferrarlo impetuosamente all’ovazione calda ed irresistibile». La lettura delle sue conferenze, delle sue difese, dei suoi discorsi, insegna. Ricchi di ideologia
sociale, lontani da un dottrinarismo che troppo spesso tiene luogo della conoscenza dei problemi reali, i suoi discorsi ritraggono esempi da cui rifulge il valore umano che li ispira. Nell’ideale anarchico, Pietro Gori aveva trovato un contenuto sempre vivo di giustizia, una soluzione al problema della sofferenza umana, un impulso a creare condizioni più umane di vita ai diseredati della ricchezza sociale, vittime dello sfruttamento capitalista e della oppressione autoritaria dello Stato.
Tutte le sue conferenze ci avvincono per l’interesse che destano, per la stringente argomentazione, per il senso della critica appassionata, e invitano a voler approfondire, allargare lo studio per comprendere le ragioni e la forza di tutto il suo argomentare: esse contengono i frammenti di una ribellione che parte dal cuore per raggiungere altri cuori. Ed il suo è un cuore che soffre per tutte le miserie umane, che si immedesima nel derelitto e nell’oppresso, nel sofferente e nell’affamato, e nello stesso tempo canta l’eterna giovinezza dei ribelli che non si acconciano a compromessi, non fanno calcoli e non mirano a tornaconti.
Nemico di ogni ordinamento autoritario — basato sul privilegio di pochi e sulla prepotenza dei potenti — per sentimento e per convinzione, Pietro Gori si fa difensore degli umili, ribelle ad ogni dolore e a tutte le ingiustizie, e di città in villaggio porta in tutte le contrade del mondo il verbo gravido di disperazione e di tormento, di pianto e d’ira, degli aneliti e delle rivolte delle plebi pronte alla riscossa. Pietro Gori possedeva queste due rarissime e ben distinte doti della eloquenza: dal sentimento
sortivano l’ispirazione, il verbo infiammato, le immagini poetiche, gli appelli appassionati; dalla ragione procedevano gli esposti chiari, le formule precise, le dimostrazioni sostanziali, le argomentazioni solide, le conclusioni rigorose. Egli univa, con giusto dosaggio, sentimento e ragione, facendo leva sulla passione e sulla intelligenza, impressionando e chiarendo, commovendo e insegnando, trascinando e persuadendo. Logica e sensibilità, possedute in eguale gradazione, gli permettevano di realizzare un magnifico insieme di equilibrio e di sintesi. La borghesia non perdonava le requisitorie che Pietro Gori andava pronunciando sui suoi delitti quotidiani, l’annuncio di una imminente trasformazione sociale, l’aprirsi di una speranza che alimentava negli animi degli sfruttati e degli oppressi il risentimento concentrato nei secoli di schiavitù. Incurante di sé, continuava a sferzare con signorile veemenza l’affarismo borghese e l’impostura del dogma, le menzogne convenzionali e la politica dei cattivi pastori. Egli passò per un fosco periodo di reazione spietata, che tentava ricacciare verso il passato le forze più progredite di quel tempo, ma queste si ricongiungevano e reagivano con lotte politiche ardenti. Repubblicani, socialisti, anarchici, si combattevano in nome delle idee, ma si stimavano l’un l’altro, impegnati com’erano a difendersi dal comune nemico, e i contradditori che Pietro Gori sostenne con Nicola Barbato, Filippo Turati, Camillo Prampolini e molti altri animosi propagandisti del socialismo legalitario e moderato, si chiudevano con la «gran bontà dei cavalieri antiqui» senza colpo ferire.
Parlando dell’oratore e del conferenziere, torna piacevole il ricordo di Pietro Gori, avvocato, che affronta, anche nei periodi di reazione quando ogni voce tace, i togati della magistratura e sulle loro teste agita impavido la fiaccola abbagliante dell’anarchia. Egli rispetta le regole della sua arte, che è pura da ogni artificio. Egli sa che l’oratore forense ha da fondarsi su basi salde e accessibili per far convinti i giudici e consenziente il pubblico; che in ogni dibattito, alla verità assoluta si oppone la verità processuale, e da quest’ultima assai spesso parte la convinzione determinata e il volo della fantasia che magnifica l’improvvisazione e rende l’arringa potente.
Pur mantenendo il lievito necessario alla sua funzione, per cui l’intento si scolora o si estingue nello scopo contingente, momentaneo e transitorio, con Pietro Gori l’orazione, nell’impeto passionale dell’idealista, si fa eloquente, contiene in sé i meriti per essere tramandata, avulsa dall’ambiente in cui fu pronunciata, agli estranei ed ai posteri — poiché non esiste solo per l’oratore da cui si espande, per il pubblico che l’ascolta e l’occasione che la ispira — in quanto è lezione di umanità, insegnamento di vita e suprema aspirazione di benessere sociale e di libertà.
Dalla raggiunta chiarezza del pensiero, l’eloquio goriano nasceva avvincente. La prima risorsa della sua eloquenza traeva origine dalla sua convinzione profonda e sincera; tra l’abile sofisma e lo scrupolo della verità. Egli aveva scelto la via giusta. La sua parola era fatta per persuadere, non per brillare e mettersi in mostra. Chiarezza, semplicità, utilità di argomenti logici, sentimento e passione: questa era la sua suprema « Ars dicendi ».
L’indimenticabile seduzione delle sue difese traspare anche dalla loro trascrizione, dove manca il fascino del gesto e del suono. Par di udire, leggendo, quel parlare semplice e chiaro, quell’argomentare scorrevole, da cui più non appare lo sforzo della preparazione; e par di vedere, con gli occhi della immaginazione, lo sguardo diritto a incontrare i giudici di fronte, mentre la voce morbida e sonora vibra, nella dolce e aristocratica cadenza leggermente toscana. E quando era di turno qualche clamoroso processo, che aveva raccolti nella gabbia degli accusati i suoi compagni di lotta, e si riaffacciava nelle aule di Temi l’intima esigenza di difendere l’ideale che aveva con gli imputati comune, o la sofferenza del popolo alle prese con il codice borghese, allora la sua parola era sentimento e poesia e commoveva persino i giudici.
Per questa sua opera immensa, svolta con appassionata abnegazione, i suoi compagni e il popolo lavoratore tributano affetto, gratitudine e ammirazione al grande agitatore anarchico, e questo tributo seppero mantenere anche quando l’odio dei vili e lo scherno degli impotenti vollero deturparne la memoria, abbattendo o sfregiando marmi che lo ricordavano, incapaci di comprendere la sua bella missione e l’infinita dolcezza del suo grande cuore.


LA DONNA E LA FAMIGLIA
(NEL CONCETTO DI PIETRO GORI)

di Giovanna Berneri

A coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo personalmente o di aver capito il suo messaggio, Pietro Gori appare, a cinquant’anni dalla sua morte, come il leggendario cavaliere che, lasciato dietro di sé ricchezze e vita comoda, cui la nascita od il censo lo destinavano, andava peregrino per il mondo, per portare aiuto ai deboli ed agli indifesi, per far riparare torti, per ripristinare la giustizia là dov’era calpestata.
Del cavaliere-eroe Pietro Gori ha la nobiltà, il coraggio, l’onestà e la generosità. Ed è anche poeta.
Un poeta che esprime in versi sensibilissimi e dolci il suo grande amore per l’umanità. A somiglianza del cavaliere medioevale, egli percorre paesi di tutto il mondo; i suoi calzari si sporcano di polvere di tante terre, ed egli cammina, cammina per arrivare «dalla parte donde si leva il sole», quel sole, che per lui significa «giustizia» e che vorrebbe distribuire a tutti i derelitti e gli oppressi del mondo intero.

«Su cammina cammina.Avanti, avanti ancora.
Più sublime è la vetta e più bello è l’amore.
Avanti avanti, sfidando i nembi e il gelo,
fino all’estremo limite fra la terra ed il cielo » (1).

