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Il XVI congresso della CGIL

Le prime assemblee di base hanno aperto il percorso che condurrà al XVI congresso della CGIL, laddove si confrontano due documenti “globalmente alternativi”. Il primo, denominato “I diritti ed il lavoro oltre la crisi“ vede come primo firmatario Guglielmo Epifani, segretario generale nazionale della CGIL. Questo documento è corredato dalle firme di 9 segretari nazionali, da una parte dei componenti la Commissione Politica e dal coordinatore nazionale dell’Area “Lavoro e società”, Nicola Nicolosi. Il secondo documento è intitolato “La CGIL che vogliamo” e vede come primo firmatario Domenico Moccia, segretario generale nazionale della FISAC CGIL, il sindacato dei bancari e dei lavoratori delle assicurazioni, seguono poi le firme di una segretaria nazionale della CGIL e quelle di compagne e compagni del comitato direttivo nazionale, da quelle di Gianni Rinaldini e di Carlo Podda, rispettivamente segretario generale nazionale della FIOM – CGIL e segretario generale nazionale della Funzione Pubblica CGIL.

La CGIL giunge a questa scadenza dopo un percorso unitario che, dall’ultimo congresso (il XV, celebrato quattro anni fa), si è evoluto da una totale subalternità al governo Prodi ad una rivisitazione critica, culminata in una crescente mobilitazione e caratterizzata da una progressiva rottura con CISL e UIL, maturata non su dettagli ma sul ruolo del sindacato in questa precisa fase storica. Una rottura caratterizzata da profonde contraddizioni e lacerazioni interne, non scevre da implicazioni decisamente moderate (accordo del 23 luglio del 2007, il mai del tutto contraddetto ”Protocollo su previdenza, lavoro e competitivita' per l'equita' e la crescita sostenibili” firmato e sostenuto anche dalla CGIL) e dalla firma unitaria (con CISL e UIL) di contratti nazionali assolutamente insufficienti e regressivi sul piano salariale e normativo.

Questo contraddittorio percorso avrebbe progressivamente coinvolto anche la componente di opposizione interna alla CGIL, l’area programmatica “Lavoro e società”, che avrebbe intrapreso nel tempo una lenta ma costante assimilazione ai percorsi moderati del gruppo dirigente della Confederazione, sia pure ostentando significative discontinuità quali, ad esempio, la decisa opposizione all’accordo del 23 luglio culminata con l’indicazione di votare no al successivo referendum, e con la manifestazione del 29 di settembre 2007 a Firenze contro l’accordo medesimo.