L’estremo limite Pietro Gori lo raggiunse immolando tutto se stesso, la sua giovinezza, la sua salute, il suo forte ingegno per aiutare gli uomini nella difficile e tormentata conquista di emancipazione umana e sociale.
Se ci fu mai nei tempi cuore umano che seppe cogliere e capire i dolori espressi e silenziosi, le brutture visibili e nascoste, le lacrime che sgorgano dagli occhi e quelle che rimangono soffocate nel petto, le rivendicazioni recondite e quelle che esplodono violentemente, fu proprio Pietro Gori. Pensandolo ora, in questo secolo caratterizzato dall’indifferenza, per cui il suo romanticismo può sembrare anacronistico, vien fatto di gridare:«Giù il cappello davanti a questo spirito nobile e combattivo, a questo santo moderno. Giù il cappello, anche voi, della nuova generazione, inariditi ed invecchiati innanzi tempo, che sorridete scettici e canzonatori davanti al fiume d’amore che sgorgava dal cuore di Pietro Gori. Voi credete solo nelle cifre, nelle statistiche come se queste non sapessero sapientemente mentire. Ma quali cifre, quali quadri statistici potranno mai dire le umiliazioni, le frustazioni, le vite spezzate, le famiglie distrutte, i mari di sangue, i crimini, le depravazioni, le viltà, le ignominie e tutte tutte le tragedie che sono il prodotto di una società che si regge sui diritto dei forti e dei potenti? ».
Bisogna innanzi tutto amarla molto l’umanità per poterne dire le sue tribolazioni ed i suoi dolori. E Gori, questo ci insegnava.
« Amate, amate molto; perché i nuovi problemi esigono vivacità di luce e di amore ».
Ed egli amò immensamente gli uomini, credette negli uomini, ebbe fiducia negli uomini. Che cos’era il fascino della sua oratoria, se non un parlare con il cuore in mano, il sentirsi tutt’uno con i suoi ascoltatori, il dire quelle verità che non sono la prerogativa di una religione, di un partito, di un’ideologia, ma appartengono a tutta l’umanità? Ovunque egli andava, a chiunque egli parlava, stabiliva un contatto diretto con il suo uditorio. I lavoratori emigranti dell’Argentina disertavano il posto di lavoro (con il rischio di un licenziamento) e facevano ritardare la partenza del treno (che doveva riprendere il conferenziere) per correre ad ascoltare quest’uomo che sapeva dire quello che essi sentivano nel profondo di se stessi.
Pietro Gori racconta che in un giro di conferenze nell’America del Nord, i compagni italiani di St. Louis (Missouri) gli avevano detto che in un villaggio vicino, Little Italy, gli operai erano dediti al gioco, alle bevande alcooliche e che spesso tra di loro avvenivano fatti di sangue.«Quel fatto mi rattristò per maniera che volli tentare un’esperienza su quei disgraziati, tra i quali simili avvenimenti accadevano quasi ogni domenica. In un salone là prossimo improvvisammo una conferenza... Parlai com’è mio costume, con la semplicità d’un affetto vivo e schietto per loro; dissi che se l’operaio italiano portava attraverso il mondo un esempio ammirabile di tenacia, di abilità e di sacrificio nel lavoro, offriva però lo spettacolo ai compagni delle altre nazioni d’una incoscienza quasi assoluta della nozione dei suoi diritti, della sua dignità di classe, dei suoi doveri di solidarietà verso i suoi fratelli di fatica; tanto da essersi meritato l’appellativo di Chinese d’Europa presso il proletariato americano, a cui fa una concorrenza spietata a tutto vantaggio del capitalismo ingordo e vampiro. Aspettavo di essere accoppato; invece quella massa di operai riconobbe che io dicevo la verità. Divennero subito amici. E per alcuni giorni seguitai il modesto e paziente lavoro di scuotere quei poveri strumenti di fatica dall’abbrutimento in cui giacevano. Formarono una sezione italiana della unione di mestieri nordamericana dei lavoratori della miniera; fecero venire libri, opuscoli, giornali; fondarono perfino una piccola biblioteca... Ripassando alcuni mesi dopo, di ritorno dalla California, trovai quel gruppo di operai completamente trasformato. Alla domenica non più ubriacature collettive, gli alterchi, le risse sanguinose. Si riunivano fraternamente nel povero saloncino del circolo, ed organizzavano passeggiate di propaganda all’aperto; alcuni leggevano ad alta voce i giornali operai, gli opuscoli di propaganda; altri discutevano pacificamente. Non erano più macchine da produzione quelle; erano uomini affacciati sugli orizzonti d’una vita nuova» (1). Ma Pietro Gori non esercitava il fascino della sua parola e della sua personalità soltanto sugli umili lavoratori. L’esercitava anche sulla gente colta che accorreva ad ascoltare le sue conferenze (fu il primo ad iniziare il tipo di conferenze moderne, servendosi delle proiezioni per illustrare i suoi viaggi) e che, pur non condividendo il credo politico del conferenziere, doveva onestamente riconoscere la sua giusta impostazione dei problemi e la validità delle sue argomentazioni. Anche i giudici, quando Pietro Gori indossava la toga, non potevano sottrarsi al fascino che
proveniva dal suo schietto parlare, dalla passione con cui difendeva la causa, dalla sua profonda conoscenza e giusta interpretazione delle leggi. L’incriminato, durante la perorazione di P. Gori, scompariva dal banco degli imputati. Al suo posto vi era tutta la società, con le sue strutture che perpetuano le grandi disuguaglianze di classi, che legalizzano per chi comanda, il diritto di uccidere e di rubare, lo sfruttamento secolare dell’uomo sull’uomo; vi era l’ambiente che frustra, umilia, reprime la personalità umana e diventa il brodocultura di tutti i microbi della depravazione umana.
Forse, l’affascinante parlatore che egli era, fece passare in secondo piano lo studioso di sociologia, di criminologia: ma egli fu tra i primi anticipatori delle moderne teorie di quelle due scienze. Le sue magnifiche difese contengono tutte le argomentazioni che scardinano il vecchio concetto di Giustizia, le vecchie e stantie interpretazioni del delitto e della pena, buttano all’aria i vecchi codici polverosi fatti per servire lo Stato, per mantenere intatto un ordine sociale in cui la sola libertà, non contestata agli sfruttati, è quella di morire di fame.
La responsabilità dei delitti, delle brutture umane, del comportamento asociale di tanti individui, nel concetto di Pietro Gori si dilata, arriva a toccare tutti, perché niente accade in questo mondo di cui ognuno non abbia la sua parte, sia pur minima, di responsabilità.
** *
Mi accorgo che anch’io mi sono lasciata trasportare dal fascino di Pietro Gori ed anziché parlare del tema che giustifica il mio intervento su questa pubblicazione che vuole essere un omaggio al grande Scomparso, ho parlato della sua personalità, delle sue idee, della fede che l’animavano.
Ma la mia digressione è solo apparente. Per capire uno dei tanti problemi che hanno interessato ed appassionato il Nostro, bisogna prima di tutto sentire l’uomo che egli era. Bisogna capire che per Pietro Gori un dato problema sociale non era che un aspetto di tutta la questione sociale, la cui soluzione era legata a tutto il resto.
L’emancipazione della donna Pietro Gori non poteva concepirla che nel quadro di tutta l’emancipazione umana. L’inferiorità della donna, rispetto all’uomo, non è altro che il risultato delle menzogne, dei pregiudizi di cui sono vittime tanto gli uomini quanto le donne. La donna avrà, quindi, il posto che le spetta nella società, quando anche l’uomo avrà il suo. Vi possono essere delle lievi sfumature tra la schiavitù dell’uomo e quella dell’altra, ma ciò non toglie che siano entrambi schiavi. E’ tutta la società che bisogna ricostruire su nuove basi, ed è una nuova coscienza che bisogna ridare anche al genere umano.
Gori vuole appassionatamente la redenzione degli uomini: si sacrifica e combatte per essa. Ma è assurdo concepirla se una metà e più del genere umano deve continuare a rimanere nello stato di inferiorità in cui si trova oggi.
L’emancipazione della donna incomincerà quando essa si sottrarrà alla tutela ed all’ubbidienza del prete, quando si accorgerà di tutte le menzogne contenute nella religione, dell’ipocrisia della morale dei benpensanti, dei pregiudizi secolari che hanno creato attorno a lei le attuali condizioni di inferiorità. Ma un altro giogo deve spezzare: quello che l’uomo (padre, fratello o marito) mantiene su di lei.
Quanti sono, diceva Gori, (e quello che egli diceva ieri è purtroppo vero ancor oggi) gli uomini che militano in partiti di sinistra e assumono degli atteggiamenti da «progressisti», e poi pretendono che la donna rimanga confinata tra le mura domestiche, continui le sue funzioni di animale da riproduzione e di buona serva che tiene bene la casa, che prepara i buoni pasti ed ha cura dei figli?
La donna deve rifiutarsi a questo ruolo, deve lei stessa volere la propria libertà, perché è il solo modo di sviluppare completamente la sua personalità. Deve, insomma, sentirsi sullo stesso piano dell’uomo, dev’essere consultata, ascoltata in tutti quei compiti che riguardano la famiglia, deve desiderare di partecipare e di seguire gli avvenimenti che si svolgono fuori dallo stretto recinto in cui da secoli vive e si muove. Ma su quest’ultimo punto P. Gori, come tutti gli anarchici di allora e di sempre, non confonde l’emancipazione della donna con il suo diritto al voto. Se l’aspirazione a diventare elettrice (conquista che le è stata riconosciuta già in molti paesi del mondo) significa la volontà di cancellare una discriminazione tra gli uomini e le donne, può anche avere un lato positivo. Ma mai e poi mai la donna potrà emanciparsi solo perché porterà la sua scheda in un’urna. Il voto non ha nessun potere taumaturgo: non ne ha avuto neppure per gli uomini, come si può vedere a distanza di quasi cinquant’anni da quando lo esercitano. Il bilancio che possiamo fare oggi è molto negativo: il popolo non si è emancipato, ed anzi l’azione legalitaria che egli ha creduto di svolgere con una scheda, ha ucciso quella combattività che la parte più avanzata dei popoli aveva alla fine del secolo scorso e all’inizio di questo. Oggi le grandi masse che aderiscono ai partiti di sinistra o che costituiscono il movimento operaio, non sono più capaci di azioni dirette e di iniziative rivendicatrici spontanee. Ma da ben altre schiavitù la donna deve ancora liberarsi: quella del sesso. Quanti tabù, quante ipocrisie non vi sono mai attorno ad esso! Pietro Gori proclama l’amore libero. Occorre. Come si può concepirlo senza che riceva il crisma della legalità dal prete o dal sindaco? Amore libero per Pietro Gori significa l’amore mondo di qualsiasi interesse grande o piccolo, al di fuori di tutti i mercati che sono generalmente alla base di ogni matrimonio. L’amore, anche quello
che è solo congiungimento fisico di un uomo e di una donna che spontaneamente desiderano l’amplesso, è sempre bello e puro. È una grande forza creatrice.
Non fate gli scandalizzati, o custodi della morale più immorale di questo mondo! Non scagliate la pietra contro la povera giovane che per amore si è data ad un uomo e poi viene abbandonata solo perché è povera! Non inducetela, con il vostro crudele verdetto di «colpa e di vergogna» a sbarazzarsi, magari, del frutto del suo amore, che voi, invece, ingiustamente, denominate colpa! In quante alcove di ricchi, di nobili, l’adulterio è praticato. Sono proprio coloro che proclamano la santità della famiglia che praticano gli amori illeciti, clandestini, che si rifiutano (esempi ne abbiamo anche oggi, in abbondanza, in ricchi, in principi che occupano dei ranghi speciali anche vicino alla Chiesa) persino di riconoscere la paternità dei figli che sono nati da invaghimento momentaneo di qualche bella ragazza che ha il solo torto di essere povera e di non essere nobile. (Nobiltà! quale atroce mistificazione hai tu subìto!). Voi considerate «prostituta la donna che sulla pubblica via, di notte, offre per una moneta d’argento il suo corpo all’incurioso viandante, di cui non discerne, per l’oscurità, neppure i tratti... (e) casta (quella) che all’altare va con un giovane (e molte volte con un vecchio) non amato, sol perché egli offre in cambio dei suoi amplessi un alto rango, e vesti, ornamenti e servi, od anche soltanto il pane quotidiano» (2). Per voi è morale tutto quello che si compie all’oscuro e nel segreto e la vostra moralità consiste appunto nel premunirvi contro ogni possibile scandalo pubblico! Bisogna, dice Gori, «purificare l’amore, farlo ridiventare santo, sottraendolo alla tirannia del denaro, alla ipocrisia d’una falsa morale, al convenzionalismo della legge, al mercimonio, a tutte le infinite viltà che il maschio commette sulla femmina»(3). Ma, protesta ancora quella «tal gente», questo significa distruggere la famiglia. Quanto fosse profondo il sentimento della famiglia in Pietro Gori, lo testimonia il grande amore che egli aveva per la madre, la sorella Bice ed il padre. La famiglia è la prima cellula sociale in cui i figli crescendo devono trovare tanta abbondanza d’amore a cui attingere, come viatico, per tutta la vita. Gori l’aveva trovato nella sua e, ramingo per il mondo, in prigione, calunniato, perseguitato, porterà sempre nel suo cuore tre care immagini, ed in cima a tutte quella della madre. Ad essa dedica i suoi più bei versi, ad essa chiede conforto e perdono per tutte le sofferenze che, la sua vita di combattente, le procura.


«O mamma, sai le strofe appassionate
che il bel golfo sussurra al nostro ciel,
le ineffabili cantiche trillate
dal vento tra una fronda ed uno stel?
Sai l’eterno sospir de l’infinito
che ognun sente, e niun mai potrà ridir?
tale era il canto del mio cor rapito
de’ tuoi baci nel fervido desir» (4).
Ed a questa madre, anche fatto uomo, chiede l’approvazione delle sue azioni:
«Su! manette e gendarmi preparate,
ch’io non protesto e non m’adiro più;
eccolo il malfattor, via condannate ! ;..
Mi basta o mamma che m’assolva tu» (5).
Ed ancora, in altra poesia:
«Mi voglion sanguinario e nulla han visto
dell’intimo mio pensiero
di’, tu che mi conosci s’io son tristo
e se il racconto degli scribi è vero» (6).