Contemporaneamente, però, “Lavoro e società” finiva per avallare contratti ispirati alla moderazione salariale e alle compatibilità, (ferrovieri, scuola, università, alimentaristi, telefonici, cartai), e questa tendenza era destinata a prevalere sulle altre discontinuità che venivano lentamente riassorbite. L’intera politica contrattuale avvallata dai gruppi dirigenti della CGIL, non recepiva le indicazioni del XV congresso, finendo così per introdurre l’istituto della triennalità della parte economica del contratto indebolendo ulteriormente il potere di acquisto dei salari e non combatteva efficacemente il precariato poiché non venivano definite significative barriere alla legge n. 30. D’altronde, le significative mobilitazioni intraprese dalla CGIL in questi ultimi anni se da una parte hanno costituito l’unico argine all’attacco capitalistico e governativo, non hanno saputo e voluto, dall’altra, costruire processi unitari sulla difesa degli interessi di classe del proletariato. Come dire: il documento unitario del XV congresso è stato sì enunciato ma i suoi contenuti più qualificati sono stati irrimediabilmente contraddetti e rimossi, proprio perché non sono stati fatti propri dai contratti nazionali di categoria. In questo panorama si è distinta la FIOM che ha saputo riproporre i contenuti più qualificati scaturiti dal XV congresso esprimendo, in una situazione difficilissima, una capacità di mobilitazione superiore, in qualità e quantità, a quella espressa da altre categorie: ma questa capacità di lotta è rimasta artatamente confinata all’interno dei metalmeccanici con pochissime e malriuscite eccezioni, come lo sciopero congiunto FIOM – Funzione Pubblica CGIL indetto il 13 febbraio 2009 e configurandosi come una forzatura dei gruppi dirigenti piuttosto che un reale momento di unità delle lotte tra lavoratori pubblici e privati. A ben guardare né il gruppo dirigente FIOM, né quello della Funzione Pubblica a cui possiamo aggiungere anche quello della FISAC, si sono curati di imprimere dinamiche unitarie alle mobilitazioni, evitando di costruire comuni scadenze di lotta che avrebbero potuto divenire il laboratorio di una rinnovata unità di classe fondata su obiettivi quali il salario, la difesa del lavoro e la lotta al precariato. Da questo punto di vista il comportamento del gruppo dirigente di “Lavoro e società” si è qualificato come troppo esitante ed incerto, dato che ha finito per abbandonare, fin dall’inizio, l’interlocuzione con i lavoratori metalmeccanici per privilegiare la polemica con il gruppo dirigente FIOM, accusato fin dall’inizio di anticonfederalità, ostentando una progressiva assimilazione alle posizioni del gruppo dirigente nazionale della CGIL: così è che oggi, in modo più o meno edulcorato, la maggioranza (Epifani) accusa la minoranza (Moccia) di non essere confederale, se non addirittura anticonfederale. Ma la questione è volutamente mal posta: in realtà essa ruota attorno alla storica esperienza della FIOM e, a detta degli estensori del documento di minoranza, si confonde con quella della riunificazione dei settori produttivi nella proposta del contratto unico, per meglio schierare le forze in opposizione al padronato; ed è questa una specifica tendenza propria della FIOM quale categoria forte che come tale intende contare, soprattutto nelle fabbriche e nei territori, per dimostrare che senza la FIOM i contratti non si gestiscono, intento questo non esplicitato da altre categorie. C’è effettivamente da condividere l’affermazione del compagno Nicola Nicolosi, coordinatore nazionale di “Lavoro e società”, secondo la quale “Può apparire complicato spiegare che la Cgil va al congresso divisa su due documenti contrapposti. Complicato perché lo scontro è tra le “oligarchie” e lo scontro non è presente tra i lavoratori che fanno riferimento alla Cgil.” (Nicola Nicolosi – Una Bolognina per la CGIL?” Lavoro e Società n. 73/2000 del 16/02/2000) ma questa valutazione dovrebbe essere rivolta all’intero gruppo dirigente della CGIL, compreso quello di “Lavoro e società” che condivide il documento Epifani e non solo al gruppo dirigente FIOM e a quanti condividono il documento Moccia, Rinaldini, Podda. Il problema consiste nel fatto che il processo di assimilazione di “Lavoro e società” alle componenti moderate della vecchia maggioranza è fortemente caratterizzato da affermazioni generali che però non sono mai state completamente calate nella realtà delle categorie, quando non sono state del tutto contraddette (vedi politiche contrattuali recenti), rimanendo solo buone intenzioni. Ciò è stata la conseguenza della rinuncia intrapresa da “Lavoro e società” di iniziare un percorso critico, dal governo Prodi in poi, per qualificare il ruolo del contratto nazionale con una difesa reale del salario, con una chiara opposizione alla triennalizzazione della parte economica dei contratti nazionali e con una reale lotta al precariato. “Lavoro e società” avrebbe dovuto partire dall’esperienza FIOM per proporre di costruire vertenze unitarie, non episodiche, e in difesa delle condizioni di vita dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati e dei pensionati, donne e uomini, vertenze capaci di rilanciare la solidarietà di classe tra lavoratori in generale e tra lavoratori privati e pubblici in particolare, tra occupati e disoccupati, tra vecchi e giovani, tra i settori di classe più forti e quelli più deboli come i migranti e gli extracomunitari, questi ultimi del tutto privi di tutela, se non addirittura abbandonati a loro stessi. Lavoro e società” avrebbe dovuto incalzare il gruppo dirigente della CGIL con una critica costante ai suoi cedimenti ed anche al suo indiscutibile legame con il parlamentarismo: ma “Lavoro e società” ha finito per abbassare la guardia e anche il compagno Giampaolo Patta si dimise dal ruolo di coordinatore nazionale di “Lavoro e società” per divenire membro del governo Prodi. “Lavoro e società” avrebbe dovuto richiedere la definizione di precisi “mandati a trattare” da parte dei lavoratori nei confronti dei vertici, per riempire di contenuti concetti ormai generici quali “democrazia sindacale”. Questa paziente ma necessaria ginnastica non è mai stata coerentemente intrapresa e il percorso di opposizione si è inceppato, confondendosi e paralizzandosi nel piatto orizzonte nel quale si riducono le alchimie politiche dei gruppi dirigenti sindacali legati ai partiti politici parlamentari ed ex parlamentari.