Ed alla sua scomparsa, egli scriverà: «Mia madre, la luce stellare che sorrise anche da lontano, alla mia vita randagia e procellosa, è morta, senza che io potessi darle l’ultimo bacio».
La madre è per Pietro Gori il simbolo, della vera donna, è il cuore di quella famiglia che egli vuole armoniosa, bella ed unita. Ma la famiglia d’oggi difficilmente può esserlo. Essa è schiacciata dalle ingiustizie sociali, non ha la sicurezza economica per cui non le è neppure garantito il diritto all’esistenza, è mantenuta nell’ignoranza e nell’ indigenza. Bisogna, perché sia veramente famiglia, toglierla dalle attuali condizioni. Ed allora «... i padri e le madri dell’avvenire avranno il tempo di essere i primi educatori dei loro figli. I quali all’età della fanciullezza, non saranno come lo sono attualmente costretti subito al più oppressivo lavoro; e invece per essi ci saranno le scuole in cui, con un regime di libertà e di amorevolezza, saranno aiutati a far i primi passi sulla strada della vita; e le loro menti potranno aprirsi a tutte le cose belle e buone» (7). Ecco come concepiva la famiglia Colui che dovette difendersi dalle calunnie di volerla distruggere. Maggiore benessere per tutti, un più alto livello ’istruzione; un vincolo che non è imposto da una autorità e non sancisce delle disuguaglianze nel nucleo familiare, ma è fatto di rispetto, di fiducia, di amore reciproco.
Pietro Gori fu definito il poeta dell’anarchia. Pietro Gori è l’anarchia stessa che comprende, con la poesia, l’armonia, la bellezza, l’amore tra gli uomini. Se egli fosse vissuto ai tempi di Cristo, è quasi certo che avrebbe subìto anche lui la crocifissione. Vissuto, nei cosiddetti secoli della civiltà, ha subìto un altro genere di persecuzione: la diffamazione, il carcere, l’esilio, che non ha niente da invidiare alla crudeltà del supplizio della croce. Ma questo è il destino di tutti gli innovatori che dedicano tutto se stessi a dare un volto umano alle nostre società. Pietro Gori non ha potuto sfuggirvi; però ha saputo portare la sua croce con eroismo e nobiltà. È perciò che egli lasciò profonde tracce in tante anime, in tanti paesi del mondo; ed il suo messaggio ha tuttora una profonda eco nel cuore di coloro che si rifiutano di accettare le ingiustizie e le brutture sociali.


(1) La nostra utopia, Lettera a Giovanni Bovio, Buenos Aires 1901, da «Sociologia Anarchica» vol. VII, pagg. 49 e 50,
Editrice Moderna, Milano 1947.
(2) Parole di Max Nordan sulla Menzogna matrimoniale, lette nella conferenza «La donna e la famiglia» che P. G.
tenne al teatro Iris di Buenos Aires il 25 novembre 1900. Da: «Conferenze Politiche», vol XI, pag. 67, Editrice Moderna,
Milano 1948.
(3) La donna e la famiglia, conferenza citata, pag. 69.
(4 e 5) A mia madre (Nel giorno del suo onomastico). Da «Ideali e Battaglie», Poesie scelte, Ediz. F. Serantoni, Firenze
1905.
(6) Salpando (Alla madre lontana). Liverpool, marzo 1895. Da: «Canti d’esilio», Ediz. C. di Sciullo, Chieti 1906.
(7) Il vostro ordine e il nostro disordine. Conferenza tenuta il 15 marzo 1896 nella « Bersaglieri Hall » di San Francisco
California, vol. XI, pag. 46, Editrice Moderna, Milano 1948.

GORI GIURISTA
di Ezio Bartalini

L’orma stampata da Pietro Gori sulla polvere terrena del secolo suo non fu cruenta né vasta come quella del gigante, che abitò, come lui, l’isola del ferro ed ebbe l’inno del poeta cristiano, anzi cattolico accompagnato dal nostro giudizio evasivo.
Gli uomini, anche quelli che sembrano inclini ad ascoltar la miglior voce della coscienza, raramente si sottraggono al fascino dello smisurato e son tratti spesso ad ammirare un colosso mostruoso più d’un campione perfetto d’equilibrio morale. A parte questa tendenza della volubile dea, che i poeti cantarono col nome di Fama, la memoria dell’Uomo, che onorò, senza riconoscerne la santità, il tempio della Giustizia, fu necessariamente raccomandata al più fascinoso, ma labile strumento di simpatia: la voce, che fa dell’oratore il più diretto suscitatore d’emozioni destinate purtroppo al perituro e ingannevole patrocinio della memoria.
Gori vive soprattutto nel ricordo emotivo dei rari sopraviventi, che ne ascoltarono i discorsi politici e forensi, ma le sue stesse orazioni e le sue difese, anche quelle testualmente raccolte da fedeli tachigrafi, sono appena il simulacro di creature sgorgate dall’imo di quella fonte incomparabile di sentimenti, che si cela nella voce umana.
L’oratore (anche quello moderno, tentato dall’illusione del non omnis moriar, perché può tramandar meccanicamente l’eco della sua voce) ha coscienza in fondo che il suo discorso lascerà traccia soltanto nel cuore dell’ascoltatore diretto e il prodigio dell’emozione suscitata dalla sua parola non avrà eco se non quella che vivrà nella memoria di lui: perciò, quando possiede la facoltà di suscitar la commozione l’amatore ansioso di non lasciarsi sfuggire l’attimo incomparabile della comunione sentimentale soffuso talvolta d’un velo di melanconia come quello di chi dice addio nell’ora dantesca del navigante. Così conoscemmo Pietro Gori protagonista politico e oratore forense, traduttore spontaneo ma consapevole di pensieri significati come amor gli dettava dentro, espositore di concetti razionali non mai disgiunti dal sentimento. Ma la sua preparazione giuridica, che costituì l’antefatto del suo successo come avvocato, non fu scarsa né superficiale. I contemporanei e soprattutto i correligionari, che largamente ne approfittarono, poteron constatarlo, e la sua qualità di patrocinatore della buona causa fu consacrata pure nella storia politica: è noto che la sua partecipazione al Congresso di Genova del 1892, che segnò la separazione degli Anarchici dai socialisti, fu registrata dalla cronaca, divenuta poi storia, come quella dell’Avvocato, anzi dell’Avvocato Gori, come scrissero i resocontisti, che vollero sottolineare la sua estrema giovinezza.
Oggi si abusa della qualifica di giurista e non c’è patrocinatore legale che non l’accetti come un titolo che gli è dovuto per il fatto solo di conoscer la tariffa delle carte bollate o il repertorio delle cancellerie. Se non temessi d’esser frainteso, direi che Gori fu più giurista che avvocato (come fu, del resto, sociologo più che giurista), ma l’ansioso umanesimo che fu alla radice del suo apostolato politico e illuminò tutta la sua vita esemplare, toglie al biografo ogni possibilità di misurate specificazioni.
Quelli che l’ebbero a difensore nelle cause politiche raccontavano che soleva domandar sorridendo al cliente correligionario se voleva esser condannato od assolto, intendendo che l’aperta difesa dell’idea propugnata dal compagno imputato e condivisa dal difensore lasciava poco margine alla clemenza del giudice persuaso di dover proteggere l’ordine costituito. Così l’arringa diventava spesso una conferenza di propaganda, che gli anarchici s’affrettavano a raccogliere in opuscolo e facevan circolare come pallida immagine d’una drammatica scena di Tribunale o d’Assise, in cui avvocato e clienti avevan celebrato un rito di libertà. Purtroppo si
possono leggere nelle raccolte delle sue arringhe soltanto le difese celeberrime: quella di Paolo Schicchi del 18 maggio 1893 davanti alla Corte d’Assise di Viterbo, quella di Camillo di Sciullo del 6 aprile 1894 davanti all’Assise di Chieti, quella di Luigi Galleati, Plinio Nomellini ed altri 33 giovani davanti al Tribunale di Genova, generalmente conosciuta col titolo « Gli anarchici e l’articolo 248», che puniva l’associazione a delinquere nel Codice Zanardelli.
Nel V volume della collezione delle opere edita nel 1911 a La Spezia da Pasquale Binazzi si trova pure la difesa di Enrico Malatesta e compagni imputati per la pubblicazione dell’«Agitazione» e i fatti di Ancora del 18 gennaio 1898. Questa difesa ebbe come risultato una condanna relativamente mite, nell’anno terribile, riformata in Appello e in Cassazione con l’assoluzione dell’imputati, che il Governo tuttavia invio al domicilio coatto in forza della legge eccezionale di Crispi del 19 luglio 1894. Nello stesso volume si leggono anche la Difesa dei facchini del porto di Ancona del 10 giugno 1904 e quella del «Libertario» di Spezia dell’1-2 dicembre dello stesso anno, che fu in realtà una impetuosa requisitoria contro il militarismo. A un tale difensore la stessa Procedura offriva talvolta il destro per una manifestazione politica: memorabile un processo a Torino contro il gerente di un periodico socialista, che il Pubblico Ministero voleva celebrare a porte chiuse col pretesto dell’ordine pubblico. Il difensore libertario dichiarò che, se si fosse proceduto a udienza segreta, avrebbe abbandonato il banco della difesa in segno di protesta. Il Tribunale accettò la forma segreta, e non trovando un avvocato di ricambio, condannò Gori ad una multa e alle spese della sospensione del giudizio; ma la Cassazione annullò la sentenza e, quando il processo fu riaperto, non si usò insistere nel sotterfugio delle porte chiuse, e l’imputato fu assolto.
Ad ogni processo davanti a magistrati attoniti lo straordinario avvocato riproponeva i problemi fondamentali della convivenza umana e resuscitava coraggiosamente nella stessa coscienza del giudice togato il terribile interrogativo circa il diritto di giudicare. Così la pratica forense attingeva costantemente alla linfa giuridica nelle profondità d’una dottrina sociale negatrice del diritto del più forte, confortata dal principio indistruttibile della solidarietà umana. Ecco perché l’Avvocatino Pietro Gori, che aveva discusso la sua tesi di laurea (come il suo antagonista politico Filippo Turati) sui fondamenti del diritto penale, può considerarsi a buon diritto un vero giurista, anche se non si atteggiò mai a caposcuola e tenne soltanto, durante l’esilio, un Corso libero alla Facoltà di legge dell’Universita di Buenos Ayres.
Dei principi a cui s’ispirò esiste fortunatamente una documentazione precisa nella collezione della rivista «Criminalogia moderna» da lui fondata il 20 novembre 1898 a Buenos Ayres e pubblicata fino all’agosto del 1900, quando intraprese per conto della Società Geografica Argentina un viaggio nell’America Australe.
Collaborarono a quella rivista fra i più noti Roberto Ardigò, Giovanni Bovio, Napoleone Colaianni, Piètro Gogliolo, Guglielmo Ferrero, Enrico Ferri, Lino Ferriani, Raffaele Garofalo, Antonio Labriola, Cesare Lombroso, Luigi Maino, Paolo Mantegazza, Enrico Morselli, Scipio Sighela, Pio Viazzi, Adolfo Zerboglio.
Gli articoli di Gori apparsi in «Criminalogia Moderna» furono riprodotti successivamente nella rivista «Il Pensiero», che lo ebbe direttore con Luigi Fabbri, e poi raccolti in un volumetto intitolato«Sociologia Criminale», il VI delle Opere pubblicate da Pasquale Binazzi a La Spezia nel 1911. Il primo capitolo di questo volume, l’«Evoluzione della Sociologia criminale», è la prolusione del Corso libero professato all’Università di Buenos Ayres. I titoli degli altri capitoli sono: Il problema della delinquenza, Pauperismo e criminalità, Gli ideali della scienza e la criminologia, La sociologia criminale, Clinica o castigo?, Contro la pena di morte, Il delitto politico e l’estradizione, Giustizia popolare e giustizia togata, Giustizia pubblica e giustizia clandestina, Carcere preventivo, Delitto passionale della donna.
Chi ricorda i principi della Scuola positiva del diritto penale, che fu scuola italiana, non tarderà a riconoscere dai soli titoli degli argomenti trattati nella raccolta i postulati, di cui l’esule giurista si fece banditore nel paese che l’ospitò. Così spesso l’esilio, pena insensata e crudele, coltivò nel cuore dell’esule italiano fiori di libertà che, in definitiva, ornarono la fronte della patria meglio della sua pesante corona turrita.

PENSIERO RIBELLE
O ribelle pensier de la mia mente,
avanti, avanti, e combattiamo ancor!
Tu sei la mia bandiera, ed il fulgente
raggio di una speranza, che non muor.
Io era un bimbo gaio e ricciutello,
quando balzasti sopra il mio sentier,
innanzi al supplicar d’un orfanello,
che la mano stendeva al passeggier.
Poi t’incontrai ne’ mesti casolari,
ov’entra il freddo, ed ove manca il pan;
ti ritrovai su’ campicelli avari,
ove il colono s’affatica invan.
Ne le fumose e torride officine
ti vidi, tra le macchine, cennar,
e, da le tempestose onde marine,
su le ciurme, terribile balzar.

Terribile di sdegni e di giustizia,
fiero arcangelo cinto di splendor,
te vidi ovunque un segno di nequizia
risusciti un singulto di dolor.
Ed ora, in questa cella, a me dinanti
sorgi, o vessilio mio santo ed altier;
o mio pensiero, avanti, avanti, avanti !...
ecco il tuo buono e forte cavalier.


Carcere dei Domenicani, 31 Maggio 1890. PIETRO GORI

L’ARIA
Quando il pensiero desioso vola
dal chiuso aere dolente a’ cieli aperti,
e in fantasie beate dei sofferti
dolori, vaneggiando, si consola,
suona, scherno a l’orecchio, una parola:
— “ Aria ,, I reclusi in anditi coperti,
da cui la luce, timida, s’invola,
tentano il moto de le membra inerti.
E pur, l’attendo ognor con esultanza
quest’ora, che la mia vita accomuna
con altri vivi ne la stessa stanza.
E questi, che ogni dì la sorte aduna
meco, a virtù conforto, ed amo, e alcuna
pietà rafforza me ne la speranza.


Carcere dei Dornenicani, 18 Maggio 1890 PIETRO GORI

PARTE SECONDA

VITA ED OPERE Dl PIETRO GORI
di Demiro Marchi

Pietro Gori nacque il 14 agosto del 1865 a Messina, da Francesco Gori e da Giulia Lusoni. Il padre, elbano, era stato prima cospiratore e poi ufficiale dell’esercito, la madre era di Rosignano Marittimo, ove i Lusoni erano notai.
Studiò a Livorno prima al Ginnasio e poi al Liceo e si laureò in legge all’Università di Pisa, discutendo una tesi di sociologia criminale sul tema « Miseria e Delitto ».
Già da studente e quindi giovanissimo aderì alle idee del socialismo anarchico ed iniziò la sua attività di propagandista tenendo alcune conferenze, che nel 1888 raccolse in un opuscolo dal titolo«Pensieri Ribelli». Per la pubblicazione dell’opuscolo subì un processo nel quale fu assolto per la difesa del Ferri e del Muratori.
Aprì in questo periodo uno studio di avvocato a Livorno, e qui, in occasione dello sciopero organizzato dagli anarchici per il 1° maggio del 1890, venne arrestato. Gori era reo soltanto di aver tenuto una conferenza e di aver pubblicato un articolo sul giornale «Sempre Avanti» del 6 aprile 1890.
La polizia colse l’occasione favorevole, poiché ormai già da tempo ne sorvegliava ogni mossa e lo aveva schedato, come risulta da questo rapporto della Questura di Pisa datato 23 febbraio 1889:« Gori Pietro, statura 1,80, corporatura snella, colorito pallido, capelli neri, barba nascente, sopracciglia nere, viso lungo, occhi neri piccoli, naso giusto, bocca regolare, segni particolari: vaiolato in faccia, 22 anni, studente, domiciliato a Rosignano, Via San Martino n. 3. È domiciliato a Livorno, e per ragioni di proprietà, varie volte viene a Rosignano » (1). Fu processato e condannato ad un anno di reclusione, che espiò nelle carceri di Livorno, Pisa e
Lucca. Nel carcere dei Domenicani compose alcune poesie: «L’arresto», «I Domenicani », «La sveglia», «La fruga», «Il Transito», «Pensiero ribelle» ecc., e, ricolma di affetto filiale:

«IL PARLATOIO»
L’altr’ieri al parlatoio mi han chiamato,
e in fondo al petto mi balzava il core,
e, pieno di speranza e di timore,
presso la grata, immobile, ho aspettato.
Quando, soave imagin di dolore,
il viso di mia madre s’è affacciato,
e, senza una parola, m’ha guardato
con l’espressione d’un immenso amore.
Ed io uomini e leggi ho maledetto,
che i baci de la mamma hanno conteso
e le carezze al povero reietto.
E in fondo al seno, d’alto sdegno acceso,
infuriava, per filiale affetto,
a ribellione il core vilipeso (2)

Nel 1891 partecipò al Congresso Anarchico di Capolago, e quindi si recò a Milano dove rimase fino al 1894 e dove sviluppò una intensa attività. Fondò il periodico «L’amico del Popolo», pubblicò i tre volumetti «Prigioni e Battaglie» e fece rappresentare due suoi bozzetti: «Senza Patria» e«Proximus Tuus» (3).
Nel 1894 fondò la rivista «La Lotta Sociale» a carattere scientifico e letterario, finché fu costretto a fuggire in Svizzera, stabilendosi a Lugano, ove riprese ad esercitare la professione di avvocato,
Dopo essere sfuggito ad un attentato ad opera di sconosciuti, fu fatto arrestare dal Governo Svizzero e dopo quindici giorni di carcere, espulso dalla Svizzera. Nel carcere di Lugano aveva composto il famoso inno «Addio a Lugano»:

ADDIO A LUGANO

Addio, Lugano bella,
o dolce terra pia,
scacciati senza colpa,
gli anarchici van via.
E partono cantando
con la speranza in cor.
Ed è per voi sfruttati.
per voi, lavoratori,
che siamo ammanettati
al par dei malfattori.
Eppur la nostra idea
è solo idea d’amor.
Anonimi compagni,
amici che restate,
16
le verità sociali
da forti propagate.
E’ questa la vendetta
che noi vi domandiam.

Si rifugiò prima in Germania, poi nel Belgio ed infine a Londra, ove entrò in contatto con i più noti profughi: Pietro Kropotkin, Luisa Michel, Carlo Malato, Sebastiano Faure ed altri. Insieme con Enrico Malatesta partecipò a riunioni, conferenze e comizi finché partì per l’Olanda e, dopo un
breve soggiorno, per gli Stati Uniti (4). Fu per circa un anno a New York e a San Francisco. Percorse in lungo e in largo gli Stati Uniti tenendo conferenze e parlando di arte e di scienza, finché nel 1896 fu delegato dalle Trades Unions americane al Congresso Internazionale operaio di Londra. Alla fine dello stesso anno ritornò in Italia e rimase qualche tempo a Rosignano ed all’isola d’Elba. Di questo periodo di tranquillità e di riposo, Gori ci ha lasciato il ricordo ne «I miei primi maggio».
«Rivedo il 1° maggio del ‘97, durante la parentesi alla mia vita di esilio, a base di libertà condizionale e relativa appendice di poliziotti regi alle calcagna, rivedo le melanconiche olivete della maremma toscana dinanzi al crepuscolo sanguigno — ed i compagni venuti dai paesi sovrastanti, nella pineta di Castiglioncello, complice delle nostre sbarazzinate dei primi anni, e più tardi delle prime avvisaglie di propaganda, molestate dalle prediche del brigadiere dei carabinieri e da qualche paterno scapaccione; rivedo gli stessi visi degli amici d’infanzia, oggi in piena virilità; tutti fedeli, malgrado le persecuzioni, alla causa della libertà e della emancipazione
operaia e, meno qualche apostata, tornanti tutti gli anni al fraterno convegno, provocato dai primi aliti del Maggio sobillatore.
E che scoppiettio di toscane arguzie, e di stornelli pepati all’indirizzo dei tirannucci locali, insidianti la libertà d’opinione con la prepotenza padronale, e come solenni intorno alla intimità della festa operaia, e come festanti, le catene dei poggi e le granitiche isole, torreggianti sull’orizzonte, e come quieto ed incantatore il mare, di cui gli effluvi portano come il suono sottile di canzoni perdute, e di gridi e singhiozzi soffocati — elegia colossale di naufragi e di lotte per la vita, titaniche, aspre battaglie con le fatiche, con gli stenti, coi marosi!
Pareva che in quel soave tramonto di Maggio si unissero tutti gli anditi dispersi dei lavoratori erranti da un capo all’altro degli oceani a formare la dolcissima sinfonia di colori, di suoni, di ricordi, in quel giorno senza nube, dinanzi a quell’azzurro senza fine » (5).
Nel 1898 ritornò a Milano per riprendere la sua attività professionale. Sono di questo periodo le sue difese nei processi di Casale a favore degli imputati di ribellione del Carrarese, e di Ancona a favore di Errico Malatesta.
Nel maggio del 1898, in occasione dei moti rivoluzionari di Milano, ed a seguito delle repressioni del Gen. Bava Beccaris, Pietro Gori fu costretto nuovamente a fuggire, rifugiandosi a Buenos Aires.
A Milano intanto il Tribunale lo condannava a dodici anni di reclusione benché egli non avesse preso parte ai moti rivoluzionari. A Buenos Aires fondò e diresse una grande rivista di «Criminologia» con la collaborazione dei più eminenti giuristi e scienziati sud-americani ed europei quali: Cesare Lombroso, Enrico Ferri,
Guglielmo Ferrero, Scipio Sighele, Lino Ferriani, Lacassagne, Bournet ed altri. Su invito dell’Università di Buenos Aires, dettò poi un corso di sociologia criminale (6).
Ebbe quindi l’incarico dalla Società Scientifica Argentina di compiere una esplorazione nei mari e nelle terre dell’estremo australe, al di là della Terra del Fuoco e verso le sorgenti del Paranà ed alto Paranà. Rientrato in Italia nel 1902 a seguito di una amnistia, riprese la sua attività fondando a Roma la rivista «Il Pensiero» e collaborando agli altri giornali anarchici, come «L’Agitazione», «L’Alleanza Libertaria» di Roma, «La Vita Operaia» di Ancona ed «Il Libertario» di Spezia.
Il 27 novembre 1903, mentre parlava alla Camera del Lavoro di Vicenza, moriva a Rosignano Marittimo la madre. Fu un grave colpo per Gori che aveva per la madre una vera e propria adorazione. Così infatti ne scriveva all’amico Ezio Bartalini: «Caro Bartalini. Mia Madre, la luce stellare, che sorrise, anche da lontano, alla mia vita randagia e procellosa, è morta, senza ch’io potessi darle l’ultimo bacio. Mentre ella moriva, io parlavo inconsapevole di simile colpo di fulmine sul mio capo, dei diritti operai e delle lotte sociali nella Camera del Lavoro di Vicenza. Che i lettori della “Pace” sappiano dalla tua penna, che si batte prodemente contro le spade,
benedetta dai cuori materni, che pure quel cuore soavissimo, su cui i violenti dell’ordine versarono tanto dolore, odiava l’odio e si batteva per l’amore, quell’amore vittorioso su tutte le guerre umane, che fiorirà una primavera di bellezza e di bontà su tutti i figli dell’uomo, sbocciata su dal seno delle madri, come la mia, morta di quella maternità traboccante, che abbraccia tutta la prole del dolore e della speranza. Tuo Pietro Gori ».
Si andavano manifestando frattanto i primi sintomi della malattia, la t.b.c., che lo aveva colpito a che andrà sempre più aggravandosi negli anni seguenti.
A nulla varranno le cure ed i periodi di riposo che Egli si prenderà rifugiandosi all’Elba. Nel 1905 il male, mentre si trovava a Mantova, si manifestò con maggiore violenza e lo costrinse, salvo brevi e momentanei miglioramenti, a rinunciare ad ogni attività.
«Nelle prime ore dell’8 gennaio 1911 Pietro Gori sentì che ormai si avvicinava la fine: volle baciare più volte la sorella, volle baciare gli astanti, e al compagno Pietro Castiglioli disse che il bacio dato a lui valeva il bacio dato a tutti i compagni, ai quali inviava il suo ultimo affettuoso saluto.
L’agonia fu breve: egli si addormentò tranquillamente e serenamente nella morte.
Alle ore 6,22 esalava l’ultimo respiro » (7).
Vasta impressione destò ovunque la sua scomparsa, la stampa se ne fece interprete, e imponenti furono i funerali prima a Portoferraio e Piombino, poi a Rosignano.
Della attività politica, letteraria e scientifica di Pietro Gori rimangono le opere:

a) di sociologia: «La Sociologia Anarchica», «Obiezioni all’Anarchia», «La Nostra Utopia», «Le basi morali dell’Anarchia», «Il delitto della società futura», «Per la vita ed in morte di Ferrer», ecc..

b) di carattere scientifico: «L’evoluzione della sociologia criminale», «Studi carcerari»,«Pauperismo e criminalità», «Ricordi forensi» e gli articoli pubblicati sulle riviste «Criminologia Moderna» di Buenos Aires e «Il Pensiero» di Roma.

c) di carattere letterario: Le raccolte di versi «Prigioni e Battaglie a del 1893» e «Canti d’Esilio»
del 1906 ed i bozzetti teatrali «Primo Maggio», «Ideale», «Senza Patria», «Proximus Tuus», «Gente Onesta», «Calendimaggio».
Molto importanti sono anche la raccolta delle sue conferenze e quella delle sue difese politiche.


(1) Nicola Badaloni - La lotta politica a Livorno tra il 1880 ed il 1900 nota a pag. 155.
(2) Il Parlatoio - 20 maggio 1890 - in Pietro Gori . «Prigioni» - Editrice Moderna - Milano 1946-47.
(3) Luigi Fabbri . In morte di Pietro Gori - Editrice Moderna - Milano 1948.
(4) lbidem.
(5) Pietro Gori «Pagine di vagabondaggio» . Editrice Moderna - Milano 1948.
(6) Sandro Foresi - Ricordi di Pietro Gori . Editrice Moderna . Milano 1948.
(7) Ibidem.
Luigi Fabbri - In morte di Pietro Gori - Roma 1911.
Sandro Foresi - La vita e l’opera di Pietro Gori nei ricordi di Sandro Foresi - Milano 1948.

EPISODIO GORIANO
di Armando Borghi

Nell’anno 1903 salì al Comune di Bologna la coalizione dei partiti popolari. Fu un manrovescio ai
vecchi padroni clerico moderati. Il nuovo Comune decise di decorare la città con un monumento ai caduti dell’8 agosto 1848, quando gli austriaci, venuti in soccorso del Papa, erano stati respinti dalla rivolta popolare.
Chi dalla stazione centrale, per via Indipendenza, si avvia verso la piazza che si ingemma del Nettuno di Gianbologna, ammira alla Sinistra una scalea monumentale seguita da un sontuoso porticato. E’ «La Montagnola», rialto che si formò con le macerie del vicino Castello di Galliera, distrutto a furia di popolo quando divenne una minaccia per la libertà del Comune. Qui fu eretto il monumento, opera dello scultore Rizzoli.
Un gruppetto di anarchici, tutti giovanissimi, si ficcò in testa che un oratore anarchico dovesse prendere la parola in questa occasione e ne scrissero a Pietro Gori. Gori accettò e arrivò a Bologna accompagnato da Giovanni Forbicini, scendendo (così si era intesi per evitare il pedinamento) ad una stazione precedente quella centrale della città. Gori ignorava che c’era il divieto della Questura e del Governo contro il suo intervento in quella cerimonia solenne che richiamava a Bologna tutto l’elemento anticlericale e rosso dell’Emilia.
Quando gli parlammo di questo divieto, ne seguì necessariamente una spiegazione.
— Se non mi è permesso di parlare, perché mi avete fatto venire?
— Perché «vogliamo» che tu parli per gli anarchici.
— Ma non potrò salire a volo sulla tribuna.
— Ci arriverai senza volare.
— La polizia lo impedirà.
— Non ne avrà il modo, stai tranquillo.
Dove sorgeva la mole monumentale era stata costruita una impalcatura a semicerchio per autorità e invitati. Nel bel mezzo, più in alto, sorgeva la tribuna per gli oratori. Noi avevamo studiato una nostra strategia, perché Gori sorgesse come dal sottosuolo. C’era infatti sotto l’impalcatura, ben alta, un’ampio vano con una scaletta per scendervi. Gori accettò il nostro strattagemma, che consisteva nel farlo entrare in questo vano alcune ore prima della cerimonia, per sorgere di là al momento culminante delle orazioni, confondendosi nell’insieme della eletta folla dei personaggi ufficiali.
Il gran giorno (20 settembre 1903) venne. I treni rovesciarono su Bologna da tutta l’Emilia una folla rossa, che profittava del ribasso ferroviario di quella occasione, per uscire dal chiuso dei loro paeselli e manifestare il loro animo liberale, socialista, repubblicano o anarchico. In giro per la città, numerose le bande musicali, in divise sgargianti, mandavano in sollucchero gli spiriti con gli inni di Garibaldi, dei lavoratori e canti popolari e insegne e gonfaloni d’ogni specie antireazionaria.
Il corteo attraversò la città da ovest, la parte alta della città, attraversandola interamente nella zona più ricca ed ufficiale, fino alla scalea monumentale sopraccennata, dove i versi di Carducci ricordano al passante la «Santa Canaglia» che in quel giorno per l’appunto veniva commemorata. Bologna non aveva visto una manifestazione eguale se non alla inaugurazione del monumento a Garibaldi un decennio innanzi. Nella chilometrica fila dei dimostranti mancavano Pietro Gori e
Giovanni Forbicini, mentre gli anarchici in vari punti diversi sventolavano le loro bandiere e attiravano l’attenzione dei timorosi e degli audaci col canto dei loro inni. Gli è che Gori con Forbicini erano già nel loro nascondiglio che abbiamo già descritto. Quando la folla immensa andò dilagando nel vasto piazzale, innanzi al monumento ancora avvolto nelle coperture che tra poco sarebbero cadute per mostrare l’opera d’arte; quando sul palco ufficiale cominciò l’affluenza
disordinata dei personaggi illustri, fra i quali (da notarsi non poco oggi) il generale Brusati, rappresentante del re (il famoso re liberale della favola!) allora, quelli di noi che conoscevano il trucco preordinato si accorsero che c’erano là mescolate due facce straniere, che si davano l’aria di essere in casa loro, e questi erano, nientemeno, Gori e Forbicini. In quello scambiarsi protocollare di inchini, di strette di mano e di presentazioni, il povero Gori, sconosciuto, si sentì salutare come il commendatore o il cavaliere e, dietro a lui, Forbicini a tenersi la pancia per soffocare le risa. Cade la tela. Le forme erculee del popolano che regge in alto la bandiera e calpesta col piede l’invasore, splendono agli occhi di tutti. Parla il sindaco della città, avvocato Golinelli. È repubblicano, di origine trentina. Si sente in lui l’irredentista (venuta la guerra andò a morire sul Carso). Lo segue Genunzio Bentini, oratore di razza, ex anarchico ed ora socialista, il quale tuttavia stormiva una oratoria che risentiva del suo trascorso. Erano gli oratori ufficiali. La cerimonia avrebbe dovuto essere chiusa. Ma, davanti agli oratori, tra la folla, sventolava un bandierone nero enorme, sul quale era scritto:
«Gli Anarchici a tutti i martiri comunque e dovunque caduti per la libertà». In un’altra parte i versi carducciani: « Solcati ancor dal fulmine pur l’avvenir siam noi ».
Non c’è bisogno di dire che la voce era corsa che Gori avrebbe parlato, e proprio nell’attimo in cui molti lo aspettavano e il presidente si accingeva a licenziare la folla, dal gruppo di giovani che reggeva la bandiera nera anarchica sorge un grido: Parli Gori. Ed ecco Gori, che già sul podio avanza il suo gesto largo della destra e senza attendere anticipo di presidenti e contando solo su se stesso, parla ad una folla che per alcuni minuti non ascolta nulla, perché plaude a Gori personalmente; plaude alle sue prime audaci parole e plaude a quella comparsa sorprendente di un anarchico notorio che si innesta nella cerimonia ufficiale per richiamo di popolo.
Gori sa che il suo intervento oratorio è proibito. Sa che noi siamo stati minacciati di arresto se Gori parlerà. Sa che gli ordini vengono da Roma e che c’è in ballo la carriera del questore Alongi che regge l’ordine a Bologna. Conscio dell’eccezione del momento, sa di dover procedere alla baionetta. Con frasi brevi, che cadono come brace, parla a nome degli anarchici. Ha accenti di fuoco contro i profittatori degli eroismi plebei. Se una bomba fosse caduta in quel momento sulla tribuna, i personaggi ufficiali e i capi della polizia non ne sarebbero stati meno terrorizzati. I giovani della bandiera, fra i quali quel Mammolo Zamboni, che divenne poi padre di Anteo, il sedicenne massacrato dai fascisti bolognesi, piangono di entusiasmo e di gioia e intercettano la via ai capi della polizia che vogliono lanciarsi contro la tribuna per far tacere l’oratore anarchico. Ci riescono infatti, i poliziotti, penetrando nella tribuna ufficiale dalla parte di dietro e noi vediamo Gori preso di peso dal podio da un colosso commissario di polizia e nello scompiglio la cerimonia è finita.
Il nostro scopo era raggiunto. La presenza di Gori e il suo discorso furono il gran fatto del giorno. Alla sera, in una comitiva in casa dell’avvocato Aristide Venturini (repubblicano, difensore degli anarchici vita natural durante) Gori era raggiante e abbracciò gli «scugnizzi» che avevano organizzato la bella giornata.
Il questore Alongi venne trasferito in una sede meno vistosa. Nei giorni che seguirono vi furono dei fermi e degli arresti senza seguito e in tutta la Romagna e in tutta l’Emilia, in quei tempi di bonaccia giolittiana, non si parlò che di Gori, della bandiera anarchica e, per la simpatia che la gran folla manifestò per noi minoranza audace, molti credettero che la più gran parte del pubblico di quella giornata seguisse le nostre idee.