Questa considerazione non riguarda solo il gruppo dirigente di “Lavoro e società” ma, simmetricamente, i gruppi dirigenti della CGIL che non hanno perso tempo a schierarsi. I lavoratori capiscono benissimo, ma non sono interessati alle dialettiche interne ai vertici sindacali e, d’altronde, il resto è pura formalità: alla legittima obiezione secondo la quale gli estensori del documento di Moccia, Rinaldini, Podda non avrebbero contribuito di una virgola ai lavori della commissione politica dimostrando nei fatti di voler presentare il loro documento “per forza”, si può rispondere con obiettività che la maggioranza del gruppo dirigente della Confederazione non consultò le categorie e i lavoratori prima di firmare il protocollo tra governo, sindacati e confindustria, su previdenza e mercato del lavoro, noto come l’accordo del 23 di luglio, preferendo la via del referendum a posteriori, quando si trattava, invece, di rivendicare la definizione di un preciso mandato a trattare che consentisse ai lavoratori di controllare l’operato dei vertici. Quante altre obiezioni e contro obiezioni potrebbero rinfacciarsi gruppi dirigenti deboli? Perché proprio di debolezza si tratta: il gruppo dirigente della CGIL è diviso perché è debole, e questa debolezza è a sua volta il prodotto di una strategia globalmente subalterna al capitalismo, che si perde nella notte dei tempi e che trova il suo sbocco nella fallimentare strategia intrapresa nel 1978 con la conferenza dell’EUR, e coerentemente perseguita, sconfitta dopo sconfitta, fino all’accordo del 23 di luglio 2007 e mai sottoposta a critica ad eccezione, è doveroso ricordarlo, dell’intera esperienza ascrivibile a “Lavoro e società” e non certo al gruppo dirigente della FIOM, della FISAC e della Funzione Pubblica. La sola opposizione generale, quella sulle grandi questioni (gli assetti contrattuali, le politiche fiscali, lo stato sociale ecc) indiscutibilmente meritoria, non può bastare a definire un gruppo dirigente unito e forte. La realtà è che questa opposizione è stata troppo spesso solo enunciata, contraddetta da accordi del tutto insufficienti e da moderatismi che hanno rinviato l’assunzione di responsabilità: non si è ancora indetto lo sciopero generale contro la politica fiscale del governo, rischiando di finire del tutto subalterni al moderatismo corporativo e collaborazionista di CISL e UIL. In questi ultimi mesi “Lavoro e società” si è distinta per inazione e conformismo, ed è proprio questa sua debolezza che la spinge a convergere verso gli enunciati del gruppo dirigente di maggioranza, nonostante che al suo interno si apra una certa discussione riguardo all’accordo dei chimici. La realtà è molto allarmante non perché la CGIL si presenti divisa in una situazione economica e politica difficilissima, ma perché questa divisione avviene tra gruppi dirigenti deboli, schierati su documenti insufficienti. Il documento di Epifani elude quasi del tutto l’autocritica, ad eccezione di una blando riferimento alla subalternità rispetto al governo Prodi e, effettivamente, non crea quella discontinuità fortemente richiamata dai sostenitori del documento Moccia, Rinaldini, Podda. Anche quest’ultimo documento è caratterizzato dall’assenza di autocritica sulle scelte intraprese dalla CGIL in questi ultimi trenta anni, e quando c’è è ovvia e tardiva. I danni operati dalla subalternità ai processi capitalistici, i guasti di analisi insufficienti, l’unanimismo rivendicato ai danni dell’opposizione interna (Essere Sindacato, Alternativa Sindacale, Lavoro e società) spesso sbeffeggiata per il suo ruolo critico e di classe e fortemente osteggiata anche dal gruppo dirigente della FIOM e della Funzione Pubblica, non possono certo essere annullati da una, sia pure salutare ed opportuna, inversione di tendenza. Il fatto è che l’assenza di autocritica lascia spazio alla superficialità che è il limite del documento Epifani, e al massimalismo che è il simmetrico limite del documento alternativo. Entrambi i documenti sono il prodotto di gruppi dirigenti inevitabilmente deboli, ondivaghi e conflittuali, impegnati più a privilegiare gli assetti politici organizzativi interni che non la natura e le priorità imposte dallo scontro sociale in atto. All’obiezione secondo la quale il documento di minoranza (Moccia-Rinaldini-Podda) sarebbe eterogeneo e dettato da convergenze maturate all’interno di uno scontro tra poteri, valutazione questa assolutamente obiettiva, si può facilmente controbattere con altrettanta obiettività che il documento di maggioranza (Epifani-Nicolosi) è un accordo di vertice, dettato dalla necessità di replicarsi come gruppi dirigenti valorizzando, senza un’ombra di autocritica, un percorso unitario su questioni assolutamente generali se non generiche, che non forniscono nessuna risposta in più a quelle già fornite e del tutto insufficienti su tematiche fondamentali come salario, precarietà, previdenza, assistenza, questione fiscale e democrazia sindacale. D’altronde i fatti di Rosarno hanno sorpreso in un drammatico ritardo anche la CGIL; un ritardo che dimostra una allarmante incapacità nel raccogliere e interpretare le contraddizioni, i bisogni, gli stimoli e la condizione di classe provenienti dal proletariato immigrato, per veicolarli tra i lavoratori italiani al fine di costituire un unico fronte di lotta che abolisca e superi le barriere e i pregiudizi raziali.