PIETRO GORI NEL SUD AMERICA
di Ugo Fedeli

L’amnistia del 1897 concesse il ritorno alle proprie case a molti detenuti politici e a Pietro Gori
quello di rivedere la madre dopo alcuni anni d’esilio che lo avevano portato a percorrere quasi tutta l’Europa e, oltre oceano, tutto il Nord America, alternando conferenze in italiano ad altre in francese e in inglese. Ed erano stati anni durissimi che avevano messo a dura prova la sua fibra già debole ed avevano esasperato la sua nostalgia. Tutti i suoi viaggi attraverso il Nord America erano stati trionfali. In ogni piccolo centro come in ogni grande località dove aveva avuto occasione di soffermarsi e di portare la sua parola ai lavoratori che lo attendevano e gli tributavano accoglienze entusiastiche, aveva lasciato un ricordo indelebile del militante infaticabile, dell’oratore che affascinava nell’esposizione del suo pensiero vivo e fecondo. A New York, Boston, Chicago, Saint Louis, San Francisco, Pittsburg, dappertutto era stato accolto con immutato entusiasmo. A questo proposito, molti fra quelli che hanno avuto la fortuna di conoscerlo hanno raccontato
episodi interessanti. Luigi Galleani, un altro grande oratore che visse lungamente nel Nord America ed ebbe la fortuna di conoscerlo molto bene, di essergli amico e compagno, scrisse «La parola di Pietro Gori squillante come una diana, chiamò a raccolta gli uomini di buona volontà» (1) ridestandoli ad un fervore di attività rivoluzionaria. Anche nello stesso Gori quel periodo di massacrante e pur gioioso lavoro lasciò un ricordo profondo. Dopo il suo ritorno in Italia, scrivendo ad alcuni compagni del Nord America ricorderà che essi «costituiscono la catena forte e soave dei miei affetti e delle ricordanze affascinanti, da cui mi sento attirato a tornare ed a combattere tra voi, sì valorosi e buoni e ad inviarvi il fraterno bacio di un lontano che non dimentica» (2). Rientrato in Italia non trovò tranquillità e la sua permanenza fu di brevissima durata. Ebbe solamente il tempo di rimettersi un poco dalle grandi fatiche degli anni del Nord America, che la ventata reazionaria scatenata dopo i fatti di Milano del 1898, nuovamente lo travolse e lo ricacciò sulle vie dell’esilio. Questa volta è l’Argentina che lo attira e gli consentirà di svolgere tutta una particolare attività che contribuirà e permetterà di affermare il suo nome anche nel campo delle scienze. Scacciato dall’Italia come un delinquente, nel Sud America troverà quel riconoscimento e quel posto che come uomo, come pensatore e studioso gli spettava. Dopo gli avvenimenti del 1898, braccato come una bestia feroce e costretto alla clandestinità, sua sorella Bice gli organizzerà la fuga e per essere più sicura della riuscita lo accompagnerà e gli rimarrà al fianco e con lui supererà tutte le peripezie di un lungo viaggio clandestino. Passata non senza difficoltà la frontiera francese, come turisti inglesi, raggiunsero Marsiglia, dove
poterono imbarcarsi per Madera, e dopo una breve sosta, con un altro piroscafo raggiungere il Brasile, ed infine Buenos Aires. Nella capitale Argentina era atteso. Le calorose accoglienze tributategli facendogli da pungolo, lo spinsero a mettersi subito alla realizzazione del grande lavoro che da lui tutti si attendevano.
Nel giro di pochissimi mesi organizzò e lanciò l’iniziativa della pubblicazione di una grande rivista«Criminologia Moderna» attorno alla quale seppe raccogliere un folto gruppo di studiosi di ogni paese e lingua, e sotto gli auspici della Facoltà di Diritto di Buenos Aires iniziò un Corso Libero che ebbe particolare successo sull’«Evoluzione della Sociologia Criminale». Si può dire, senza tema di esagerare, che il periodo sudamericano, pur abbracciando pochi anni — quattro circa — rappresenta uno dei più importanti e significativi della sua vita oltre che uno dei più fecondi, e rappresenti, della sua opera e della sua vita stessa, un vero e proprio capitolo a parte. Si sa che, seppure avvenuto in condizioni speciali ed in un momento difficile, il viaggio in Argentina non fu cosa improvvisata completamente. Già nel 1897 vi era stato invitato dal vecchio militante anarchico e noto pittore Felice Vezzani, che aveva conosciuto al Congresso di Genova del 1892 e che in seguito alla applicazione delle leggi eccezionali, per sfuggire al «domicilio coatto», si era rifugiato nel Brasile dove aveva fondato il periodico anarchico «L’Avvenire».
In conseguenza dell’aggravarsi della situazione politica interna del Brasile, il Vezzani aveva dovuto cercare rifugio in Argentina dove, a Buenos Aires, immediatamente riprese le pubblicazioni del giornale.
L’invito era allettante, ma Pietro Gori, ancora soggetto alle misure di polizia che lo costringevano a non allontanarsi da Rosignano, non aveva potuto accettare, cosicché, il 26 marzo 1897, pochi mesi dopo essere rientrato dal Nord America e non ancora rimessosi da quella dura fatica, rispondeva all’invito colla seguente lettera indirizzata agli amici dell’Avvenire: «Se la malvagia imbecillità dei governanti d’Italia non volesse tenermi continuamente relegato in questo paese, arrogante e gentile, dove sono condannato alla assoluta maledizione, dovuta soprattutto alle grottesche ed odiose restrizioni alla mia libertà, più che per le mie precarie condizioni di salute, a quest’ora avrei risposto ai vostri cordiali quanto pressanti inviti ad intraprendere un pellegrinaggio ideale attraverso le città e i popoli dell’America latina. Avremmo già potuto associare le nostre forze; voi quella della vivace intelligenza e del valore, io, quella della fede che non conosce tentennamenti, ed avremmo unito le fiamme del nostro entusiasmo per provocare l’incendio nei cuori flagellati dall’ingiustizia; la luce nelle menti ottenebrate dalla ignoranza; la gagliardia negli spiriti incenerita dall’abitudine al servilismo, alla menzogna, alla frode pubblica e privata. Invece... Mentre i Muraviev (3) della dolce penisola non avranno allentato il catenaccio di sapore siberiano, qualificato col non senso, logico e giuridico, di libertà condizionata, verrei — e con quale velocità verrei... — ma ora mi è materialmente impossibile».
Ma la passione e il desiderio di fare rodono la sua impotenza, che solo in parte si acquieta pensando e spiegando agli altri che la tremenda verità sociale che rugge e protesta con l’eloquenza dei fatti quotidiani, è pur sempre bella ed efficace anche «nelle semplici frasi dei lavoratori, che pur non avendo avuta la possibilità di studiare la filosofia del diritto né l’economia politica, dirà, come noi rinnegati della borghesia — hanno tuttavia, dignità ed intelligenza sufficienti per comprendere che questo mondo economico, che già scricchiola sui suoi sostegni, è ladro del lavoro altrui e di tutte le libertà, meno quella dei ricchi e dei prepotenti di schiacciare i deboli e i miseri» (4).
Per questo non dispera ed infonde coraggio e fiducia a quelli che sono a lui vicini, poiché, afferma ancora, «non è necessaria la parola ricca e fiorita — dato che io la possegga —, quando si ha dalla propria parte l’eloquenza dei fatti, la chiarezza delle convinzioni e la irrevocabile fatalità della storia. Così — dirà ancora — potrebbe darsi che, prima che diverse condizioni della mia libertà personale mi permettano di associarmi al vostro lavoro, comprenderete che, senza di me, avrete fatto di più e meglio».
E, in data 23 marzo 1897, in un’altra lettera, inviata «Ai compagni del Nord America» e pubblicata nel giornale «La Questione Sociale» di Patterson, cioè qualche giorno prima di aver scritto quella a Felice Vezzani, dopo aver spiegato le dure condizioni nelle quali è sottoposto dalla questura, che, dopo averlo relegato per qualche tempo all’Isola d’Elba, lo assegnava a libertà condizionata a Rosignano, dice: «Questa assurda e triste libertà condizionale non determina nessuna limitazione specifica alla libertà personale; salvo che, domani, per una denuncia d’un poliziotto analfabeta e cretino, potete di nuovo essere ricondotti (alla chetichella) al domicilio coatto».
Sempre in questa lettera, dopo aver sostenuto le medesime preoccupazioni ed accennato agli stessi problemi che esporrà ai sud americani, precisa che è necessario «che i rapporti tra noi, anche attraverso l’Atlantico, si facciano più stretti e frequenti»... « Mio desiderio ardente, se le mie forze fisiche non tradiranno la mia buona volontà, è quello di intraprendere quanto più presto mi sarà possibile, un giro di propaganda nel Sud America, e risalire fino agli Stati Uniti, prima di tornare in Europa» (5).
Ma gli avvenimenti d’Italia precipitano, e i fatti di Milano del maggio 1898 fanno accelerare le fasi organizzative del progetto. Non passeranno che poco più di una diecina di mesi dalla data delle lettere scritte nel Nord e nel Sud America, che gli avvenimenti lo spingeranno a rivaricare l’Oceano. Appena sbarcato è subito impegnato a tenere al «Circulo de la Prensa» di Buenos Aires una conferenza sugli avvenimenti d’Italia. Approfitterà dell’occasione, e prima di incominciare il suo
dire, pensando a tutti gli amici e i combattenti che in Italia avevano perso la libertà, inviava «senza alcuna meschina riserva settaria, un saluto ai giornalisti incarcerati, nobili vittime della libertà calpestata». Nonostante le grandi accoglienze tributategli, alcuni, mossi da spirito di parte, fomentarono alcuni malintesi.
Vi furono brevi schermaglie polemiche, che però gli permisero di chiarire il suo pensiero che rivendicava non legato a dogmi prestabiliti o a uomini predestinati. Egli si proponeva solo di analizzare la irresistibile successione delle cose da un punto di vista puramente obiettivo che gli
permettesse di vedere le cause multiple degli avvenimenti senza «che senta nessuna vanagloria da attribuirli al mio partito o ai miei principii che mi sono tanto cari». E concludeva, in un articolo inviato al giornale «L’Avvenire» del 30 luglio 1898: «Si crede per caso che la dinamica delle masse possa restringersi all’opera di qualche giornale o a quella di alcuni scrittori per intelligenti che siano?
Allora sì che la tirannia avrebbe subito ragione di questo vigoroso fiorire del pensiero rinnovatore sopprimendo i precursori. Ma le idee nascono dai fatti, dalle opere, dalle necessità della vita. E le individualità anche più illustri non sono che palpiti transitori del grande organismo collettivo che geme e lavora, o si dibatte lungo la traiettoria infinita delle leggi della vita e della morte». Per lui però, l’importante era intraprendere al più presto un primo e vasto giro di conferenze che non si
circoscrivesse alla sola Argentina, ma lo portasse nel Cile, dove si fermerà a Valparaiso e a Santiago, nel Paraguay e nel vicino Uruguay, dove al «Centro Internacional» di Montevideo più volte avrà occasione di parlare.
Il suo passaggio a Montevideo è ancora ricordato da molti perché la traccia lasciatavi è sempre profonda. In una conferenza tenuta il 22 settembre del 1928, il poeta e leader del Partito socialista dell’Uruguay, Emilio Frugoni, nei locali dello stesso «Centro Internacional», tracciandone la storia, ricordava l’importante apporto del Gori. «Qui, diceva, al Centro Internacional si ripercuotevano tutti i colpi che ricadevano sulla vita delle moltitudini sfruttate, tutti i dolori dei lavoratori; qui venivano a formularsi le grandi proteste collettive; qui si adunavano nei giorni dei grandi scioperi generali le masse laboriose, le categorie operaie in conflitto coi padroni del capitale; qui si ebbero assemblee tumultuose nelle quali gli operai difendevano l’affermazione della propria personalità, il riconoscimento dei loro diritti.
Avemmo però qui anche i protagonisti di nobile spirito, di alta mentalità, di molteplici cognizioni, di vasta erudizione, che ponevano tutto ciò al servizio del loro ideale ed a beneficio dell’elevazione intellettuale e spirituale del popolo lavoratore. Qui han parlato oratori come Pietro Gori, la figura del quale vive certamente ancora come una gran luce nella memoria di quanti lo han conosciuto; perché egli fu l’oratore più magnifico che abbiamo ascoltato. Dalle sue labbra sgorgava un interminabile torrente di parole, dall’armonia indivibile che aveva la virtù di animare tutto ciò che toccava come se fosse al contatto d’una bacchetta magica». Del Gori si poteva accettare parte delle sue dottrine, potevasi dissentire da alcune sue affermazioni, «si poteva non essere anarchico com’egli lo era, non intendere l’anarchismo com’egli lo intendeva, potevano prendersi posizioni diverse dalla sua nella lotta dei diseredati contro i possidenti, potevasi non condividere i suoi modi di pensare ed anche, se si vuole, i suoi modi di sentire, ma non si poteva fare a meno di riconoscere che quell’uomo era una sincerità che parlava, una coscienza che si espandeva in parole e che poneva sempre tutti gli atti della vita in perfetta consonanza con le sue dichiarazioni.
E d’altra parte come negare, qualunque fossero le discrepanze di pensiero che potessero sorgere tra quell’oratore e l’uditorio che l’eloquenza delle sue affermazioni era in realtà tanto seducente, che finiva col convincere anche quelli che non erano d’accordo coi fondamenti della sua teoria? La sua logica era, come volgarmente si dice, tanto perfetta che non faceva una grinza. Aveva una maestria tale per svolgere un argomentò, rafforzarlo, dargli efficacia, che nella polemica diventava veramente formidabile.
Però, ancor più che nella polemica, dove io lo ammirava straordinariamente e Gori è stato senza dubbio maestro, era nell’esposizione tranquilla, in cui l’artista poteva spiegare tutte le grazie della sua arte, tutte le virtù della sua maestria incomparabile ». Ma, dicevo, appena arrivato in Argentina il Gori ebbe tempo di alternare la sua attività di propagandista delle idee libertarie con quelle dello studioso, e di qui tutta la sua attività presso la Facoltà di Diritto di Buenos Aires e l’organizzazione di Corsi liberi, e soprattutto quello di dare vita all’importante pubblicazione che è stata la rivista«Criminologia Moderna» (6) sulla quale non è forse inutile spendere qualche parola. «Criminologia Moderna» fu una grande rivista, non solo per il suo formato 22 x 31, di 36 pagine di due colonne, ma per il suon apporto allo studio della Criminologia e delle scienze sociali. Era diretta dal Gori ed aveva come segretario di redazione Ricardo Del Campo. Il primo numero porta la data, invece del 15 come era stato annunciato, quella del 20 novembre 1898, e l’ultimo numero quella dell’agosto 1900. Aveva un corpo redazionale formato dalle più importanti personalità del mondo della cultura Argentina e da un notevole gruppo di corrispondenti composta da personalità d’ogni parte d’Europa e del mondo che andavano da Enrico Ferri a Guglielmo Ferrero, da Antonio Labriola a Carlo Steevens a Paolo Mantegazza, da Napoleone Colajanni a Augustin Hamon e ad Alsterne, a Alderman a Bovio. La rivista era redatta in spagnolo.
Il primo numero di una pubblicazione, nel quale si vorrebbe dare subito tutta la misura delle proprie capacità e possibilità, riesce quasi sempre al disotto del desiderato, ed anche «Criminologia Moderna» non è stata subito quello che il suo direttore voleva. Una nota della redazione avvisava:«Questo primo numero si è dovuto limitarlo a tracciare nelle sue linee generali le basi è gli elementi che serviranno per i lavori più profondi coi quali, nei prossimi numeri daremo compimento progressivo al fine che ci siamo proposti e che il pubblico intellettuale al quale ci indirizziamo specialmente, ha il diritto di esigere». E subito annunciava articoli di Cesare Lombroso, Guglielmo Ferrero, Napoleone Colajanni e dello Zerboglio. Cesserà le pubblicazioni nell’agosto del 1900 perché, ricevuto l’incarico della Società Geografica
Argentina di svolgere una lunga esplorazione non avrebbe potuto curarla come io aveva fatto fino allora. Fu in compagnia del pittore Angelo Tommasi che esplorò i mari e le terre dell’estremo australe dell’America del sud al di là dell’allora quasi sconosciuta Terra del fuoco. in questo lungo viaggio all’estremo nord argentino egli raccolse ricche osservazioni e notizie sulle razze selvagge della Patagonia e sugli indigeni abitanti la stessa Terra del fuoco. Ma non sarà questa l’unica sua
esplorazione, più tardi ne porterà a compimento un’altra vasta lungo i fiumi Paranà e alto Paranà, nel Chaco e fra i selvaggi di quelle foreste vergini.
Tutta questa importante attività, ma soprattutto il riconoscimento da parte di organismi quali le Università e le Società di studi, dei suoi meriti d’uomo e di studioso furono in qualche modo una giusta rivincita morale sul procedere delle autorità italiane che lo avevano fatto condannare dai tribunali di Milano a dodici anni di reclusione. Ma il riconoscimento della ricca opera svolta nei paesi sud americani e in particolare in Argentina, fu pretesto per alcuni poco onesti suoi avversari
per attaccano accusandolo, se non proprio di essere al servizio del governo argentino, un momento rientrato in Italia, di aver avuto la missione da parte di quel governo, di sollecitare una corrente emigratoria verso quel paese. Senza entrare ora nella discussione che sarebbe come avvalorare la evidente denigrazione,
ricorderemo la lettera scritta dal Gori stesso, in data 5 ottobre 1905, agli «Amici della Agitazione» nella quale accenna a questi incidenti dolorosi. Scrive: «Viaggia in Italia, pagato dal Partito Socialista il signor Adriano Patroni, che a quanto sembra, ha la missione di attaccarmi alle spalle colla debole e stupida invenzione di un incarico che mi avrebbe dato il governo Argentino per promuovere una corrente emigratoria per quel paese. A tutti quelli che mi conoscono, a tutti, appartengano al partito che appartengano, ma che riconoscano il valore sociale come prima virtù in ogni agitatore di masse, vivamente li prego alla prima occasione che gli si presenti d’obbligare questo birbone farabutto a dire in che luogo e quando — pubblicamente e in mia presenza — è disposto a provarmi che io ho preso questo
impegno col governo Argentino, così come io sono in condizione di provare in qualsiasi luogo, che egli è un volgare stipendiato di fatto e di coscienza, instancabile agente della polizia di Buenos Aires nella redazione delle liste di deportazione contro gli anarchici e gli stranieri sospetti di aver partecipato allo sciopero generale dell’anno scorso» (7). In realtà già nel 1902, allo stesso momento del suo rientro in Italia, confondendo fatti e cose, le chiacchiere di qualche giornale lo avevano costretto a precisare la sua posizione di fronte a «certi insidiosi articoletti» pubblicati a Buenos Aires, che ma né ora, né in passato, per principio e per
carattere, volli accettare missioni, anche le più austeramente scientifiche, da governi, qualunque essi fossero» (8)... «Ma quando la Società Scientifica Argentina, ponendo sotto il suo patrocinio alcune mie conferenze di viaggi per l’America australe, mi offrì il modo che anche nel vecchio mondo si conoscessero le immense vibrazioni del lavoro, e del dolore, e delle speranze, tra la superba cornice eppure voi, mi pare, dice a quelli dell’“Amico del Popolo” di Buenos Aires, mi potete perdonare) ciò che vidi; e vidi, più o meno le flagellanti ingiustizie, che avevo incontrato sotto i cieli, sotto tutte le dominazioni». A dimostrazione che nulla lo legava né poteva legarlo al governo Argentino come a qualsiasi altro governo, quando più tardi, nel 1910, un’ondata di reazione colpirà il movimento operaio e quello
anarchico dell’Argentina, e in tutto il mondo, ma in Italia in modo particolare, si levarono proteste, ed avrà inizio una vasta campagna contro l’accentuarsi della reazione, ed a Roma si terrà — e più tardi si terrà anche a Genova — in data 17 luglio un grande comizio, Pietro Gori non potendo partecipare di persona per ragioni di salute, perchè «al corpo affranto non è dato accompagnare tra voi il mio spirito in sussulto e la mia parola in rivolta contro la barbarie», invierà una lettera (9) dove fra l’altro dirà: «Avrei voluto gridarle, come voi, le contraddizioni supreme ch’io vidi vagando tra l’uno e l’altro oceano, le menzogne sfrontate di quelle frolle democrazie, oscillanti tra il mauser e l’aspersorio, e celebranti testé una leonina riscossa di popolo con i baciamani alla infanta di Spagna e lo sventolìo della bandiera papale: dietro il paravento festaiolo, assassinò or ora col correo silenzio della stampa europea, i corpi e le anime dei libertari e dei liberi, ed impiccando al capestro d’una nuova legislazione selvaggia tutte le libertà, meno quella tre volte stridente come una sghignazzata, nei ritornelli dell’inno Argentino.
E giunga a quel popolo la nostra voce che suonò fraterna quando parlammo alle sue folle delle rivendicazioni immense, che non hanno frontiera — giacché noi diventammo e restammo col pensiero e coll’azione, i concittadini di tutti i popoli a cui portammo le operosità oneste della nostra intelligenza e le vampate ardenti della nostra fede. La nazione Argentina non ha, non può avere nulla in comune con le oligarchie che la disonorano in faccia alla civiltà ed alla storia — non può che disprezzare i persecutori di quelli che furono gli oscuri cortigiani della sua ricchezza, non può che insorgere contro quei carnefici soli e diretti responsabili dei ciechi contraccolpi della violenza e della brutalità. Se il Campidoglio udì le palinodie di quella goffa repubblica tra il presidente e il re, odano codesti ruderi immortali i clamori d’un popolo incorante e riscossa liberatrice, il lontano popolo fratello»