A ben guardare i due documenti avrebbero potuto benissimo essere integrati: ne sarebbe conseguito un documento più solido e qualificato, costruito attorno alla mobilitazione generale per come è stata praticata in questi ultimi anni e qualificato dalla fondamentale vicenda FIOM, che è l’unica categoria ad aver applicato in modo estensivo e progressivo il documento dell’ultimo XV congresso. In ultima analisi questo doveva essere l’obiettivo di “Lavoro e società” e della sinistra di classe nella CGIL. Questa avrebbe dovuto essere la proposta da portare ai lavoratori appena la FIOM iniziò il suo quasi isolato percorso di opposizione sociale. Ma le sintesi che aprono a scenari superiori sono il frutto di una dialettica forte e non il prodotto di una situazione di crisi che esprime debolezze che, magari, galleggiano pure su mobilitazioni reali. A mio avviso “Lavoro e società” non avrebbe dovuto lasciare che il precipitare della situazione l’obbligasse a schierarsi da una parte o dall’altra, per finire di fare il vaso di vetro tra quelli di ferro.

La scelta di “Lavoro e società” di convergere con la maggioranza chiude il sipario su di una esperienza vitale durata oltre venti anni, ed esprime l’incapacità di svolgere un ruolo realmente unitario a livello di classe, prima ancora che tra i gruppi dirigenti della CGIL, e la stessa valutazione varrebbe, se, ipoteticamente, “Lavoro e società” si fosse schierata con il documento di minoranza. In ogni caso, il progressivo consolidarsi di un nuovo ambito di opposizione, qual è quello facente riferimento a Moccia-Rinaldini-Podda, cresciuto e qualificato dall’esperienza della FIOM alla quale si sono andate aggiungendo esperienze meno intense e certamente più contraddittorie di altre categorie (FP e FISAC) e dei loro gruppi dirigenti decisamente moderati, unitamente al convergere di altre esperienze collettive e individuali, sono tutti fenomeni che hanno sorpreso “Lavoro e società” dato che non è stata in grado di prevederli e di analizzarli nella loro reale dimensione di classe.

Questa operazione non è stata nemmeno tentata, preferendo gli accordi al vertice alla necessaria interlocuzione con le forze vitali (le categorie). Così è che, nel tempo, questa nuova aggregazione, cresciuta attorno alla FIOM e veramente contraddittoria, si è imposta all’interno ed all’esterno della CGIL oscurando la platea e la visibilità di “Lavoro e società”. Migliaia di militanti di quella che fu l’opposizione di classe interna alla CGIL hanno così finito per schierarsi in base ai criteri comprensibili con i quali si effettuano gli schieramenti: questioni strategiche, politiche e tattiche nei casi più nobili e sofferti, rapporti personali e criteri di opportunità in tutti gli altri che finiscono, spesso, per essere la maggioranza.

In un simile contesto la scelta dell’astensione attiva, cioè motivata, potrebbe anche apparire come l’unica praticabile: ma questa scelta non può che riguardare compagni con responsabilità limitate all’interno dell’organizzazione dato che coincide, in larga misura, con il “tirare i remi in barca” tornando a fare il semplice iscritto. D’altronde vi sono validi motivi per fiancheggiare l’uno o l’altro schieramento: i due documenti sono assai simili e i gruppi dirigenti che li hanno scritti sono tutti deboli, espressione cioè di insiemi contraddittori che non esprimono risultanti forti né proposte autenticamente unitarie. Allora, e se un compagno per rimanere in categoria, per difendere il suo ruolo politico magari costruito faticosamente negli anni (lascio alla semplificazione estremistica il credere che tutto volga alla difesa delle poltrone) o per non finire isolato, oppure spinto dagli eventi locali accettasse di schierarsi con l’uno o con l’altro documento in base a meri criteri di opportunità ebbene, io, non mi sentirei di condannarlo.

Per quanto mi riguarda, perché alla fine una posizione deve essere presa e per il poco valore che può assumere il mio pronunciamento, non potendomi riconoscere né nella mozione di “maggioranza” né in quella di “minoranza” e considerando che sono solo un militante con incarichi all’interno degli organismi dirigenti ed esecutivi della mia categoria, la FLC CGIL, (Scuola, Università, Ricerca), che non usufruisco di alcun distacco poiché, se così fosse, crescerebbero di gran lunga le responsabilità e non sarebbe poi tanto facile “mollare”, assumerò una posizione di chiara e motivata astensione, rifiutandomi di schierarmi con la burocrazia e tornando a fare il semplice iscritto, senza con questa mia scelta venir meno all’impegno sindacale. Ma, oltre le mie modeste scelte individuali, continuare a ragionare sul ruolo del futuro dell’opposizione di classe interna alla CGIL e sul suo stesso destino sarà, dopo questo XVI congresso un impresa assai più complicata.

Giulio Angeli

Gennaio 2010