(1) « Pietro Gori» di Luigi Galleani in «Cronaca Sovversiva» e in «Figure e Figuri» a, New York, ed. L’Adunata dei Refrattari, 1930, pag. 234, cit. pag. 100.
(2) «Ai compagni del Nord America» in «Pagine di Vagabondaggio» , Carrara, 1946, cit. 187.
(3) Muraviev-Amursky, Nikolay Nikolavic (Pietrogrado 1809 - Parigi 1881) Governatore generale della Siberia Orientale, si distinse anche, nell’angariare i numerosi deportati politici che erano deportati in Siberia.
(4) « Carta a los companeros de Sud America a Pietro Gori», in «La Protesta», suplemento quincenal, Buenos Aires 30 aprile 1930. Presa dal giornale «L’Avvenire» di Buenos Aires. Afios III, n. 22.
(5) «Pagine di Vagabondaggio» Pietro Gori. Carrara, ed. Federazione Anarchica di Carrara, 1946, cit. pag. 187.
(6) « Criminologia Moderna», Revista mensual de dereche y procedimiento penal-sociologia, antropologia, medicina legale, legislazione y jurisprudencia. Résumen de br procesos célebres universales y especialmente locales; Biografia y estudioso positivos sobre las personalidades culminantes del mundo cientifico, judicial y criminal; cronica y estadistica judieial, policial carceraria, estudios grafòlogicos; bibliografia, ilustraciones, ecc. Direcion y administracion calle
Talcahuano n. 379, Buenos Aires.
(7) «Contra la difamaciòn» P. Cori in «La Protesta», suplemento quincenal, Buenos Aires 30 mayo 1930.
(8) «Lettera al direttore dell’“Amico del Popolo” di Buenos Aires a, in «Ceneri e faville», La Spezia, ed. del Libertario, 1911, pag. 174.
(9) «Conferenze politiche e lettere politiche». Parte seconda. La Spezia, ed. del Libertario, 1912, pag 149.

RICORDANDO PIETRO GORI
di Pietro Castiglioli

La mia modesta casa al mio paese natio era la sua dimora in occasione delle frequenti visite, nell’età giovanile di entrambi, giorni felici anche se turbati da persecuzioni e leggi eccezionali, confortati dall’affetto dei buoni. La sua parola fu sempre educatrice affascinante con la sua anima luminosa di bontà e di intima grandezza, battagliero, per la purezza del suo ideale, sempre in lui presente il sublime sentimento della fraternità universale. La natura lo aveva dotato di un cuore buono, generoso, potente a difesa dei miseri che amava e condivideva con essi giorni di propaganda paziente, premurosa di intima grandezza fraterna. Non accettò mai compensi per spese di viaggi quando si muoveva per le difese dei compagni che lo invitavano a combattere per la fede comune.
I suoi scritti furono richiesti da riviste americane a lauto pagamento. Ricordo una sera a Portoferraio si lamentava e inquietava per avere ricevuto una simile richiesta da New York dove aveva inviato articoli di Sociologia Criminale, a scopo scientifico gratuito.
Naturalmente negò la sua opera di penna venduta. Amava il disinteresse...
Spesso ci trovammo nelle varie città per invitò a conferenze, commemorazioni nonché per le sue conferenze scientifiche con il materiale adatto alle proiezioni su tela serate indimenticabili nella mia qualità di segretario geloso per sottrarlo a fatiche orali, che sempre da sera si faceva giorno. Gori parlava otto-dieci ore senza saziare gli ascoltatori assetati di sentire questo idolo, artista della parola, così classificato a Pisa dopo avere parlato per la commemorazione di Emilio Zola promossa da un gruppo di Professori e dal Rettore dell’università di quella città, Professore Supino. Altra serata indimenticabile a Palermo dove Gori fu invitato per una conferenza scientifica «Dalla terra dei Faraoni alla patria di Gesù». Giunti a Palermo ci trovammo di fronte ad un rifiuto di accesso all’Arena Garibaldi. Incontrato il Ministro Maiorana, Gori protestò del trattamento e Maiorana lo esortò a parlare al Teatro Massimo, il grande teatro siciliano. Nel palco centrale, cosiddetto reale, erano presenti Maiorana ed il Cardinale Svampa che desiderava ascoltare il grande oratore e rivedere i luoghi già visitati dall’autorevole Prelato. Alla fine della conferenza, riuscita come sempre meravigliosa, l’Eccellenza Ministro Maiorana venne incontro a Gori per complimentarlo anche a nome del Cardinale.
Da ogni parte d’Italia giungevano telegrammi per invito a conferenze e difese, nei tribunali, e spesso la sua catena dell’orologio adorna di una sterlina, veniva impegnata per le spese di viaggio. Nell’occasione della difesa di Malatesta, ad Ancona, una povera madre volle baciare Gori per avere trasformato il proprio figlio, gravemente viziato da alcoolici e riportato all’affetto materno e alla vita normale. A quante di queste opere morali, umane, risanatrici, desiderava portare il suo
contributo al più alto livello civile. Gori ha sempre creduto a questa opera risanatrice morale, anziché la rigida applicazione del codice penale, in contrasto dei mali sociali, spesso applicati senza successo di miglioramento.
Nell’anno 1898 la reazione lo costrinse ad emigrare in Svizzera, Francia, Belgio ed infine a Londra dove incontrò altri esuli politici come Krapotkin, Reclus ed altri scacciati da Patrie conservatrici, nemiche della libertà del pensiero. Successivamente fu accolto in Olanda dove fu apprezzata la sua eloquenza ed elogiata la Dottrina delle proprie argomentazioni in Sociologia Criminale, e a tale proposito fu insignito con Laurea ad Honorem, massima onorificenza.
Per le molte lingue conosciute, Gori poteva, come usava, sbizzarrirsi nei comizi, con conferenze nei diversi Stati a sostegno dei diritti dei lavoratori. Più tardi emigrò in America Centrale e Meridionale dove assolveva i loro desideri parlando in diverse lingue da mattina a sera. Successivamente si recò a Buenos Ayres dove ebbe accoglienze trionfali dal popolo e dal Presidente della Repubblica che gli concesse una nave per esplorare la Patagonia, la Terra del Fuoco, dove raccolse materiale e fotografie che successivamente gli servirono per le conferenze scientifiche.
La sua salute provata da persecuzioni e fatiche oltre misura fu attaccata dalla tbc. La forte fibra lo difese e gli fu consigliato un riposo all’Isola d’Elba e precisamente a Portoferraio. La sua dimora prediletta, la fedelissima infermiera, la sorella Bice, fecero ritardare la fine, ma non debellare il male: la grave malattia, in quel tempo indifesa dalla Scienza vigile e premurosa, ebbe il sopravvento. Queirolo, Professore Medico della famiglia reale, si recava da Gori lasciando Coltano dove assisteva un familiare reale. Un triste telegramma mi chiamava al suo letto per ascoltare le sue ultime volontà ed il saluto estremo col bacio per tutti i buoni del mondo, i compagni di un ideale puro di libertà, di indipendenza, di fraternità, di pace. «Uno per tutti, tutti per uno»... Il suo grande cuore. L’amore per l’umanità è spento, i buoni hanno camminato con la sua luce e camminano verso la mèta segnata da lui, alla sua implacabile volontà di giustizia per tutta l’Umanità universale.
Nella sua Rosignano, terra a lui tanto cara per i cari ricordi di Gori, un comitato di ogni ceto sociale vuole onorare l’Uomo meritevole per le opere, per il carattere, per il sentimento buono, per la poesia, per la scienza e per l’idea in difesa della libertà nel mondo. Amici cari abbiatevi il mio grazie per la iniziativa di ricordare il Fratello spentosi troppo presto per avere donato la sua Vita per la difesa di un’idea pura nell’interesse della umanità tutta. Le sue armi, la parola educata, gentile, sentita, sono i suoi scritti...


« Eppur tristi e feroci non siamo, un Di la Pia Madre ancor noi d’affetti, Soavi ingentilia, a noi pur

se del pianto incombe l’ora mesta è dolce sul fidato seno poggiar la testa ed ammirando i profili

di una vaga figura, il genio, l’arte, un libro, un canto, una pittura, un fiore, un poema, una fanciulla,

una stella, amiamo ogni cosa gentile, ogni cosa bella... ».

IL PRIMO MAGGIO

Vieni, o Maggio, t’aspettan le genti
ti salutano i liberi cuori;
dolce Pasqua dei Lavoratori,
vieni e splendi alla gloria del sol.
Squilli un inno di alate speranze
al gran verde che il frutto matura,
alla vasta ideal fioritura
in cui freme il lucente avvenir.
Disertate, o falangi di schiavi,
dai cantieri, da l’arse officine;
via dai campi, su dalle marine,
tregua, tregua all’eterno sudor!
Innalziamo le mani incallite,
e sian fascio di forze fecondo,
noi vogliamo redimere il mondo
dai tiranni de l’ozio e de l’or.
Giovinezze, dolori, ideali,
primavere dal fascino arcano,
verde maggio del genere umano,
date ai petti il coraggio e la fe’.
Date fiori ai ribelli caduti
collo sguardo rivolto all’aurora,
al gagliardo che lotta e lavora,
al veggente poeta che muor.
Pietro Gori

pgcimitero

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